MACHIAVELLI PRINCIPE CAP XV

MACHIAVELLI PRINCIPE CAP XV

Mattia Leone

Il Principe – Machiavelli

Biografia di Machiavelli e breve introduzione al libro

Niccolò Macchiavelli nacque a Firenze nel 1469 da una famiglia della piccola nobiltà, il padre era dottore in legge, amante degli studi e possessore  di una piccola biblioteca, la madre era un’autrice di rime sacre. Ebbe un’educazione umanistica basata sugli autori latini, in particolare gli storici (Tucidide, Plutarco, Tacito, Tito Livio). La sua formazione culturale si basò soprattutto sulla lettura di questi testi antichi, nei quali vide chiari esempi di virtù da contrapporre alla meschinità e alla corruzione a lui contemporanee. Il suo interesse per una cultura materialistica ed epicurea lo portò a comporre Il principe, un’operetta molto breve, scritta in forma concisa e incalzante, ma densa di pensiero. Essa si articola in 26 capitoli di lunghezza variabile che recano dei titoli in latino. Parla di due argomenti principali: i vari tipi di principato e mira a individuare i mezzi che consentono di conquistarlo e mantenerlo, conferendogli forza e stabilità; del problema delle milizie dove secondo Machiavelli gli stessi cittadini dovevano formare l’esercito con le proprie armi e togliere l’uso di eserciti mercenari.

Introduzione al capitolo XV

Il XV capitolo de Il Principe tratta delle qualità umane e soprattutto delle qualità politiche positive o negative che deve avere un principe. Machiavelli teme di essere ritenuto presuntuoso, perché discorrendo di questa materia si trova a discostarsi dalle teorie espresse in merito in precedenza da altri scrittori. Ciononostante egli preferisce parlare di fatti reali, piuttosto che immaginarsene di falsi, cosa che invece molti fanno. L’uomo buono che si comporta sempre come tale, circondato da uomini che non lo sono, finisce per cadere in rovina; per far si che ciò non accada dunque deve agire secondo necessità. I principi inoltre sono accomunati da alcune qualità che recano loro lode o biasimo: sarebbe lodevole se fra tutte possedesse solo quelle buone, ma ciò sarebbe impossibile, dato che la condizione umana non lo permette. Perciò, è necessario evitare i vizi che lo porterebbero a perdere lo stato e a guardarsi da chi potrebbe toglierglielo. Infine non deve temere di incappare nei vizi secondo i quali non riuscirebbe a salvare lo stato, perché alcune virtù apparenti lo potrebbero portare alla rovina, mentre altri vizi portano alla sua salvezza.

De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur.[1]

Resta ora a vedere quali debbano essere e’ modi e governi di uno principe con sudditi o con li amici. E, perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto[2] prosuntuoso, partendomi, massime[3]nel disputare questa materia, dalli ordini delli altri[4]. Ma, sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa[5]. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere[6], che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la perservazione[7] sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità.

Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e’ principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo o laude. E questo è[8] che alcuno è tenuto liberale, alcuno[9] misero (usando uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce et animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero[10], l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave[11] l’altro leggieri; l’uno relligioso, l’altro incredulo, e simili. Et io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone: ma, perché non si possono avere né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, li è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quelle che li torrebbano lo stato[12], e da quelle che non gnene tolgano guardarsi[13], se elli è possibile; ma, non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare.

Et etiam non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua; e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la securtà et il bene essere suo.

Commento e analisi del testo

L’argomento principale del passo è il campo di applicazione della virtù politica di un principe: «[…] modi e governi di uno principe con sudditi o con gli amici.». Da questo capitolo Machiavelli si distingue dai pensieri correnti dell’epoca e da inizio a un rovesciamento degli schemi etici e morali del modo di governare uno stato. C’è inoltre una prospettiva più concreta, per la quale il valore dell’azione è dato dalla sua utilità pratica: specifica infatti che vuole seguire la «verità effettuale»allontanandosi così dagli schemi immaginari dei filosofi a lui contemporanei, i quali sostenevano un catalogo delle virtù morali, troppo positive per una natura umana che per Machiavelli è orientata al male. Si divide così in due il pensiero dell’epoca: uno che sostiene una realtà storica, fatta di esperienza e casi concretamente verificabili («discorrendo quelle che sono vere»); l’altro segue l’immaginazione, ossia l’imposizione di una morale astratta, una generalizzazione dei fatti e un ottimismo prevalente («molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti essere in vero»).

Secondo Machiavelli dunque, il principe deve avere un requisito fondamentale per la propria sopravvivenza e quella dello stato: deve sapere essere buono, ma soprattutto essere capace di non esserlo («Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità»). Da qui emerge il consiglio di una certa elasticità mentale e talvolta di una spregiudicatezza nell’ambito politico, poiché colui che agisce in campo politico deve sapersi misurare con la comunità; questo inoltre è la spiegazione più evidente della filosofia machiavelliana, che ha come princìpi base la falsità e l’ipocrisia.

L’autore elogia inoltre la parsimonia, poiché il principe deve saper amministrare il denaro statale e utilizzarlo esclusivamente per il bene comune; la crudeltà, perché egli deve saper essere malvagio ma non spietato, poiché in tal caso perderebbe il rispetto dei sudditi, ed infine l’inganno: infatti deve saper simulare doti positive poiché il popolo si limita a guardare  l’apparenza.

In conclusione torna una struttura dilemmatica: se il principe dovesse seguire qualcosa che sembri virtù, cadrebbe in rovina, mentre se seguisse un vizio, riuscirebbe a tenere ben saldo il potere nelle sue mani.

[1] XV – Di quelle cose per le quali gli uomini, e specialmente i principi, sono lodati o biasimati.

[2] «temo […] di essere ritenuto […]»

[3] «soprattutto»

[4] «dai criteri degli altri scrittori»

[5] «alla verità dei fatti, che alla costruzione immaginativa dei fatti stessi.»

[6] «in realtà; perché è così lontano il modo in cui si vive da quello in cui si dovrebbe vivere»

[7] «conservazione»

[8] «Cioè»

[9] «uno»

[10] «leale»

[11] «severo»

[12] «un principe deve essere così razionale da saper evitare l’infamia di quei vizi che gli potrebbero far perdere lo stato»

[13] «da quelli che glielo farebbero perdere, difendersi»


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