La teoria del piacere

La teoria del piacere

La “teoria del piacere” è una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggiore parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello “Zibaldone”, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio del 1820.

La “teoria del piacere” sostiene che l’uomo nella sua vita tende sempre a ricercare un piacere infinito, come soddisfazione di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell’uomo, che può concepire le cose che non sono reali. Poiché grazie alla facoltà immaginativa l’uomo può figurarsi piaceri inesistenti, e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna stupirsi che la speranza sia il bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all’immaginazione stessa. La natura fornisce tale facoltà all’uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad un’illusoria felicità. Anche l’occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli svariati bisogni che la natura ha fornito agli uomini) è una condizione che porta felicità nella vita dell’uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male più grande che possa affliggere l’umanità (vedi la canzone Ad Angelo Mai ed altri testi). La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono sempre ad immaginare e perdersi dietro ogni “bagattella”, ovvero riescono a distrarsi con ogni sciocchezza. Secondo Leopardi, l’umanità poteva essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la conoscenza scarsa lasciava libero corso all’immaginazione; nel mondo moderno, invece, la conquista del vero ha portato l’immaginazione ad indebolirsi, fino a sparire del tutto negli adulti.