UNO NESSUNO E CENTOMILA

UNO NESSUNO E CENTOMILA


Uno, nessuno e centomila. Romanzo pubblicato nel 1925-26, prima a puntate su «La fiera letteraria», poi in volume (Bemporad, Firenze 1926). È centrato sulle vicende di Vitangelo Moscarda, che da un banale fatto quotidiano trae occasione per avviare un processo di riflessione che si conclude in modo imprevedibile. La moglie infatti un giorno gli fa notare, mentre egli si guarda allo specchio, che il suo naso pende a destra. Vitangelo non si era mai accorto della cosa e ne trae motivo per riflettere sui contrastanti modi coi quali viene percepita la realtà da ognuno di noi, sull’inesistenza di una realtà univoca, sull’infinita varietà con la quale ognuno appare agli altri (uno, nessuno e centomila, appunto).

Vitangelo quindi, spinto da queste inquietanti riflessioni, va contro la logica corrente, e compie atti che, misurati secondo quella, appaiono assurdi e contraddittori (chiude la banca che gestisce) attirandosi l’ostîlità della moglie e dei soci che pensano di farlo interdire. Accettando il consiglio del vescovo, devolve i suoi beni in opere di carità, ma questo e altri gesti che lo portano a una vita in solitudine, lontano dal mondo, sono da lui vissuti come ragionata rinunzia alle maschere e ai doveri che la vita associata impone, come rinunzia a un’identità (d’altra parte, impossibile), come aspirazione a una vita senza passato e senza futuro.

Pirandello Uno nessuno e centomila (conclusione)

Non mi sono piú guardato in uno specchio, e non mi passa neppure per il capo di voler sapere che cosa sia avvenuto della mia faccia e di tutto il mio aspetto. Quello che avevo per gli altri dovette apparir molto mutato e in un modo assai buffo, a giudicare dalla maraviglia e dalle risate con cui fui accolto. Eppure mi vollero tutti chiamare ancora Moscarda, benché il dire Moscarda avesse ormai certo per ciascuno un significato cosí diverso da quello di prima..

Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani… Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo… Cosí soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero sí metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.

La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane… Pensa alla morte, a pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho piú questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non piú in me, ma in ogni cosa fuori.


Analisi dei romanzi.

 Il tema principale dei due romanzi è il tentativo dei due protagonisti di cambiare vita, cioè di liberarsi dall’ “afa della vita” che secondo Pirandello soffoca gli uomini. Per fare ciò i due protagonisti cercano una nuova identità: Mattia Pascal diventa Adriano Meis poi di nuovo Mattia Pascal (anzi il fu Mattia Pascal) ma in questo modo ricade nella trappola, nel senso che il suo tentativo di cambiare vita riesce solo in parte; alla fine infatti egli è quasi tanto infelice come prima. Anche Vitangelo Moscarda rinuncia alla sua vecchia vita e cambia identità, ma il suo tentativo ha successo: rinchiuso nell’ospizio, egli rinuncia a qualsiasi identificazione (non ha più neanche un nome) e, fondendosi con la natura e trasformandosi continuamente, trova quella libertà che nella vita normale aveva perso