HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI

HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI

Lorenzo Neumann

HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI

L’«Hypnerotomachia Poliphili» tratta di un viaggio iniziatico che ha per tema centrale la ricerca della donna amata, metaforadi una trasformazione interiore alla ricerca dell’amore platonico. Per via dei continui richiami al paganesimo e alla filosofia ermetica, il romanzo, scritto in uno stile composito, ricchissimo di raffinati simbolismi e riferimenti letterari, di base lessicale latina ma con morfologia nel complesso italiana, secondo lo stile della lingua detta pedantesca a cui darà origine, accentua il suo carattere di essere destinato a una diffusione soltanto elitaria. La latinizzazione è generale, sia a livello grafico che fonetico  ma soprattutto sintattico e lessicale e tra le numerose allusioni ad altre discipline vi è anche quella all’alchimia, scienza occulta per eccellenza.

Polifilo, il protagonista, inizia la sua “battaglia d’amore in sonno” narrando di essersi trovato in sogno in una pianura silenziosa e incolta. In seguito si addentra in una selva oscura e selvaggia con grande timore e in questa si perde. Inseguendo un canto soave giunge sotto un albero, una quercia, e quivi si addormenta. Sognando gli pare di risvegliarsi in un luogo fantastico, ricco di meravigliosi monumenti e popolato da bizzarri animali e ninfe: da queste ultime è condotto davanti a tre porte. Polifilo attraversa la mediana e incontra finalmente Polia, la sua amata. Altre ninfe conducono la coppia attraverso folle di giovani amanti a un tempio in cui compiono sacrifici miracolosi. Da qui sono condotti da Cupido all’isola di Citera dove incontrano la dea dell’amore, Venere. Polia è persuasa a raccontare delle sue origini e del suo innamoramento, assistita da Polifilo che narra di come il suo amore fosse stato respinto da Polia e di come lei, infine, fosse stata costretta da Cupido a ricambiarlo. Gli amanti sono benedetti e finalmente uniti ma non appena Polifilo tenta di stringere a sé Polia, questa scompare e con lei il sonno.

TESTI:

  1. Polifilo sogna di addormentarsi
    2.  L’addio di Polia
  2. POLIFILO SOGNA DI ADDORMENTARSI

POLIPHILO QUIVI NARRA, CHE GLI PARVE ANCORA DI DORMIRE, ET ALTRONDE IN SOMNO RITROVARSE IN UNA CONVALLE, LA QUALE NEL FINE ERA SERATA DE UNA MIRABILE CLAUSURA CUM UNA PORTENTOSA PYRAMIDE, DE ADMIRATIONE DIGNA, ET UNO EXCELSO OBELISCO DE SOPRA. LA QUALE CUM DILIGENTIA ET PIACERE SUBTILMENTE LA CONSIDEROE[1].

a spaventevole silva et constipato Nemore evaso, et gli primi altri lochi per el dolce somno che se havea per le fesse et prosternate membre diffuso relicti[2], me ritrovai di novo in uno più delectabile sito assai più che el praecedente. El quale non era de monti horridi, et crepidinose rupe intorniato, né falcato di strumosi iugi3. Ma compositamente4 de grate montagniole di non tropo altecia. Silvose di giovani quercioli; di roburi, fraxini et Carpini, et di frondosi Esculi, et Ilice, et di teneri Coryli, et di Alni, et di Tilie, et di Opio, et de infructuosi Oleastri5, dispositi secondo l’aspecto de gli arboriferi Colli. Et giù al piano erano grate silvule di altri silvatici arboscelli, et di floride Geniste, et di multiplice herbe verdissime, quivi vidi il Cythiso, la Carice, la commune Cerinthe. La muscariata Panachia el fiorito ranunculo, et cervicello, o vero Elaphio, et la seratula6, et di varie assai nobile, et de molti altri proficui simplici, et ignote herbe et fiori per gli prati dispensate. Tutta questa laeta regione de viridura copiosamente adornata se offeriva. Poscia poco più ultra del mediano suo, io ritrovai uno sabuleto, o vero glareosa plagia, ma in alcuno loco dispersamente, cum alcuni cespugli de herbatura7. Quivi al gli ochii mei uno iocundissimo8 Palmeto se appraesentò, cum le foglie di cultrato mucrone ad tanta utilitate ad gli Aegyptii, del suo dolcissimo fructo foecunde et abundante. Tra le quale racemose palme, et picole alcune, et molte mediocre, et l’altre drite erano et excelse, electo Signo de victoria per el resistere suo ad l’urgente pondo9. Ancora et in questo loco non trovai incola, né altro animale alcuno. Ma peregrinando solitario tra le non densate, ma intervallate palme spectatissime, cogitando delle Rachelaide, Phaselide, et Libyade, non essere forsa a queste comparabile10. Ecco che uno affamato et carnivoro lupo alla parte dextra, cum la bucca piena mi apparve. Per l’aspecto del quale, gli capigli mei immediate se ariciorono, et diciò volendo cridare non hebbi voce. Il quale desubito fugite. Et io in me allhora alquanto ritornato, levando gli ochii inverso quella parte, ove gli nemorosi colli appariano coniugarsi. Io vedo in longo recesso una incredibile altecia in figura de una torre, overo de altissima specula, appresso et una grande fabrica ancora imperfectamente apparendo, pur opera et structura antiquaria11. Ove verso questo aedificamento mirava li gratiosi monticuli della convalle sempre più levarse. Gli quali cum el praelibato aedificio coniuncti vedea. El quale era tra uno et l’altro monte conclusura, et faceva uno valliclusio12. La quale cosa de intuito accortamente existimando dignissima, ad quella sencia indugio el già solicitato viagio avido ridriciai13. Et quanto più che a quella poscia approximandome andava, tanto più discopriva opera ingente et magnifica, et di mirarla multiplicantise el disio. Imperoché non più apparea sublime specula, ma per aventura uno excelso Obelisco, sopra una vasta congerie di petre fundato14. L’altitudine della quale, incomparabilmente excedeva la summitate degli collateranei monti, quantunche fusse stato el celebre monte arbitrava15 Olympo, Caucaso, et Cylleno. Ad questo deserto loco pure avidamente venuto, circunfuso de piacere inexcogitato, de mirare liberamente tanta insolentia di arte aedificatoria, et immensa structura, et stupenda eminentia me quietamente affermai. Mirando et considerando tuto el solido et la crassitudine de questa fragmentata et semiruta structura de candido marmo de Paro16. Coaptati sencia glutino de cemento gli quadrati, et quadranguli, et aequalmente positi et locati, tanto expoliti, et tanto exquisitamente rubricati gli sui lymbi, quanto fare unque si potrebbe. In tanto che tra l’uno et l’altro lymbo, overo tra le commissure una subtilecia quantunque aculeata, del intromesso reluctata unquantulo penetrare potuto non harebbe17.

Commento

In questo passo l’autore utilizza l’innovativo e complesso espediente del sogno nel sogno per far passare il protagonista Polifilo dal sonno leggero a una dimensione onirica più alta, molto più piacevole e gioiosa, ovvero il sonno profondo. Con ciò, però, si crea anche una forte confusione circa quale Polifilo sia il nuovo narratore, in quanto pare che colui che racconti l’episodio, che termina con la fine del primo libro, sia il Polifilo che, fuggito dalla selva oscura e tenebrosa, si addormenta sotto a una quercia.

In seguito si procede con la descrizione del locus amoenus in cui Polifilo d’improvviso si ritrova, compiendo un vero e propriocatalogus arborum che rende palese l’influsso che i tacuina sanitatis hanno sull’autore stesso, e ci si sofferma sulla contrapposizione del simbolismo negativo, pauroso del lupo, che si dilegua non appena il protagonista tenta di gridare, e quello positivo, edificante della palma, il cui legno, benché schiacciato da gravi pesi e pressioni, non si spezza né si curva, ma, appena quest’ultimi sono rimossi, si risolleva.  

Infine si compie una minuziosa descrizione architettonica degli edifici a cui il protagonista si avvicina, dimostrando la natura culturale fortemente eclettica dell’autore, esperto tanto di botanica, quanto di elementi architettonici e di ingegneria.

  1. L’ADDIO DI POLIA[3]

Poliphile mia delitia, solo mio festivo refrigerio, amoeno solacio mio, et mio delitioso dilecto, et della mia mente praecipuo et terminato contento1. Et dominatore licentioso del mio aggladiato et confixo corculo2. A mi sopra tutti gli pretiosi thesori, et richissime divitie di gemme del mundo excessivamente aestimatissimo. Precote, non recensente quello che hora in aperto et perspicuo, infallibile cognosci3, et che hai potuto expressamente indefecto et rato comprehendere, nella diva praesentia positi di tante Nymphe4. Tutta tua individua, cum omni correlario me strictamente vovo, cum arctissima et iuridica deditione5 donariamente dedico, et inseparabilemente promettoti de gestare il tuo pretioso amore, giammai intimamente nativo et aeterno inquilino, nel mio tenace et ardente core. Et tua firmatissimamente io sum, et né de altrui fui unque si io vivesse più anni che il Terebyntho di Chebron. Tu sei quella solida columna et colume della vita mia, et verace et immobilissimo appodio et praecipuo mio Philoctetes6. Nella quale vedo perspicuamente omni mia refocilante sperancia salutare, stabilita, et commodulata de diamantini laquei7, et indissolubile cathene, dalla quale non posso divertire, né obliquare gli ochii mei, ma indefessa spectabonda. Et inulnati amplexabonda gli lactei et immaculati brachii circa al mio iugulo, suavemente mordicula cum la coraliata buccula basiantime strinse8. Et io propero la turgidula lingua ioculante Zacharissimamente succidula consaviantila ad extremo interito9. Et io immorigero in extrema dulcitudine delapso, cum mellitissimo morsiunculo osculantila, più lacessita me strophiosamente strinse, et negli amorosi amplexuli stringentime io mirai uno roseo rubore et venerabile, nelle sue nivee gene nativo diffuso, cum infectura rosea punicante, cum placido et Ebureo nitore della extentula cute renitente ad summa gratia et decoramento10. Et provocate da extrema dolcecia negli illucentissimi ocelli lachrymule perspicuo christallo emulante, et circularissime perle, più belle di quelle di Eurialo, et di quelle della stillante Aurora sopra le matutine rose rosulente suspirulante quella coelica imagine deificata, quale fumida virgula di suffumigio moscuo et ambraco, la aethera petente fragrantissimo. Cum non exiguo oblectamento degli coeliti spirituli11, tanto inexperto euosmo fumulo redolente, per l’aire risolventise, cum il delectoso somno celeriuscula dagli ochii mei, et cum veloce fuga se tolse essa dicendo12. Poliphilo caro mio amantime. Vale13.

POLIPHILO QUIVI FINISSE LA SUA HYPNEROTOMACHIA, DOLENTISE DEL SOMNO CHE NON FUE PIÙ LONGO. ET CHE IL SOLE FUE INVIDIOSO FACENDO GIORNO.

ANTO INOPINABILE DELECTAMENTO surrepto, et dagli ochii mei summoto quel spirito angelico, et subtracto fora dagli somnosi membri il dolce et suave dormire evigilantime, in quel punctulo14, Omè Heu me amorosi lectori, tutto indolentime per il forte stringere de quella beata imagine, et foelice praesentia, et veneranda maiestate, lassantime et deserentime tra mira dolcecia, et intensiva amaritudine15. Quando dal obtuto mio, se partirono quel iocundissimo somno, et quella diva umbra interrupta et disiecta quella mysteriosa apparitione et sublata16. Per le quale fue conducto et elato ad sì alti et sublimi, et penetrabili cogitamenti. Diqué per aventura il Sole de invidia agitato di cusì beato somnio, a depraedare la gloriosa nocte, como publico inimico et Sycophanta della divina Matre, cum gli illuminosi splendori subitoso vene et a dipingere di colore roseo l’albicante Aurora discussa la perpete nocte17. Et illustrato et interposito il recentato die, io rimansi stipato et completissimo di dolce, et argutula fallacia18. Cogitate dunque quale livore livido, alhora ello harebbe, si io realmente sentisse perfruendo gli proprii et voluptici dilecti, de cusì formosa et diva damicella, et insigne Nympha, che esso non sostene (arbitro perché cum diva non lice) a cconcedermi la longa nocte (da indignatione) di Alcmena19. Heu me perché non commutoe egli uno alquantulo della sua celeritudine, cum uno pauculo di secordia, alla mia refecta quiescentia, et praeterire unotantulo il suo statuto20? Et perché alhora non mi fue arrogato il Stygio somno della Pyxide della curiosa Psyches? Et quivi Philomela anteluculo flendo promeva, tra gli spinosi rubi operta, et tra boscheti pressi di opaca coma di querculi, involuti della obliquante Periclymeno le violentie dell’adultero et infido Tereo, cum canoro garrito dicendo, Tereus Tereus, eme ebiasato21? Sospirando emerso et absoluto dal dolce somno repentuscule me lucubrai dicendo22. Vale ergo Polia.[4]

Tarvisii cum decorissimis Poliae amore lorulis, distineretur misellus Poliphilus.

.M. CCCC. LXVII. Kalendis Maii23.

Commento

In questo passo, composto dagli ultimi due capitoli dell’opera, Polia dichiara il suo amore al proprio amante, alludendo probabilmente al nome dell’autore  nel definirlo «columna et colume de la vita mia». Ciò si ritiene in quanto, secondo lo scrittore veneziano Apostolo Zeno, colui che per verosimiglianza è considerato l’autore della hypnerotomachia, il frate domenicano Francesco Colonna, avesse dedicato quest’opera, prima di prendere i voti, a Lucrezia Lelia, nipote di Teodoro Lelio, allora vescovo di Treviri, identificandosi con lo pseudonimo Polifilo, che altro non significa che «colui che ama Polia».

In seguito si giunge al culmine della storia d’amore, in cui i due si abbandonano al piacere e si giurano eterna fedeltà finché Polia scompare con l’approssimarsi dell’alba. Polifilo incolpa per ciò il Sole che, invidioso del suo sogno tanto piacevole, giunge a depredare la notte. Infine, ancora intontito ed estasiato dal lungo sonno amoroso, si sveglia.

Come in tutta l’opera, abbondano i riferimenti mitologici e i simbolismi oltre che le metafore e le similitudini, ma in questa parte, in particolare, si assiste a un costante uso di allitterazioni e vezzeggiativi, tipiche del linguaggio amoroso.

[1] Con piacere e diligenza considera il tutto sottilmente.

[2] Scampato alla spaventosa selva e alla fitta boscaglia e lasciati i trascorsi paesaggi, con le membra stanche e prostrate per il dolce sonno che le aveva pervase

3 da orridi monti e da rupi scoscese, né era tagliato da aspre giogaie

4armoniosamente

5coperte di giovani quercioli, di roveri, frassini, carpini, di ischi frondosi e lecci, di teneri noccioli, ontani, tigli, aceri, sterili oleastri

6di fiorite ginestre e delle più diverse, verdissime erbe. Qui vidi sparsi sui prati il citiso, la carice, la cerinta comune, la panachia muscaria, il ranuncolo fiorito, il cervicello o elafio, la serratula

7vi trovai una piaggia sabbiosa e piena di ghiaia, punteggiata qua e là di radi cespugli erbosi.

8delizioso

1unico mio refrigerio di gioia, mio voluttuoso piacere, delizioso diletto, termine assoluto della mia mente e della mia felicità

2arbitrario tiranno del mio trafitto e trapassato, piccolo cuore

3ti prego, non rimuginare su quanto adesso hai appreso con assoluta chiarezza e verità

4e che, ritrovatici alla divina presenza di tante ninfe, hai potuto evidentemente conoscere come certo e duraturo

5con tutta me stessa e tutto ciò che mi appartiene, mi voto e mi vincolo a te, con solenne dedizione e saldissimo giuramento

6tu sei la salda colonna e il vertice della mia vita, vero e inamovibile piedistallo, tu, mio unico Filottete

7in essa vedo chiaramente ogni mia salutare speranza rianimatrice, armoniosamente fissata da adamantini lacci e indissolubili catene, dalla quale non posso divergere né torcere i miei occhi, ma fissarla senza sosta.

8E avvinte in una stretta le candide e immacolate braccia intorno al mio collo, mi cinse baciandomi e mordendomi dolcemente con la piccola bocca rossa come corallo.

9Mi affrettai a baciarla giocando con la lingua ora tumida ora cedevole come zucchero, fino a morirne stremato

10senza più freni, abbandonandomi a un’estrema dolcezza, continuai a baciarla con mielati, piccoli morsi e quella, ancora più eccitata, mi strinse come una fascia, e mentre mi avvinghiavo in teneri abbracci amorosi, vidi nascerle e diffondersi sulle nivee guance un adorabile, rosato rossore, di un roseo porporino che si mescolava al soave, eburneo nitore della pelle levigata, splendente di una grazia e di una bellezza eccelse.

11° di quelle che l’Aurora stilla sopra le rugiadose rose mattutine, sospirava quella celeste immagine divina, come un ramoscello esalante un profumo fragrantissimo di muschio e ambra che s’innalzi al firmamento, con non lieve godimento degli spiriti celesti

12mentre l’inaudita, profumata fragranza di quel filo di fumo si dissolveva nell’aria, con il dilettoso sonno subitanea si sottrasse ai miei occhi sfuggendo veloce e dicendo

13mio caro Polifilo, amami. Addio

14Involatosi tanto indescrivibile piacere, rapito ai miei occhi quello spirito angelico, sottratta alle membra dormienti la dolcezza del soave sonno, mi risvegliai, proprio nel momento in cui

15ahimè misero, o amorosi lettori, tutto indolenzito dalla forte stretta di quella immagine beata, deliziosa presenza e veneranda sovrana, mi abbandonò desolato tra meravigliosa dolcezza e amarezza profonda

16proprio quando dai miei occhi se ne fuggì quel dilettosissimo sogno nel dissolversi di quell’ombra divina, mistica apparizione che s’infranse e svanì

17° depredare, con lo splendore dei suoi raggi, quella notte gloriosa, come un delatore, pubblico nemico della divina Madre, e a dipingere di rosei colori il candore dell’Aurora, dissolto il corso della notte.

18Trascorrendo si rischiarava il nuovo giorno e io rimanevo pervaso, come ricolmo della dolcezza di quel sottile inganno.

19Pensate dunque quale cupo livore avrebbe allora provato se io avessi realmente sentito e goduto a pieno gli esclusivi, voluttuosi piaceri di una fanciulla così divinamente bella, di una ninfa tanto nobile e insigne, al punto che, sdegnato, non avrebbe sopportato di concedermi, credo perché non è lecito con una dea, la lunga notte di Alcmena.

20Ahimè, perché non cambiò un po’ della sua celerità con un pizzico di indolenza e, tralasciata appena la sua legge, non mi restituì al riposo?

21Ora Filomela, piangendo all’alba, nascosta tra i rovi spinosi, tra i boschetti densi delle ombrose chiome di giovani querce avvolte dallo sghembo periclimeno, denunciava la violenza dell’adultero e infido Tereo, e garriva cantando queste parole: «Tereo, Tereo, mi violentò».

22all’improvviso ritornai in me e dissi

23Treviso, quando il misero Polifilo è stato sciolto dagli splendidi lacci amorosi di Polia. Il primo di maggio del 1467.