L’ETA CRISTIANA

L’ETA CRISTIANA

La storia


Morto Commodo (192) si apre un periodo di guerre civili fino all’ascesa al trono di Settimio Severo (197): il secolo che segue è caratterizzato dalla crescita del potere degli eserciti (i diversi generali si combattono, assumono il potere, vengono abbattuti, tant’è che si parla di anarchia militare). Evento di rilievo è nel 212 la concessione da parte di Caracalla della cittadinanza romana a tutti i provinciali liberi dell’impero.

Nel 284 diviene imperatore il dalmata Diocleziano, che stabilisce la capitale a Nicomedia (Bitinia), sede che gli consentiva un più agevole controllo dello scacchiere orientale. Associa al potere, con l’appellativo di Augusto, Massimiano, cui affida il controllo della parte occidentale dell’impero (con capitale Milano); quindi coopta, come successori designati, due Cesari: Galerio e Costanzo Cloro. Ma il sistema della tetrarchia fallisce poco dopo, fino al arrivare al 312 quando Costantino (figlio di Costanzo Cloro) sconfigge presso il ponte Milvio Massenzio (figlio di Massimiano) e, dopo un breve periodo di associazione con Licinio, rimane solo al potere. Nel 313, con l’editto di Milano, concede ai cristiani piena libertà di culto e restituzione di tutti i beni confiscati. Costantino intende fare della chiesa cristiana uno strumento per consolidare il suo regno, quindi – avvertendo che l’unità religiosa è la premessa per l’unità politica – è lui stesso che nel 325 convoca e dirige il concilio di Nicea, in Bitinia (viene dichiarata eretica la dottrina di Ario che negava la co-eternità del Figlio col Padre, riducendo il Figlio ad una creatura superiore, ma pur sempre creatura di fronte al Padre: il Credo niceno – detto anche Simbolo – afferma il dogma trinitario e dichiara che il Figlio è “generato, non creato”). Nel 330 Costantino sposta la capitale a Bisanzio, che prende il nome di Costantinopoli.

Dopo la morte di Costantino ci sono tentativi di restaurazione del paganesimo (il più noto è quello di Giuliano l’apostata), finché nel 380 Teodosio (era divenuto Augusto per il merito di avere respinto i Visigoti) emana l’editto di Tessalonica: il cristianesimo è imposto come religione di Stato ed inizia una persecuzione del paganesimo.

Alla sua morte, nel 395, gli succedono i figli Arcadio e Onorio, cui vengono assegnati rispettivamente l’oriente e l’occidente: da allora si può parlare, al di là delle intenzioni di Teodosio, della formazione di due Stati separati, diversi per cultura e struttura economico-politica. Sarà Onorio, nel 402, a spostare la capitale dell’impero romano d’occidente da Mediolanum a Ravenna.

La letteratura

La traduzione della Bibbia in Latino avviene nel IV sec. ad opera di Gerolamo (la cosiddetta Vulgata). Prima, per l’Antico Testamento, si faceva riferimento alla traduzione greca detta dei Settanta (secondo la tradizione, opera di 70 dotti nel III sec. a. C.) e a traduzioni latine di singoli libri (le Veteres Latinae). I libri del Nuovo Testamento (sono 27, scritti prima della fine del I sec.: 4 Vangeli, gli Atti degli apostoli, 14 Lettere di S. Paolo, 7 lettere “cattoliche”, l’Apocalisse di Giovanni) diventano “canonici” dopo un’opera di selezione che va dalla metà del II sec al IV sec.

Le prime espressioni di una letteratura cristiana latina risalgono al II sec.[1] e sono soprattutto di natura apologetica (difesa della religione cristiana dalle accuse pagane); tali sono:

Octavius di Minucio Felice (originario della Numidia); è un dialogo di tipo ciceroniano, in cui Ottavio controbatte le tesi filo-pagane, di Cecilio Natale[2];

varie opere di Tertulliano, nativo di Cartagine: la più nota è l’Apologeticum (si rivolge alle autorità politiche, per difendere i cristiani da accuse infamanti come l’infanticidio e l’incesto, per ribadire la lealtà e sottomissione all’imperatore, e per accusare la società pagana di corruzione; si conclude con l’esaltazione del martirio: semen est sanguis christianorum).

Simile carattere, nel III sec., hanno le opere di Cipriano (di Cartagine), Arnobio (tunisino) e Lattanzio (anche lui africano, non sappiamo di dove precisamente: nel De mortibus persecutorum, scritto dopo l’editto di Milano del 313, vuole dimostrare come tutti gli imperatori che hanno perseguitato i cristiani siano stati puniti dall’ira di dio; nei 7 libri delle Divinae istitutiones intende mostrare gli errori delle religioni politeistiche e la verità della religione cristiana).

Agostino

Agostino nasce nel 354 a Tagaste, in Numidia, da padre pagano (Patrizio) e madre cristiana (Monica). Compie studi di retorica a Madaura e a Cartagine. Aderisce al manichesimo[3], quindi, dopo avere insegnato retorica in Africa, nel 383 si trasferisce a Roma e successivamente, come professore di retorica, a Milano. Qui è affascinato dalle prediche del vescovo Ambrogio e, abbandonato il manicheismo e le altre filosofie che lo avevano suggestionato (scetticismo e neo-platonismo) si converte al cristianesimo[4]. Decide quindi di tornare in Africa. Alla partenza, ad Ostia, muore l’amatissima madre Monica. Ad Ippona (nell’odierna Algeria) viene ordinato prima sacerdote (391) e poi (396) vescovo. Muore nel 430, mentre i Vandali, sbarcati in Africa al comando di Genserico, assediano Ippona[5].

Fra le numerose opere (apologetiche, teologiche, anti-eretiche) sono memorabili le Confessiones e il De civitate dei.

Le Confessiones, in 13 libri, scritti probabilmente nel 397-98, sono per gran parte una autobiografia, anche se va chiarito che il titolo allude, più che a specifiche vicende biografiche, alla continua ricerca della verità che ha animato la sua vita, verità che si trova solo in Dio (giacché inquietum est cor nostrum donec requiescat in te), nel quale Agostino proclama la sua fede (confessio fidei). I primi nove libri narrano della sua vita fino alla conversione e alla morte della madre, il X è una meditazione sulla condizione presente, l’XI è dedicato a riflettere sul concetto di creazione e su quello di tempo, gli ultimi due sono di esegesi biblica. E’ un’opera di forte tensione introspettiva, caratterizzata dalla drammaticità dello stile vocativo (Agostino si rivolge direttamente a Dio, esclama, prega, chiede aiuto nella difficoltà, si commuove, si entusiasma nella lode quando intravvede una verità: memorabile la pagina della conversione in cui la voce che dice “tolle lege” è sentita come un richiamo divino per indirizzarlo alla vera fede).

Il De civitate dei, in 22 libri, è scritto dopo il 410, quando i Visigoti di Alarico hanno occupato e saccheggiato Roma. L’evento aveva rinfocolato le polemiche contro i cristiani, ritenuti responsabili della decadenza dello Stato romano. Agostino, nella prima parte, confuta sia l’idea pagana che il culto degli dei favorisca il benessere terreno, sia la convinzione che l’impero romano sia un imperium sine fine (in polemica con Eneide, I, 279) provvidenzialmente destinato a governare il mondo (in polemica con Eneide, VI, 853).[6] Senza fine (come viene chiarito nella seconda parte dell’opera) è solo la città celeste (la civitas dei), non la città terrena (civitas diaboli), di cui l’impero romano è solo una manifestazione storica. Le due civitates sono in opposizione ontologica, perché la città terrena è soggetta al divenire ed è fondata sui beni materiali, la città celeste è destinata alla vita eterna. Essa non si identifica propriamente con la Chiesa (perché non tutti i suoi membri sono animati dall’amore di Dio), ma è “pellegrina” in terra, nel senso che è costituita dai buoni cristiani, dovunque si trovino, al di là di ogni differenza sociale, nazionale, razziale. D’altra parte però sentirsi cittadino della città celeste non vuol dire essere ostile allo Stato: il cristiano è un buon cittadino, “obbedisce alle leggi, con le quali si provvede a ciò che è utile per la vita mortale” e porta il suo contributo al buon andamento della vita associata. Ma il cristiano riconosce anche il carattere effimero di ogni città terrena e condanna ogni pretesa dello Stato di realizzare in terra la civitas dei (questo comporterebbe il rischio che la religione venga usata come instrumentum regni). La città terrena è destinata a scomparire alla fine dei tempi, dopo il giorno del giudizio, quando potrà esistere soltanto la civitas dei.


[1] C’è un ritardo (in effetti, la presenza di comunità cristiane a Roma già nel I sec. è testimoniata da Tacito che negli Annales ci dice che nel 64 d.C. Nerone accusò i cristiani dell’incendio di Roma) dovuto al fatto che la lingua usata dai primi cristiani fu il greco.

[2] Quest’ultimo sostiene che i cristiani sono cattivi cittadini, di infima condizione sociale, ignoranti e credenti in verità risibili quali il giudizio universale, la resurrezione dei corpi e la vita eterna. Ottavio obietta che la gloria dei cristiani sta proprio nel riconoscere uguale dignità a tutti gli uomini, a prescindere dalla condizione sociale e dalla cultura; contesta l’assurdità e l’immoralità delle credenze mitologiche pagane, davvero irrazionali ed immorali a fronte di quelle cristiane; esalta lo spirito di giustizia, amore e fratellanza che unisce i cristiani. Il dialogo si conclude con il riconoscimento da parte di Cecilio del proprio errore.

[3] Da Mani, persiano, che predicò la sua dottrina nel III sec. d.C.. L’idea di fondo è che nel mondo si combattano i due principi opposti e coeterni, del Bene e del Male (della luce e della tenebra). Al male appartengono il corpo e la vita terrena, e non c’è possibilità di attingere al bene attraverso le opere (è negato il libro arbitrio). La luce è l’anima, racchiusa dentro ognuno di noi. Solo gli eletti acquisiscono la conoscenza e la possibilità di liberare la luce attraverso una vita di assoluta purezza.

[4] Rinuncia alla brillante carriera che gli si prospettava, dopo aver dato prova di grande abilità oratoria. Fa ritornare in Africa la donna con cui conviveva e che gli aveva dato un figlio (Adeòdato). Insieme al figlio ed al discepolo Alipio, si fa battezzare da Ambrogio (aprile del 387).

[5] Secondo la tradizione, il suo corpo fu portato in Sardegna dai cristiani in fuga. Successivamente il re longobardo Liutprando lo avrebbe fatto trasportare a Pavia, dove ora si trova, in San Pietro in Ciel d’Oro.

[6] Lo stesso motivo è sviluppato in Sermones 105. Si tratta di una delle circa 500 prediche giunte a noi, fra quelle pronunciate da Agostino in Africa, dopo la sua ordinazione a sacerdote. Per la maggior parte erano state raccolte dalla viva voce di Agostino ad opera di stenografi (notarii), e quindi linguisticamente risentono di questa registrazione dal vivo (ci si trovano incertezze, ripetizioni, anacoluti, ecc.)