L’ETÀ GIOLITTIANA

L’ETÀ GIOLITTIANA

L’ETÀ GIOLITTIANA


La storiografia reputa questa età come positiva. Giolitti voleva accordare la borghesia industriale del Nord con i Socialisti e con il proletariato. Serve un accordo tra queste due forze. All’interno del Partito Socialista c’era una corrente moderata, capeggiata dal Turati ed una corrente di destra ed una di sinistra: la corrente di destra si ispirava alle teorie di Bernstein, il quale aveva rivisto le teorie marxista; si punta alle riforme e non alla rivoluzione; la corrente di sinistra era capeggiata dal Labriola e puntava alla rivoluzione ed allo sciopero per migliorare e cambiare la società. Il movimento determinante del Partito Socialista era quello dato da Turati. Dal 1904 i Socialisti si riunivano in Congressi con scadenza quadriennale tesi a determinare la corrente dominante del partito.

Dal 1901 al 1903 Giolitti divenne ministro degli interni sotto il Governo Zanardelli. Giolitti voleva adattare la sua politica alle circostanze del suo tempo. L’opera riformatrice di Giolitti era tesa a mantenere solide le basi dello stato. Il buon politico era un sarto che doveva cucire un vestito con la “gobba”, poiché secondo lui l’Italia aveva una certa serie di problemi. Ci si doveva adattare ad un liberismo empirico. Un buon politico deve sapere adattarsi.

I problemi del Mezzogiorno con Giolitti aumentano: egli aveva interesse ad accordarsi con l’industria del Nord mentre la situazione meridionale costituiva una spina nel fianco per la sua politica: l’emigrazione tendeva ad aumentare. Il Mezzogiorno divenne una specie di ricettacolo della produzione del Nord. Nel 1913 vi furono anche dei brogli elettorali. Giolitti ha sempre fatto gli interessi del Nord. I deputati del Sud che erano in parlamento vennero soprannominati “ascari”, ovvero traditori. Il Mezzogiorno uscì in ginocchio dalla politica del Giolitti. La questione meridionale rappresenta il punto d’ombra della politica giolittiana. La politica e l’economia del Mezzogiorno si basavano sulla campagna e sui grandi proprietari terrieri. Giolitti non intendeva rivoluzionare la politica italiana in base al problema del Mezzogiorno. L’impegno da prendere nel Mezzogiorno richiedeva una ristrutturazione alla base. Giolitti sfruttò il Mezzogiorno usando metodi e mezzi più opportuni al proprio scopo a seconda dei problemi che di volta in volta si presentavano. Tra Giolitti ed i Parlamentari del Mezzogiorno vigeva un accordo. Nel Mezzogiorno fu attuato un rigido protezionismo teso al miglioramento della condizione degli operai del Nord. I parlamentari del Sud facevano gli interessi dei grandi proprietari terrieri e non quelli del Meridione. Giolitti aveva una convivenza con la mafia. Il boom dell’economia giolittiana fece in modo che il sud venisse trattato come una colonia, ove i prezzi erano altissimi e la concorrenza dei prodotti non provenienti dal Nord era praticamente impossibile. Nel Nord si produceva e la produzione stessa andava a sfociare nel Sud che la subiva. L’uomo del Sud poteva solamente emigrare.

La politica giolittiana era “trasformista” e tendente ad allargare le basi dello Stato; si venne a creare una politica di compromesso. Nel 1903 Giolitti tentò di aprire il proprio governo alla Sinistra di Turati, il quale rifiutò, continuando ad appoggiare le riforme giolittiane al di fuori dalla maggioranza. Conseguentemente, nel 1904, Giolitti si alleò con la parte conservatrice dei Cattolici. La politica di Giolitti era una politica di Centro pronta ad aprirsi a seconda delle situazioni. Inoltre, i Cattolici rientravano nella vita politica dopo il “Non Expedit” del Papa, che aveva deciso di rifiutare i deputati cattolici, ma di accettare i cattolici deputati.

Durante il periodo giolittiano ci fu un’evoluzione del movimento cattolico, diviso tra una corrente democratico/progressista ed una moderata. Il movimento cattolico progressista voleva entrare nel discorso delle riforme sociali ed aveva anche istituito i Sindacati Bianchi. Il movimento cattolico moderato si era schierato contro le riforme ed il Papa aveva anche denunciato esplicitamente il Modernismo.

Le elezioni del 1904 furono particolarmente importanti: l’Italia si ritrovò in una buona situazione economica: il tasso d’interesse era sceso, gli Italiani non cedevano titoli di Stato, rafforzando la Lira che, nell’età giolittiana verrà valutata più dell’oro e della sterlina. Dal 1911 al 1914 ci fu un periodo di grandi riforme. Nel 1912 si istituì il suffragio universale maschile ed in seguito si attuò un rafforzamento della Scuola Elementare e la Nazionalizzazione delle Assicurazioni sulla Vita.

Nel 1913 si stipulò il Patto Gentiloni (nome di un esponente Cattolico). Giolitti si era reso conto di essere in crisi e dunque tentò di rimanere in sella appoggiandosi ai Cattolici, i quali si schierarono contro le riforme da loro tanto temute. Dopo il 1913 Giolitti passò il governo in mano al conservatore Salandra. Giolitti era solito fare passaggi di questo tipo nei periodi di crisi, però la scelta di farsi succedere da un governo di Destra provocò la cosiddetta “Settimana Rossa”, durante la quale le manifestazioni dovettero essere represse. La Settimana Rossa fu gestita da Malatesta (Anarchico), Nemmi (Repubblicano) e Mussolini.

Le altre riforme attuate furono quelle della nazionalizzazione delle ferrovie ed alcune per la tutela del mondo del lavoro. Nel 1910 venne fondata la prima Associazione Nazionale Italiana (ANI).

Nel 1911, per accontentare anche la parte del governo che non era favorevole alle riforme, si iniziò la guerra in Libia. L’ideologia di base era quella di dimostrare la grandezza dell’Italia; tutte le forze appoggiarono questa spedizione, tranne il Turati. L’opinione pubblica (comprese le due fazioni del Partito Socialista), stimò favorevolmente questa velleità espansionistica: la Libia poteva essere vista come una zona di sfogo per l’immigrazione. Giolitti aveva giustificato la Campagna di Libia come l’unico modo per compiere il dovere di mantenere gli equilibri tra le potenze europee. L’Italia giolittiana era ancora legata alla Triplice Alleanza, anche se questa aveva assunto l’interpretazione originaria di associazione difensiva. L’azione diplomatica del Giolitti, in seguito alla sconfitta di Adua, fu rivolta all’apertura di un dialogo con Francia ed Inghilterra sul controllo di alcune zone del Nord-Africa: l’Inghilterra avrebbe messo le mani sull’Egitto, la Francia sul Marocco e l’Italia sulla stessa Libia. In questo modo l’Italia poté assicurarsi una tranquilla conquista della Libia, culminata nel 1912 con la Pace di Losanna, che sancì il controllo italiano su Rodi e su alcune isole dell’Egeo, per poter controllare la situazione delle ribellioni interne da una posizione esterna. La scoperta dell’inutilità della Libia pose Giolitti in una condizione di solitudine: anche la borghesia del Nord aveva infatti deciso di non appoggiarlo più.

Congressi del Partito Socialista: 1904 – prevalenza della parte rivoluzionaria; primo sciopero generale italiano. 1908 – prevalenza della parte moderata. 1912 – prevalenza della parte rivoluzionaria di Benito Mussolini. Mussolini era un Socialista rivoluzionario che spingeva per cacciare dal partito i revisionisti (che avrebbero fondato il Partito Socialista Riformista). Mussolini in seguito sarebbe stato espulso dal Partito. Tanti critici hanno letto la I Guerra Mondiale come la causa del fallimento della Seconda Internazionale. La debolezza del Socialismo europeo aprì la strada alla grande destra Fascista.

Secondo Giolitti le manifestazioni devono avere sfogo; lo Stato deve solo mantenere l’ordine pubblico. Il governo controlla e permette le manifestazioni; di fronte a grandi movimenti lo Stato non deve reprimere ma dare spazio alla protesta, per un gioco politico. Giolitti si adatta alla vita sociale italiana e la sua politica tende a mantenere il potere, per ottenere infine un’Italia democratica e liberale. Per mantenere salde le basi dello Stato servono le riforme e non la rivoluzione. La politica giolittiana era l’antitesi dell’etica kantiana: tutto veniva fatto in vista di un fine. Le classi lavoratrici, elemento vitale dello Stato, erano oggetto di grande attenzione. Nel 1904 si verificò un grande sciopero generale al Nord. Giolitti intendeva lasciar sfogare il popolo e badare a tutelare l’ordine pubblico. Nel periodo giolittiano si possono trovare una carestia ed una crisi economica. La carestia avvenne nel 1908 e, nel parmense, vi furono alcuni casi nei quali il governo dovette intervenire con azioni repressive (come all’epoca di Crispi).

I trust ed i cartelli sono modi di aggregarsi delle industrie, che cercano il monopolio. Per monopolizzare i mercati le industrie si riuniscono in trust o in cartelli. Nel casi dei cartelli non ci sono assorbimenti, solo un’organizzazione dei centri produttivi; nei trust c’è la tendenza da parte di una compagnia ad assorbire tutte le altre. Ildumping è una tecnica economica scorretta (attuata soprattutto dalla Germania post-Bismarck) e consiste nel vendere a basso prezzo all’estero e ad alto prezzo all’interno, per mantenere una concorrenza alta per le compagnie interessate. Inoltre le altissime imposte doganali rendevano impossibile l’importazione.

Sono tre i principali filoni storici che hanno giudicato l’opera del Giolitti: Croce ha dato una lettura positiva dell’epoca giolittiana: Croce era un antifascista ed i fascisti, infatti, hanno dato una lettura negativa di questa epoca. Volpe ha espresso le concezioni nazionaliste affermando che Giolitti non ha avuto abbastanza forza nella gestione del Governo. Il socialista/radicale Salvemini ha criticato l’opera di Giolitti, pur riconoscendo alcuni aspetti positivi; il suo giudizio globale sull’epoca è comunque negativo. In seguito Togliatti ha riconosciuto a Giolitti un grande lavoro politico: in effetti Giolitti è stato un grande politico, molto abile nella politica nella politica di compromesso. Il Carocci è stato meno tenero con Giolitti, considerato responsabile dell’egemonia borghese che avrebbe condotto alla guerra. Bobbio si è espresso positivamente nei confronti di Giolitti, mentre Barbagallo ha affermato che il grosso errore della storiografia è stato quello di voler giudicare Giolitti da un punto di vista nazionale, quando avrebbe dovuto essere considerato da un punto di vista internazionale. Il termine età giolittiana è imprecisamente riferito al periodo tra il 1901 ed il 1916, sebbene in questi anni il Governo non sia stato continuamente in mano al Giolitti. Nel 1902 questa età sembrava già in crisi per l’incrinatura del progetto di costruzione di un’Italia liberale con istituzioni forti.

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