ODISSEO E CALIPSO COMMENTO

ODISSEO E CALIPSO COMMENTO


“Odisseo e Calipso”, commento

Il V libro del poema epico “Odissea” , un’opera corale che prende il nome dal protagonista assoluto delle vicende, il divino Odisseo (o Ulisse), vede protagonisti l’eroe e Calipso, nell’isola di Ogigia. L’Odissea si apre nel momento in cui a Ulisse viene concesso il tanto atteso ritorno in patria dopo sette anni passati piangendo sulla spiaggia dell’isola di Ogigia, in compagnia della ninfa Calipso. È proprio il destino, la Moira, ad aver deciso che quello per Ulisse era il momento di rimettersi in mare per raggiungere la patria e l’amata sposa Penelope. Zeus manda infatti Ermes, messaggero degli dei, a comunicare a Calipso il volere celeste; la ninfa, benché contrariata da ciò, sarà costretta a cedere ad Odisseo la libertà.

Il testo riprende solo una breve parte del discorso tra le due figure, protagoniste del brano. Ma una ha il desiderio di tornare in patria, l’altra vorrebbe trattenere l’eroe sull’isola. Due protagonisti, insomma, uno antagonista dell’altro.

Come per Achille ed Ettore, personaggi del poema “Iliade”, anche qui tra i due si innesca un parallelismo che allo stesso tempo li accomuna e li distingue, e li rende oggetti di un singolare paradosso.

Ulisse, uomo dal multiforme ingegno, artefice dell’inganno del cavallo di Troia, trascorre i sette anni sull’isola di Ogigia seduto su una spiaggia remota, fissando il mare con sguardo vuoto e occhi colmi di pianto.

Calipso, la bella ninfa immortale, è definita dal messaggero Ermes “dea tra le dee” (il che evidenzia un dislivello non indifferente).

E infine Ogigia, l’isola lontana in cui nessun marinaio era mai approdato, quella che sembra inghiottire le tracce della memoria.

Si intreccia quindi un rapporto di sudditanza che accomuna i due protagonisti; Ulisse è vinto da Fato, Calipso dagli dei. Entrambi vivono una bizzarra condizione: si trovano da soli, su un’isola dispersa nel mare, terra paradisiaca eppure remota e ormai dimenticata. Perché i due sono entrati a far parte di una nuova dimensione, la stessa che ha ispirato i Måneskin, la stessa a cui appartiene non chi è morto ma chi è dimenticato. Ogigia diviene quindi la prefigura dell’isola che non c’è, dove una creatura, Calipso, è legata da catene invisibili ed è destinata a sottomettersi alla propria condizione; per l’altra, Odisseo, il Fato ha riservato una sorte più violenta e grandiosa.

Odisseo si trova lì, in questa terza dimensione in cui danza tra l’esserci e il non esserci. O, per meglio dire, piange. Proprio come Agilulfo, il cavaliere inesistente, un uomo che non c’è ma crede di esserci, e Gurdulù, lo stalliere, un uomo che c’è ma crede di non esserci. Viene a mancare quindi l’identità del profugo Ulisse, e questo costituisce il preambolo del pensiero calviniano, il senso di estraneità dell’uomo contemporaneo e non.

Un altro tema che è possibile ricavare è quello dello specchio. Calipso, la ninfa “dea tra le dee”, rappresenta infatti una sorta di Antizeus (egli ad esempio è un uomo, lei è donna, la parte opposta ma complementare). Resta comunque un’emarginata, un’esclusa di Pirandello o una vinta di Verga.

Essendo una dea a tutti gli effetti, e quindi immortale, Zeus non può ucciderla. Calipso, dea della vita e della natura, non ha commesso una colpa (per la quale non sarebbe stata degna dell’epiteto “dea tra le dee”), ma è nata con una colpa, quella appunto di essere la sfera opposta del dio.

Calipso si trasforma quindi in una dea della morte apparente, emblema dell’evanescenza delle figure. Lei si trova esiliata e costretta a vivere sull’isola lontanissima di Ogigia, in una folle condizione di contemporanea prigionia e libertà. Così come per Ulisse infatti, lei non è schiava del luogo, non è incatenata né forzatamente rinchiusa, ma non può andare via.

La presenza di Odisseo costituisce per lei (escluse le ancelle) la sua unica compagnia; ella tenta infatti di trattenerlo sull’isola per più tempo possibile. Forse per non essere abbandonata davanti alle fauci mostruose della solitudine; o forse semplicemente per la vanteria d’aver avuto accanto a lei un uomo che avrebbe dovuto condurla, almeno per quei sette anni, attraverso l’intenso ballo della vita.

Perché durante il periodo che Ulisse trascorse con Calipso su quella tanto misteriosa isola, lui e la dea furono sovrastati dalla solitudine dei numeri primi.

“Le loro esistenze, così profondamente segnate, si incroceranno e i due protagonisti si scopriranno strettamente uniti eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano primi gemelli: due numeri primi separati da un solo numero pari, vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero”. Le parole di Paolo Giordano rivolte ai due protagonisti del romanzo di formazione La solitudine dei numeri primi, Mattia e Alice, sembrerebbero strettamente riconducibili ai nostri due dannati, marionette in mano agli dei.

Uguale condizione, volontà opposta, e la Moira che guida tutto, dal mondo dei vivi a quello dei morti, per giungere infine nella dimensione di chi è muto, invisibile, ed è destinato a restare tale.

Un mondo parallelo invincibile che soffoca l’animo umano, una creatura intrappolata da catene sorde e inesistenti e un’intera vita soffocata dal nulla.
Sì, è questa la tormentata effigie di Calipso.

 

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