GIOVANNI PASCOLI MYRICAE POETICA E STRUTTURA

GIOVANNI PASCOLI MYRICAE POETICA E STRUTTURA

GIOVANNI PASCOLI MYRICAE POETICA E STRUTTURA


Questa prima raccolta pascoliana ha una storia lunga e complessa, che copre circa un ventennio, dalle poesie, come Romagna, pubblicata nei primi anni ottanta, all’edizione praticamente definitiva del 1900; de è un ventennio ricco di esperienze umane, culturali e poetiche. Alla prima edizione, in un opuscolo per nozze, del 1891, con ventidue liriche, succedono quelle del ’92, del ’94, del ’97, del 1900, con rispettivamente, 72, 116, 152, 156 poesie. Oltre al numero muta anche la divisione in sezioni, mentre è evidente lo sforzo, ogni volta, del Pascoli di conferire al libro una organicità. L’ultimo espediente in tal senso è il collocare all’inizio un ampio poemetto, Il giorno dei morti, che rievoca i lutti della sua famiglia, ribaditi poi nella prefazione e nella dedica al padre, e alla fine tre liriche con funzione di epilogo della propria storia che da quei lutti ha ricevuti un’impronta indelebile e ormai tale da predeterminare una vocazione esistenziale anche futura. In realtà, tuttavia, il libro rimane incerto fra un’antologia della produzione poetica di vent’anni e il “mito” dei morti da far rivivere nella poesia, e nella gloria, del figlio che ha, ora, ricostruito il “nido” domestico. Questa ricerca di unità, e il suo successo soltanto parziale, anzi a ben vedere, il suo insuccesso, riflettono la crisi etica e conoscitiva del Pascoli, una visione dell’universo senza più direzioni né gerarchie che costituisce, insieme, il suo tormento e la sua modernità. Nella sua parte più originale Myricae presenta una poesia d’oggetti, immagini, quadri sintetici di natura: una poesia, come dice il titolo tratto da un verso delle Bucoliche di Virgilio, di cose umili,vicine a terra, della vita dei campi. “Son frulli d’uccelli – dice nella prefazione il Pascoli – . stormire di cipressi, lontano cantare di campane”, affermando così la volontà d’una poesia voce non di sentimenti individuali, ma della natura che attraverso il poeta, immerso in essa, aperto al messaggio elementare delle cose, che effigiano il fluire alterno della vita e della morte, la loro compresenza di sempre. Nel vagheggiamento della natura “madre dolcissima”, dice la prefazione, che “che ci vuole bene”, dei paesaggi campestri, rivelazione di vita semplice, intatta, il Pascoli riusciva ad obliare il senso di vertigine che gli ispiravano il mistero dell’essere e il problema del male, del dolore, della morte. Rievocava la vita della campagna, gli esseri più minuscoli o umili(fiori, uccelli), uguali, per lui, in dignità a quelli considerati grandi, perché in loro scopriva lo stesso movimento che anima il cosmo, la coscienza umana: il filo d’erba e gli astri remoti. E chiamava ogni cosa col suo nome; rinnovando il linguaggio stilizzato ed esangue della lirica italiana, tentando nella poesia la rivoluzione che il Manzoni aveva operato nella prosa col suo romanzo. Anche attraverso il suo linguaggio cercava di cogliere la vita nella sua elementarità, di “vedere e udire”, o, come dice nel Fanciullino, di “riconfondersi con la natura”,per penetrare, attraverso una comunione esistenziale con essa, nell’”abisso della verità” rifacendosi, nel contempo, alla “psiche primordiale e perenne” dell’uomo. Per questa via egli giunge a un proprio simbolismo: a cogliere nei rapidi quadretti di natura o in breve palpiti lirici, le cose come segni, o manifestazioni – rivelazioni della realtà profonda dell’essere. Una voce dai campi – un grido d’uccello, un rintocco di campane, o un moto elementare, un volo di rondine, un molleggiare di passeri al suolo – diventano non solo e non tanto simbolo del moto cosmico della vita, ma il perenne instaurarsi di esso, che la poesia coglie in una ritrovata essenzialità sentimentale ed espressiva : in una perenne “infanzia” nel cuore. Ne risulta una poesia nuovissima, ben diversa dal classicismo umanistico del Carducci. Essa non rappresenta più una vicenda esemplare dell’io: la persona del poeta è quelle dell’uomo che si aggira fra le parvenze molteplici, attento alle voce delle cose, alla loro rivelazione, non a intonarle al proprio individuale sentire e alla propria vita come costruzione di valori e civiltà. La parola sprigiona una virtù analogica, che parte proprio dalla sua sostanza fonica: tende a ricostruire la voce elementare della natura, il perenne mormorio delle cose, del mondo. La voce umana sembra elevarsi come un canto dalla campagna, ritrovarne e continuarne in linguaggio umano la voce. Così la sintassi compositiva appare come franta: ricomincia a ogni periodo, a ogni istante, aderendo al modularsi della percezione, a discorso d’una mente calata negli oggetti, ansiosa di riflettere nel ritmo della vita che essi si manifestano nel loro apparire e scomparire nella perenne metamorfosi del mondo.

STRUTTURA

La raccolta è suddivisa in 15 sezioni:
• Dall’alba al tramonto
• Ricordi
• Pensieri
• Creature
• Le pene del poeta
• L’ultima passeggiata
• Le gioie del poeta
• Finestra illuminata
• Elegie
• In campagna
• Primavera
• Dolcezze
• Tristezze
• Tramonti
• Alberi e fiori
L’opera comprende 156 componimenti; alcuni di essi racchiudono forme strettamente omogenee:
• Ricordi: 10 sonetti più due poesie libere;
• Pensieri: poesie in strofa saffica rimata (3 endecasillabi + 1 quinario o 1 settenario);
• Le pene del poeta: madrigali;
• Le gioie del poeta: ballate; e così via.
Altre sezioni si aprono invece a sperimentazioni e confronti formali (come la sezione In campagna, la più densa e varia tra tutte).
Tra una sezione e l’altra, compaiono liriche isolate che costituiscono il tessuto connettivo della raccolta:
• Il giorno dei morti
• Dialogo
• Nozze
• Solitudine
• Campane a sera
• Ida e Maria
• Germoglio
• Il bacio del morto
• La notte dei morti
• I due cugini
• Placido
• Il cuore del cipresso
• Colloquio
• In cammino
• Ultimo sogno

LINGUA E STILE

L’opera si raffigura così come una serie di contenitori (le 15 sezioni organizzate dal poeta) costantemente aperti per raccogliere le continue revisioni, aggiustamenti e aggiunte prodotte da Pascoli nell’arco di tutta la sua complessa vicenda creativa. In questo senso, la genesi di Myricae coincide strettamente con la sua evoluzione formale, e appare essere un grande laboratorio di sperimentazioni metriche
Il più evidente tra i principi organizzativi che formano la struttura di Myricae è quello metrico: la materia poetica è infatti disposta secondo modelli di versificazione omogenei, che presuppongono un continuo intervento del poeta nella riorganizzazione del materiale in senso anti-cronologico. L’ordine non risulta però mai rigidamente schematico: alla sperimentazione di forme metriche nuove si alternano infatti sezioni dedicate ai generi metrici della lirica antica, nell’intento sottinteso di ricercare, per ogni “capitolo” della vicenda poetica, la forma più adeguata ai suoi contenuti. I metri utilizzati sono vari: strofa saffica, terzina, quartina, madrigale, ballata. I nessi logici dell’organizzazione sintattica sono spesso dissolti per far spazio a collegamenti fonici, ottenuti accostando vocaboli sonoramente affini o frutto di assonanze, consonanze e onomatopee (versi accordati).
Inoltre rinnova la lingua italiana, immettendovi un lessico quotidiano ed umile e dando pari dignità linguistica a termini aulici, prosaici e dialettali (secondo il critico Contini segna il passaggio da linguaggio pregrammaticale a postgrammaticale, ossia da un linguaggio ben codificato ad uno più libero ed espressivo, per es. onomatopee).
Predilige uno stile nominale: i sostantivi predominano sugli aggettivi e nuovi accostamenti semantici creano un significato allusivo-simbolico (nuovi sintagmi).
Spesso sono presenti termini cromatici (bianco-rosso-nero), che assumono significati simbolici, legati alla percezione sensoriale.