I MOTI DEL 1831

I MOTI DEL 1831

I MOTI DEL 1831


Esattamente dieci anni dopo l’ondata rivoluzionaria del ‘20-21, un nuova serie di ribellioni ebbe luogo in Europa, avendo questa volta come epicentro la Francia, cuore delle tendenze rivoluzionarie europee. Alla morte di Luigi XVIII era salito al trono Carlo X, feroce sostenitore della Restaurazione e del cristianesimo. Contro la sua politica si schierarono non solo i democratici e gli intellettuali che si rifacevano all’esperienza giacobina, ma anche la grande borghesia affarista ed una fetta dell’aristocrazia. Nel ’29 il re affidò il governo a Polignac, capo della fazione degli ultras (ultrarealisti reazionari) parigini e sciolse la camera istituendo nuove elezioni. Quando queste non ebbero il risultato sperato, davanti al crescere dell’opposizione tolse la libertà di stampa e modificò la legge a suo piacimento rendendola ancora più restrittiva.

Il popolo di Parigi si riversò in piazza protestando, e dopo tre giorni di scontri con le truppe reali costrinse Carlo X ad abbandonare la città e dichiarò caduta la dinastia borbonica, nominando “luogotenente del regno” Luigi Filippo d’Orleans. Questi fu proclamato re dei francesi il 9 agosto dello stesso anno, varando una nuova costituzione sul modello della Carta del ’14, che accresceva il controllo del parlamento sul potere esecutivo, allargava il diritto di voto e realizzava una separazione più netta tra Stato e Chiesa.

Così facendo la Francia si liberava finalmente dell’etichetta di pilastro dell’Europa conservatrice ricavatole da Talleyrand a Vienna, e dava una spinta consistente a tutte le velleità di rivolta sepolte nel resto dell’Europa.

Il popolo di Parigi si riversò in piazza protestando, e dopo tre giorni di scontri con le truppe reali costrinse Carlo X ad abbandonare la città e dichiarò caduta la dinastia borbonica, nominando “luogotenente del regno” Luigi Filippo d’Orleans. Questi fu proclamato re dei francesi il 9 agosto dello stesso anno, varando una nuova costituzione sul modello della Carta del ’14, che accresceva il controllo del parlamento sul potere esecutivo, allargava il diritto di voto e realizzava una separazione più netta tra Stato e Chiesa.

Così facendo la Francia si liberava finalmente dell’etichetta di pilastro dell’Europa conservatrice ricavatole da Talleyrand a Vienna, e dava una spinta consistente a tutte le velleità di rivolta sepolte nel resto dell’Europa.

Le rivoluzioni che scoppiarono subito dopo in Italia devono molto ai moti francesi.
Al centro delle nuove insurrezioni italiane si collocano i personaggi di Ciro Menotti e del duca Francesco IV, figure che rivestirono un’importanza focale nell’origine degli avvenimenti. Francesco IV infatti progettava la nascita di una sorta di Regno del Nord Italia e sperava di poterne essere capo dando il proprio aiuto a Menotti, patriota frequentatore di società segrete che sognava un’Italia unita. Una volta resosi conto della follia del proprio progetto e della repressione che l’Austria avrebbe attuato su di esso, Francesco preferì tradire e consegnò alle autorità il Menotti il giorno prima della data in cui sarebbero dovuti scoppiare i moti. Ma era già troppo tardi ed il giorno dopo, 4 febbraio, ciò che non era successo a Modena accadde a Bologna e si estese rapidamente a tutto il nord Italia grazie alla fitta rete di contatti delle società segrete, costringendo Francesco IV alla fuga. Le varie insurrezioni cercarono quindi di coordinarsi fra di loro, creando il governo delle Province unite con sede a Bologna, e si dettero alla ricerca di un corpo di volontari disposto a marciare contro Roma. Purtroppo non se ne fece nulla perché dopo poco cominciarono a sentirsi in mezzo agli insorti voci discordanti, che impedirono una totale coesione degli intenti. Poco tempo dopo gli austriaci, non ostacolati dalla Francia come avrebbero sperato gli insorti, discesero nei ducati e si riappropriarono dei loro domini, raggiungendo anche il cuore degli insorti a Rimini e sterminandoli.

Oltre alle rivolte italiane, ai fatti di luglio fecero seguito altri moti liberali in diversi paesi europei. In Belgio il popolo ne approfittò per rivendicare l’indipendenza dall’Olanda, cui era stato annesso dopo il congresso di Vienna. Nell’unione gli interessi del Belgio erano stati sacrificati a quelli dell’Olanda, alla quale era riservata l’autorità principale nell’amministrazione e nella rappresentanza politica. La rivolta belga fu allo stesso tempo nazionale e costituzionale, e fu promossa da un’alleanza di cattolici e liberali con il sostegno della massa popolare. L’opera diplomatica della Francia e dell’Inghilterra fece fallire il tentativo del sovrano olandese di riprendere con la forza le province perdute e impedì che il conflitto si allargasse a comprendere tutta l’Europa. Il nuovo regno scelse come sovrano un principe tedesco, Leopoldo di Sassonia, e adottò una costituzione sul modello francese, che consentiva una più larga partecipazione dei cittadini.

In Russia l’autoritarismo dello zar Nicola I soffocava l’autonomia della Polonia, annessa durante il congresso di Vienna, e risvegliava le aspirazioni nazionali dei polacchi. Seppur per motivi diversi l’indipendenza era rivendicata tanto dai nobili quanto dai patrioti liberali, e fu così che allo scoppio dell’insurrezione, nel 1830, essa prese un carattere violento e di estrema risonanza internazionale. Infatti anche in Prussia ed in Austria l’opinione pubblica vedeva di buon occhio la perdita di prestigio che sarebbe derivata da quegli avvenimenti al regime zarista. Purtroppo però gli insorti riponevano grandi speranze nell’intervento della Francia e dell’Inghilterra nel conflitto, mentre le due potenze preferirono non schierarsi per non causare una guerra con le potenze assolutistiche russe. La rivoluzione fu domata nel settembre 1831, ed un nuovo ordinamento stabilito dallo zar il 12 novembre tolse alla Polonia ogni autonomia, soppresse ogni possibilità di vita politica e soffocò l’attività culturale, costringendo all’emigrazione patrioti ed intellettuali.

In Inghilterra i moti francesi stimolarono la lotta per la riforma parlamentare. Nel 1829, il governo tory ebbe un cedimento con l’abolizione di alcune discriminazioni contro i cattolici, che fu un primo passo verso il superamento della discriminazione religiosa. Da qui scattò un grande entusiasmo presso le frange politiche avverse ai tory, cioè i liberali del partito whig e i radicali. I radicali chiedevano il diritto di voto anche per gli operai delle industrie e i lavoratori agricoli, mentre i whig si limitavano ad esigere una ridistribuzione dei collegi che consentisse un’equa rappresentazione dei ceti industriali e mercantili. Entrambi erano però uniti nella lotta contro Wellington, capo del governo tory, che fu rovesciato dopo la vittoria dei whigs nelle elezioni del 1830. Un’ulteriore resistenza da parte della camera dei lords fu sbaragliata dalla pressione popolare e dall’approvazione nel 1832 del Reforming Act.

In Svizzera, dove fino a quel momento il potere era stato conservato da ristrette oligarchie, in seguito ad una serie di movimenti insurrezionali scoppiati in quasi tutti i cantoni furono proclamate costituzioni che sancivano la libertà politica dei cittadini.

Le rivoluzioni del 1830-31 furono l’ultimo episodio della collaborazione fra liberali e democratici e del collegamento della borghesia con movimenti insurrezionali popolari. Dove il potere fu conquistato dai liberali, si abbandonò l’alleanza con i radicali e talvolta si giunse ad un aperto conflitto. Nei paesi assolutistici, le differenze tra i metodi e gli obiettivi di lotta degli uni e degli altri diventarono sempre più nette, dal momento che i democratici continuarono a puntare sulla rivoluzione, mentre i liberali si affidarono solamente alla pressione dell’opinione pubblica sui governi, alla diplomazia ed all’appoggio degli Stati liberali.