Temi e miti della letteratura decadente

Temi e miti della letteratura decadente

  • Fornire una sintesi esauriente delle tematiche affrontate dal decadentismo europeo è un impresa impossibile, cercheremo di individuare quei filoni particolarmente significativi .
  • L’atmosfera dominante nell’età del decadentismo è rappresentata da uno stato d’animo di stanchezza derivante dal senso di disfacimento di una civiltà che si avverte prossima al crollo. Da qui deriva l’ammirazione per le epoche di decadenza, come la grecità alessandrina, la tarda latinità imperiale, l’età bizantina, dove l’esaurirsi delle forze si traduce in estrema raffinatezza.
  • Al culto per la raffinatezza estenuata di tali epoche si unisce il vagheggiamento del lusso raro e prezioso e della lussuria complicata da perversità e crudeltà. Nelle fantasie perverse di lussuria e crudeltà raffinata si esprime la stanchezza di una fantasia sazia che ricerca il nuovo e l’inaudito per trovare ancora stimoli che le impediscano di cadere nell’inerzia e nella noia.
  • Al tempo stesso si manifesta una sensibilità acutissima ed esasperata al limite dalla nevrastenia. La nevrosi è una costante che segna tutta la letteratura decadente e spesso viene tematizzata direttamene in personaggi di romanzi, drammi , poesie.
  • Accanto alla malattia nervosa, la malattia in genere è una altro grande tema decadente. Da un lato essa si pone come una metafora di una condizione storica, di un momento di crisi profonda, di smarrimento delle certezze, di angoscia per il crollo, avvertito prossimo,di tutto il mondo. Dall’altro lato, la malattia diviene condizione privilegiata, segno di nobiltà e distinzione, di quella separazione sprezzante verso la massa che contrassegna l’aristocraticismo degli intellettuali di questa età e costituisce uno strumento conoscitivo eccellente. Alla malattia umana si associa la malattia delle cose, il gusto decadente ama tutto ciò che è corrotto, impuro, putrescente.
  • La malattia e la corruzione affascinano i decadenti anche perché sono immagini della morte. La morte in questo periodo è un tema dominante, ossessivo. E’ rappresentata nella letteratura decadente con una voluttà morbosa di annientamento. Se è vero quanto dice Freud che l’uomo ha in se due pulsioni : l’Eros e il Thanatos, ovvero la pulsione creatrice e quella distruttrice, possiamo affermare che questa età vede il trionfo incontrastato della seconda. Se c’è una malattia, essa non è del singolo individuo, ma della civiltà. Questa ossessiva presenza della morte, con i suoi corollari della malattia e della decadenza è evidentemente il simbolo di un dato epocale di una condizione generale della società europea.
  • Sempre all’interno della stessa cultura, al fascino della malattia, della decadenza e della morte si contrappongono però delle tendenze opposte : il vitalismo , cioè l’esaltazione della pienezza vitale senza limiti e senza freni che afferma se stessa al di là di ogni norma morale, la ricerca del godimento ebbro, “dionisiaco”, la celebrazione della forza barabarica che impone il suo dominio sui deboli e può così rigenerare un mondo esausto. Queste due componenti opposte si possono trovare sull’arco della produzione Dannunziana. In realtà questi atteggiamenti sono solo in apparenza contradditori : il culto della forza e della vita in Dannunzio e nell’età decadente in generale non sono che un modo per esorcizzare l’attrazione morbosa per la morte, per cercare di sconfiggere un senso di stanchezza e di esaurimento che si affaccia nonostante ogni sforzo di tendere le energie verso mete sovraumane. Il vitalismo superomistico non è che l’altra faccia della malattia interiore, del disfacimento e degli impulsi autodistruttivi o meglio la maschera che cerca inutilmente di nasconderli.
  • Un altro senso dell’estenuante morbosità e il vitalismo barabarico sono entrambi il rifiuto aristocratico della normalità, di una ricerca esasperata del diverso, dell’abnorme, in polemica con la visione normale, benpensante, “borghese”, che l’artista ha in orrore. Il conflitto con la società e l’atteggiamento antiborghese si esasperano all’estremo e l’artista decadente si isola ferocemente dalla realtà contemporanea, orgoglioso della propria diversità.
  • Nascono alcune figure ricorrenti nella letteratura decadente che assumono spesso una dimensione mitica. Innanzitutto la figura dell’artista “maledetto” che profana tutti i valori e le convenzioni della società, che sceglie deliberatamente come un gesto di rifiuto, il male e l’abiezione e si compiace di una vita misera, errabonda e sregolata condotta sino al limite estremo dell’autoannientamento.
  • Altra figura tipica è quella dell’esteta. E’ l’artista che vuole trasformare la sua vita in opera d’arte sostituendo alle leggi morali le leggi del bello e andando costantemente alla ricerca di sensazioni squisite e piaceri raffinati, modellati sull’esempio delle grandi opere poetiche, pittoriche o musicali del passato. L’esteta ha orrore della vita comune, della volgarità borghese, di una società dominata dall’interesse materiale e dal profitto, dall’egualitarismo democratico e si isola in una sdegnosa solitudine circondato solo dalla bellezza e dall’arte. Il presente per lui è il trionfo della bruttezza dello squallore e ciò che è bello può essere collocato solo nel passato, in età di suprema raffinatezza come quella greca o quella rinascimentale.
  • Una terza figura fondamentale è quella dell’”inetto a vivere”. L’inetto è escluso dalla vita che pulsa intorno a lui e a cui egli non sa partecipare per mancanza di energie vitali, per una sottile malattia che corrode la sua volontà. Può rifugiarsi solo nelle sue fantasie per compensare la realtà frustrante, vagheggiando sogni d’azione da cui è escluso. Vorrebbe provare forti passioni , ma si sente inaridito, isterilito, impotente. Più che vivere osserva vivere. E’ proprio la sia qualità di intellettuale, il continuo osservarsi e studiarsi che gli raggelano i sentimenti e lo bloccano dall’azione isolandolo dalla vita che scorre fuori e lontano da lui. La sua vita interiore diviene una dimensione alternativa, parallela alla realtà vera nella quale l’eroe si chiude interamente perdendo i contatti con il mondo esterno talora arrivando ad una lucida follia.
  • Di contro a questi uomini deboli, malati, incapaci di vivere, nella letteratura decadente troviamo un’immagine antitetica di donna: “donna fatale”, dominatrice del maschio fragile e sottomesso, lussuriosa e perversa, crudele e torturatrice, maga ammaliatrice al cui fascino non si può fuggire, che succhia le energie vitali dell’uomo come un vampiro, lo porta alla follia, alla perdizione, alla distruzione. La donna fatale è una figura che esprime conflitti profondi, e per questo appare l’equivalente dei mostri che emergono dagli incubi degli scrittori romantici : non per nulla essa assume tratti che sono propri di Satana o caratteri vampireschi.

  • *3    “Nave” di D’Annunzio. Leopold Von Sacher Masoch. Huysmans, Wilde, D’Annunzio.
  • *4    “Des Esseintes di Huysmans. Trionfo della morte di D’Annunzio.
  • *5    Vergini delle rocce di D’Annunzio. Coscienza di Zeno di I. Svevo.
  • *6    Trionfo della morte e Contemplazione della morte di D’Annunzio. Morte a Venezia T. Mann.
  • *7     Il vitalismo vede il suo teorico in Nietzsche. Trionfo della morte di D’Annunzio.
  • *10   Verlaine sulle pagine della rivista “luteche” aveva introdotto la formula “poeti maledetti”
  • *10   “Des Esseintes di Huysmans. Dorian Gray di Wilde.
  • *11   Memorie del sottosuolo Dostoievskyj.Trionfo della morte D’Annunzio.Una Vita e Senilità Svevo.Fu Mattia Pascal.Piran
  • *12   Venere in pelliccia di Masoch. Opere teatrali di D’Annunzio. Wilde.

  • L’inetto vivere conosce una variante originale col “fanciullino” pascoliano. Il rifiuto della condizione adulta, della vita di relazione al di fuori del tiepido e protettivo nido familiare, il regredire a forme di emotività e sensibilità infantili che si pongono in antitesi alla visione matura della realtà, si traducono in un atteggiamento di trepida indagine del mistero del mondo. Il “fanciullino” è portatore di una visione fresca e ingenua delle cose nella loro vergine essenza, liberandole dalle “incrostazioni” di cui le hanno ricoperte le convenzioni della vita normale, “adulta”. Il mito pascoliano del “fanciullino” esprime l’esigenza di una regressione a forme di coscienza primigena, anteriori alla vita logica, quindi anch’esso è espressione dell’irrazionalismo e del misticismo che sono propri delle concezioni decadenti.
  • Alla crisi e alla malattia interiori il decadentismo può reagire, come abbiamo detto, appellandosi alla forza barbara e ferina. Da questa ha origine un’altra figura mitica : quella del “superuomo” che D’Annunzio propone a partire delle “Vergini delle rocce” manipolando a suo uso e consumo le teorie di Nietzsche. Il superuomo Dannunziano vuole essere l’antitesi degli eri deboli e inetti, perplessi e sconfitti dei primi romanzi : anche la malattia, il disfacimento e la morte, anziché inghiottirlo nel loro vortice insidioso, non fanno che esaltarne la sua forza. Il mito si carica di significati politici : il superuomo deve mirare alla rigenerazione dell’Italia, riportandola alla sua grandezza passata e per fare questo deve imporre un saldo dominio sconfiggendo le forze disgregatrici del parlamentarismo, del liberalismo , della democrazia, dell’egualitarismo, instaurando una dittatura di eletti e di forti. Ma si è anche detto che il superuomo non è che una maschera costruita da D’Annunzio per esorcizzare le forze oscure della disgregazione, il fascino della morte e del nulla. Dietro il superuomo è facile quindi scorgere sempre la fisionomia dell’eroe decadente, corroso dalla malattia interiore, inetto e impotente che il velleitarismo dannunziano male riesce a mascherare.
  • Caratteristica degli eroi decadenti è pertanto una psicologia complicata, tortuosa, dominata da spinte contraddittorie e ambivalenti. Tipici della letteratura decadente sono l’attenzione per l’ambiguità della psiche. Nasce da questo una nuova struttura romanzesca : non più il romanzo realista che studia le psicologie individuali in rapporto a determinati ambienti sociali, ma il romanzo psicologico in cui la dimensione soggettiva viene prepotentemente in primo piano, oscurando quella sociale. In Italia il vero promoter del romanzo psicologico è Svevo, con “Una vita” e “Senilità”.
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  • *14       Superuomo : personaggio Claudio Cantelmo (eroe delle Vergini delle Rocce), Stelio Effrena (eroe del “Fuoco”).
  • *15       I nuovi “aristocratici”, gruppo di eletti, di forti devono sottomettere la “grande bestia”:
  •              il popolo trasformandolo in un docile strumento delle conquiste imperiali.
  • *15b     contraddizioni dei personaggi superomistici : la loro forza non si concreta mai veramente in azione,
  •              il gesto eroico è solo alluso, rimandato ad un vago futuro.
  • *16        Colui che dalla Franca propone il romanzo psicologico in antitesi a quello naturalista è paul bouget, romanziere
  •              che al tempo ebbe larga risonanza. “La Coscienza di Zeno di Svevo”. “Fu Mattia Pascal” e “uno, nessuno,
  •              centomila”  Pirandello

Coordinate storiche e radici sociali del decadentismo.