LA REPUBBLICA ROMANA

LA REPUBBLICA ROMANA


A livello interno, i primi anni della res-publica vedono le lotte popolari per l’auto-affermazione contro il dominio esclusivo dei patrizi. Sono gli anni dello “stato plebeo”, delle ritirate sull’Aventino e delle ribellioni popolari. Ma la lotta in favore del popolo non è portata avanti soltanto da plebei; vi sono infatti anche patrizi ‘illuminati’ (quali ad esempio Appio Claudio) a sostenere tali rivendicazioni. Ai vertici del potere plebeo si trovano, in ogni caso, principalmente plebei potenti. La classe dominante finisce quindi per uniformarsi creando uno schieramento piuttosto omogeneo, interessato all’estensione territoriale e al consolidamento dei confini (e dei propri privilegi). Non si può infatti ancora parlare di due distinte classi, quella fondiaria e quella commerciale-burocratica, dato il basso livello di sviluppo dell’organizzazione economica e sociale.

A livello esterno,la politica romana oscilla inoltre tra l’alleanza con i latini (implicante appunto l’emancipazione dal tradizionale giogo etrusco) e quella con gli Etruschi e i Cartaginesi (due potenze sì distinte, ma tradizionalmente alleate in funzione anti-ellenica).Le prime guerre condotte dalla nuova Roma repubblicana sono finalizzate a riaffermare la propria importanza nel seno della Lega latina, e portano (dopo un conflitto conclusosi nel 493) alla stipulazione di un patto con quest’ultima (il foedus Cassianum) largamente favorevole a Roma. Inizia così per Roma la fase ‘espansiva’: con l’aiuto delle città-stato latine, di cui si pone a capo, la città difatti si annette nuovi territori, sconfiggendo i Volsci nel 431 (dando inizio inoltre alla pratica della deduzione delle colonie, pratica consistente nel trasferire in veste di coloni alcuni dei propri abitanti – i quali, almeno in questo primo periodo, non necessariamente sono cittadini disagiati – sui territori occupati).

Dopo la sconfitta dei Volsci (popolazione situata a sud della città) è la volta di Veio, città etrusca a nord di Roma.La guerra contro di essa, si conclude con la distruzione della città, nel 387, e con la prima annessione territoriale di Roma. Per la prima volta i territori conquistati non diventano infatti colonie latine (cioè di tutta la compagine), ma territori esclusivamente romani. E ciò perché Roma ha qui agito da sola, non essendo la guerra contro Veio e contro le città confinanti d’interesse per le altre città che compongono la Lega. La pratica dell’annessione prenderà d’ora in avanti sempre più piede, trasformando col tempo lo Stato romano nella massima potenza italica, e permettendo ad esso tra l’altro di sciogliere la stessa Lega latina.Successivi alla conquista dei territori etruschi saranno l’invasione e il saccheggio gallico di Roma del 390.Da questo tragico episodio la città romana uscirà tuttavia con una nuova alleata, la vicina Cere, col cui aiuto essa riuscirà a frenare l’avanzata gallica (383). Cere invece otterrà in cambio dei legami più stretti con Roma, come ad esempio il diritto di ospitalità.

In questi anni Roma continua dunque a crescere (sia a nord che a sud), tanto sul piano dei territori quanto su quello delle zone d’influenza. Conclusa la guerra per fermare l’avanzata dei Galli, Roma si scontra con i popoli Sannitici, abitanti delle zone montuose della Campania. Il dominio di questi popoli estremamente violenti e bellicosi sulle aree limitrofe determina da parte dagli abitanti di queste ultime più di una richiesta di aiuto alla potenza romano-latina. Ma, molto probabilmente, alla base di tale scontro vi sono anche i differenti interessi economici e una notevole diversità culturale.Roma dunque, rispondendo alle richieste d’aiuto dei Sidicini e di Capua, interviene in difesa delle popolazioni campane dando vita alla prima guerra sannitica (conclusasi nel 341), al termine della quale scioglie – dopo un breve conflitto – la stessa Lega latina, la quale ormai entra apertamente in contrasto con la sua potenza. Roma difatti, che ormai non è più una semplice città ma il centro di un vero e proprio Stato territoriale, non può tollerare di spartire il proprio potere con altre città-stato.

Essa diviene insomma una vera e propria città egemone, mentre i territori latini diventano rispetto a essa delle semplici province.Alla prima seguono le altre due guerre sannitiche (326-304; 298-290), nel corso delle quali la città di Napoli (Neapolis) nonché in generale la regione campana entrano a fare parte dell’orbita degli interessi romani. La politica di alleanza – in funzione anti-servile e anti-democratica – con le elitès locali sarà poi una delle basi dell’insediamento romano in queste regioni. Attraverso tale politica, i romani raggiungeranno infatti in pochi anni un pieno controllo sulle zone precedentemente conquistate, zone nelle quali inoltre essi fonderanno parecchi insediamenti colonici. Logica conclusione di queste guerre è infine lo scontro con le città magno-greche del sud d’Italia.Anche qui è la richiesta d’aiuto di Turi (una città magno-greca governata da un’oligarchia in crisi, in quanto minata dalla presenza di movimenti democratici) la molla che porta alla guerra contro l’intera compagine greca. Lo stesso sovrano dell’Epiro, Pirro, interverrà in difesa delle città magno-greche, subendo però (dopo un conflitto lungo e logorante) una sconfitta che lo costringerà a tornare in patria (275).

Così, per la prima volta, Roma si farà sentire anche oltre gli angusti confini del mare Adriatico, e la sua fama giungerà fin nei territori della compagine ellenistica, la quale da parte sua riconoscerà finalmente in Roma una grande potenza internazionale! Ed è in questi anni, molto probabilmente, che Roma inizia una propria attività di monetazione, smettendo di utilizzare per le proprie transazioni commerciali le monete di altri paesi: un altro segno della sua crescente importanza e della sua apertura ad un più ampio orizzonte economico e culturale. La nuova Roma, la nascente potenza internazionale che attorno al 270 ha ormai conquistato l’Italia peninsulare sia a nord (pur con il limite del nord Italia, ancora celtico) sia a sud (fino allo stretto di Messina, dopo le guerre contro i magno-greci), non ha ancora aspirazioni di carattere imperialistico: non segue infatti progetti organici d’espansione, ma si impegna piuttosto in azioni di mero consolidamento territoriale. Si può certamente parlare, dopo la vittoria su Pirro, di una maggiore sicurezza nei rapporti internazionali e di una maggiore aggressività militare, ma non ancora di imperialismo.

La storia dei decenni seguenti – che vedono la nascita di Roma come principale potenza del Mediterraneo occidentale – è caratterizzata da una politica internazionale che potremmo definire impulsiva, e che la trascina in imprese belliche molto rischiose da cui non potrà che uscire o fortemente ridimensionata (ovvero annientata come potenza internazionale) oppure – come effettivamente accadrà – ulteriormente ingrandita, aperta a una nuova dimensione mondiale e con un diverso assetto sociale. La guerra contro la potenza cartaginese, il più antico impero del Mediterraneo occidentale (nato dalla separazione di Cartagine nell’VIII secolo dalla città fenicia di Tiro, del cui impero commerciale costituiva la principale colonia), non è causata – come si potrebbe pensare – dalle ambizioni espansionistiche di Roma, né da quelle della sua rivale. Come in altre situazioni, anche qui è la richiesta d’aiuto di una città (Messina) la molla scatenante di un conflitto lunghissimo e di certo non preventivato, un conflitto sfuggito di mano ai suoi stessi artefici, divenuto in poco tempo una lotta per la sopravvivenza tra due opposte super-potenze.

I Mamertini chiamano in aiuto i romani contro il protettorato sulla loro città dei Cartaginesi (265); essendo lo stretto di Messina di grande importanza strategica per Roma (il cui dominio come si è visto giunge fino alla città di Reggio, situata sulla sponda opposta dello stretto) si decide per l’intervento. 

264: il console Appio Claudio si reca a Messina, anche se la situazione è in via di risoluzione: l’ambizione romana infatti molto probabilmente è quella di estendere le proprie influenze politiche anche in Sicilia: si fa perciò di tutto per fare precipitare la situazione e far esplodere un conflitto, anche se di certo non è preventivato uno scontro diretto con la potenza cartaginese. Gerone, tiranno greco di Siracusa, si allea con Roma in funzione anti-cartaginese. 
Come si vede è iniziata per Roma una fase militarmente più audace ed aggressiva, alla cui base però non c’è una strategia precisa e organica di espansione. A spingere in questa direzione sono in gran parte i nobili campani, entrati (come si è visto) a fare parte del Senato romano e favorevoli da sempre a una politica aggressiva verso il sud Italia. 

261: Roma si arma della sua prima flotta da guerra e affronta la sua avversaria sul mare: celebre vittoria di Milazzo (260) ma anche molte sconfitte: la guerra comincia a pesare a Roma e a perdere consensi (sia tra il popolo, che come si è visto è la vittima principale dei conflitti di lunga durata, sia tra i senatori, non tutti favorevoli a essa sin dall’inizio – segno questo dei differenti indirizzi politici che stanno prendendo la classe nobiliare e quella dei plebei ricchi). Resta, in ogni caso, l’entusiasmo romano per i successi ottenuti sul mare. 

256: riprendendo il sogno di Pirro e di molti tiranni siracusani, Atilio Regolo (della famiglia campana degli Atili), si reca in Africa nella speranza di portare a termine la guerra e di sconfiggere il nemico sul suo stesso terreno. L’impresa sarà un insuccesso e, pur nella sua audacia, un’azione insensata che causerà ingenti perdite ai romani.
Oramai non si può più tornare indietro, dopo tanti anni di guerra la posta in giuoco non può più essere solo la Sicilia: in base alle spese sostenute da ambo le parti, la guerra deve concludersi con una vittoria definitiva di una potenza sull’altra. Ciò in base al principio antico, secondo il quale la guerra deve autofinanziarsi, ovvero coprire le proprie spese, attraverso i suoi stessi successi militari! Inizia perciò in questi anni a delinearsi la prospettiva di un conflitto ‘totale’ tra le due potenze.
L’episodio di Regolo è indicativo inoltre di una certa immaturità della classe dirigente romana nell’affrontare problemi e conflitti più vasti, più ad ampio raggio rispetto a quelli del passato.La guerra si sposta di nuovo in Sicilia, proseguendo fino al 241; la fortuna di Roma è che le alleanze greche in Sicilia reggono nel corso di tutto il conflitto; in patria invece, dopo tanti anni di guerra, la situazione è molto più critica. Per alcuni anni si ricorre anche a una dittatura (Atilio Catalino); nel 241 si ha la definitiva vittoria romana, nella battaglia contro Annone delle isole Egadi: Roma ottiene una notevole indennità di guerra, la Sicilia e la restituzione degli ostaggi. Nonostante la vittoria però, questa impresa le è costata molto in termini di risorse economiche.
La pace che segue è quindi chiaramente da intendersi come una tregua: le due potenze sono pronte infatti a fronteggiarsi nuovamente, anche se dopo un periodo di riassestamento.Dopo essere stata impegnata sul fronte mediterraneo, Roma si concentra ora su quello italiano, pensando a consolidare i suoi confini contro i molti nemici interni. 
238: attacca i Cartaginesi in Sardegna, ottenendo la cessione dell’isola assieme alla Corsica. Successivamente si sposta nel nord della penisola, dove iCelti costituiscono ancora una minaccia per i territori settentrionali, liberando le regioni attorno alla valle Padana e iniziando una vasta opera diromanizzazione di quelle zone. Una delle ragioni per cui riesce tanto facile a Roma la conquista delle isole occidentali è il fatto che i Cartaginesi, dopo la prima guerra punica, cercano di espandersi nei territori iberici piuttosto che su quelli italiani. In questo modo, oltre a limitare l’estensione romana in quelle zone, essi riescono a ridare nuova linfa al proprio Impero e a prepararsi a sferrare un nuovo attacco contro Roma! Ciò conferma come inevitabilmente il conflitto tra le due potenze rimanga aperto, pronto a esplodere nuovamente negli anni futuri.Roma tuttavia non intraprende missioni militari soltanto all’interno della penisola italiana. Assolve anche a una missione di pulizia dei mari adriatici dalle orde dei pirati illirici (per favorire gli interessi economici di alcune città-stato italiche, appartenenti alla sua coalizione), che la porta a scontrarsi militarmente con il regno Illirico (nella zona balcanica), dal momento che esso vive essenzialmente di pirateria.

Si deve poi tener conto del fatto che tale regno gravita nell’orbita della Macedonia, e che quindi Roma attaccandolo, distruggendone la flotta e creando (228) un principato formalmente autonomo ma gravitante in realtà nella sua sfera d’influenza, va a intaccare gli interessi macedoni, creandosi così un nuovo potenziale nemico.Alla fine del conflitto con Cartagine Roma è stremata: ed è la plebe la principale vittima di questa lotta, che l’ha costretta a trascurare le sue terre e i suoi profitti, e a sacrificare parte dei propri prodotti per il sostentamento dell’esercito. Depauperamento significa poi ampliamento dei confini cittadini e inasprimento del problema sociale. Il Senato, da parte sua, è spaventato dalla massa sempre crescente di plebei che popolano Roma, rendendola tra l’altro sempre più ingovernabile attraverso le istituzioni tradizionali.

 Nel 219, Annibale (generale cartaginese) pone l’assedio a Sagunto, città sotto il protettorato di Roma, determinando così il casus belli; anche nel caso di questo conflitto però, non tutti a Roma sono favorevoli.Il piano di Annibale e di Cartagine è quello di portare la guerra in Italia attraverso le Alpi (come effettivamente farà), e lì di scardinare la compagine romana (cosa che sui tempi lunghi riuscirà in parte a fare) per limitare la potenza di Roma sul piano internazionale, riacquisendo il ruolo di potenza egemone.Roma invece imposta la guerra su due fronti: in Spagna e in Italia. Suo obiettivo è di tagliare le gambe al nemico sul territorio iberico (da dove provengono tutte le sue risorse militari) e fare quadrato di fronte alle invasioni italiche.Col tempo Annibale arriverà fino nel sud d’Italia, ma la guerra in Spagna sarà fondamentale per vincere il conflitto! Annibale in Italia! 
217: sconfitta dei Romani sul lago Trasimeno e dilagare del nemico nella penisola. A Roma viene instaurata la dittatura di Fabio Massimo (senatore di parte aristocratica), il quale elabora e mette in atto la strategia bellica che sarà utilizzata sul fronte italico, strategia consistente – più che in scontri frontali col nemico – in lunghe manovre di logoramento. Tale strategia verrà seguita nel corso di tutto il conflitto in Italia. In questo periodo inoltre il Senato, approfittando della situazione particolarmente difficile, riuscirà a prendere in mano le redini della guerra, ponendo così i presupposti del suo futuro monopolio politico-militare.A questo punto però, le risorse dello Stato già non bastano più a finanziare la guerra, e si è perciò costretti a ricorrere ai finanziamenti di alcuniprivati cittadini particolarmente ricchi, ovvero di alcuni esponenti della prima classe di censo: inizia così, in questi anni, l’affermazione a livello finanziario della classe dei cavalieri, i quali col tempo acquisiranno pressoché totalmente il monopolio sugli appalti statali.
215: Viene stipulata un’alleanza tra l’Impero cartaginese e la Macedonia di Filippo V in funzione anti-romana. Filippo attacca i territori balcanici (l’Illiria) di Roma, mentre quest’ultima reagisce alleandosi con la lega Etolica, in rivolta da tempo contro la dominazione politica macedone.
Roma dunque combatte ora addirittura su due fronti. In tal modo tuttavia, essa allontana il pericolo di un attacco congiunto di Cartaginesi e Macedoni.
Nel frattempo in Spagna i due Scipioni portano avanti un’opera di indebolimento del fronte cartaginese. Verranno uccisi entrambi dal nemico nel 211. 
211: Sulla scia dell’indignazione popolare viene eletto proconsole della Spagna Publio Cornelio Scipione, che presto diverrà (dopo l’ormai vecchissimo Fabio Massimo) il nuovo leader della guerra, portandola a compimento in favore di Roma. In pochi anni il giovane generale risolverà la situazione in Spagna, mettendo i nemici con le spalle al muro. 
205: Roma stipula una pace con la Macedonia. 
204: Publio C. Scipione detto Africano porta la guerra fino in Africa, dove nel 202 porta a termine la guerra, decretando inoltre la fine di Cartagine come stato autonomo e il ridimensionamento drastico dei suoi territori.
Quella portata avanti dagli Scipioni – come quella di Appio Claudio o di Gaio Flaminio prima di loro – è e sarà sempre una politica aperta e protesa verso il futuro, disposta ad assecondare i cambiamenti strutturali, sociali e culturali in atto (celebre ad esempio è la diffusione, dovuta agli ambienti degli Scipioni, della cultura greca in Roma). Ma come tale essa sarà anche fortemente invisa ai senatori.
Così gli Scipioni, pur guadagnandosi il plauso generale della plebe, accumuleranno nei propri confronti anche l’ostilità degli ambienti nobiliari più tradizionalisti, un’ostilità che esploderà alla fine della guerra macedone. La guerra macedone è il primo vero atto imperialistico di Roma: essa non nasce difatti solo da necessità di difesa e consolidamento dei propri territori, trovando la propria origine e la propria giustificazione anche nelle ambizioni di natura espansionistica della classe dirigente romana.

Questi i fatti essenziali della guerra contro Filippo V:

200: il Senato decide di attaccare la Macedonia. La ragione di tale decisione sta, oltre che nelle nuove ambizioni territoriali romane, anche in un rimescolamento delle sfere d’influenza tra gli stati ellenistici, rimescolamento dovuto a una temporanea debolezza dell’Egitto dopo la morte del sovrano. Con ogni probabilità, si teme un crollo di quel sistema di alleanze che è stato favorito con la pace del 205, e sul quale dovrebbe fondarsi la sicurezza dei possedimenti orientali di Roma.Gaio Quinzio Flaminino sarà il protagonista della politica orientale di questi anni. Imbevuto di cultura greca, il suo obiettivo è quello di tutelare l’indipendenza delle città-stato greche, esercitando però allo stesso tempo un protettorato romano sull’area interessata, ricavandone ovviamente anche dei vantaggi di carattere economico-politico. Flaminino rappresenta, al pari di Scipione, la Roma ‘nuova’ dei cavalieri, interessati fondamentalmente a sviluppare e a estendere una vasta rete commerciale e favorevoli a instaurare dei rapporti di collaborazione con gli altri Stati: insomma una Roma aperta al nuovo e propensa più a una politica basata su equilibri e mediazioni, che non su un imperio di tipo tradizionale. 

Una tale politica, seppure basata anche su considerazioni di natura pragmatica, non è comunque scevra di un certo idealismo di fondo, legato soprattutto al fascino esercitato su Roma dalla più antica e superiore cultura greco-orientale. Forte è dunque, come già si diceva prima, l’affinità tra Flaminio e il circolo degli Scipioni.
Ma Roma ha anche, nella Macedonia, un grande nemico, il quale tende a ostacolare i suoi interessi espansionistici in quelle zone, mostrandosi riluttante a piegarsi al suo predominio.
196: Flaminino sconfigge l’esercito macedone nella battaglia di Cinoscefale, costringendo Filippo a rispettare l’indipendenza greca. Una tale azione è un chiaro esempio del tipo di progetto che Flaminino vuole portare avanti, progetto che coniuga le istanze autonomistiche greche con quelle di dominio e di protettorato di Roma sulle regioni orientali. Ma i veri problemi per Roma iniziano proprio a partire da tale successo militare. Per essere coerente con il suo programma, infatti, Flaminio vuole una Grecia libera, guidata diplomaticamente da Roma, senza che alcun esercito si insedi sul suo territorio. Attraverso questo piano però (pur per certi versi economicamente molto vantaggioso) non sarà possibile tenere la situazione realmente sotto controllo. 
194: La lega Etolica chiama Antioco (re di Siria) in aiuto contro quella Achea. 
A sedare quest’ennesima rivolta verrà mandato perciò non più Flaminino ma Scipione l’Africano, nelle cui capacità tutti ripongono fiducia. Questi, con una campagna militare conclusa nel 188, ridimensiona la potenza siriaca trovando in Rodi e Pergamo (due piccoli regni ellenistici) gli alleati della propria politica d’espansione.
Egli avrà inoltre un’idea di dominio un po’ diversa rispetto a quella di Flaminino: il suo progetto infatti non consisterà tanto nel sorvegliare e controllare l’intera compagine ellenistica esercitando un semplice protettorato sulle città greche. Egli sceglierà piuttosto di intrattenere dei rapporti diretti e quasi personali con i regni orientali [si vedrà, nei prossimi anni, come i poteri personalistici e clientelari trovino, anche al livello dei rapporti internazionali, un grande rigoglio e un notevole ampliamento], sviluppando in tal modo un complesso sistema di alleanze internazionali.
Tuttavia, pochi anni dopo quest’ennesimo successo politico e militare e il successivo glorioso ritorno in patria, Publio Scipione Africano verrà destituito dal Senato: un evento questo apparentemente inspiegabile, le cui ragioni sono in realtà da ricercare – come si vedrà qui di seguito – nell’inizio di un nuovo tipo di politica da parte di quest’ultimo, tutta tesa ad accentrare attorno a sè i poteri dello Stato.Mentre gli anni compresi tra le guerre contro Cartagine (culminanti nella distruzione di questa nel 146) sono infatti caratterizzati da un enorme incremento territoriale, quelli seguenti (culminanti nella rivoluzione di Ottaviano) sono segnati dalla lotta per il potere tra due opposte fazioni politiche: quella oligarchica senatoria e quella popolare.

Ogni trasformazione, non solo sociale, implica un tramonto e un’alba, qualcosa che muore e qualcosa che sorge. In questo periodo di profondi cambiamenti, assistiamo dunque al declino dell’oligarchia senatoria e, contemporaneamente, all’affermazione progressiva di poteri di tipo personalistico ad essa antagonistici.

Cominciamo con il fare il punto sul Senato. Le trasformazioni interne e esterne hanno determinato esigenze profondamente nuove nella gestione dello Stato.
Il Senato (o meglio la parte più illuminata di esso) tenta in qualche modo di ‘aggiornarsi’ rispetto alla nuova situazione, per arginare il dilagare delle forze antagonistiche e rimanere quindi l’istituzione centrale. Tuttavia appare evidente l’impossibilità di tale cambiamento. Esso infatti, nella sua radicalità, finirebbe per snaturare la sostanza stessa di una istituzione che, in quanto oligarchica e nobiliare, si basa sul principio di eguaglianza tra pari (residuo, proprio delle caste, dell’antico spirito gentilizio) e sul dominio, esercitato da questi in modo unidirezionale, nei confronti della società.

Questo sforzo, in gran parte contraddittorio, di conservazione e di rinnovamento appare evidente in tutta la sua complessità nella figura di Silla, ultimo esponente di spicco dell’oligarchia senatoria (anche se tale sforzo rimane incompreso: Silla verrà infatti guardato con sospetto dai suoi stessi colleghi, i senatori).
Nonostante il Senato, all’inizio di questo periodo, sia ancora l’autorità politica suprema in Roma (essendo riuscito tra l’altro, attraverso strategie politico istituzionali, ad ampliare ulteriormente il raggio della propria influenza sul sistema delle cariche istituzionali e di governo) esso apparirà già con Pompeo un’istituzione in profonda crisi, la cui supremazia – non più indiscussa – è minata da nuove forze politiche che premono sotto la cenere.
Analizziamo ora i grandi mutamenti, in gran parte interconnessi, che stanno minando il predominio politico di un tale istituto. Sul piano sociale questi appaiono i fattori più rilevanti:

a) la tendenza all’aggravamento della questione agraria;

b) i conflitti sempre più evidenti tra gli interessi senatori e quelli degli equestri (= cavalieri);
c) le aspirazioni sociali e economiche, ormai indipendenti da quelle della classe dominante, delle masse popolari;
d) le rivendicazioni politiche dei popoli alleati a Roma (genericamente gli Italici);
e) la trasformazione graduale dell’esercito in esercito di professionisti;
f) il notevole incremento degli schiavi (dovuto in gran parte alle recenti guerre puniche e orientali), e il conseguente sviluppo di un’economia schiavile: soprattutto per il lavoro nei campi.

Sul piano politico, invece, si afferma la tendenza (che verrà successivamente sanzionata da Ottaviano, con la trasformazione di Roma in Impero) verso l’affermazione di poteri personalistici. (Non a caso, la storia di questi anni è, dall’inizio alla fine, caratterizzata da conflitti e lotte per il potere tra singoli individui).
E’ questo tipo di politica a minare l’autorità senatoria, e a decretarne più tardi la fine. In questo scenario compaiono le figure dei Gracchi che sono tra più discusse e controverse dell’intera storia romana. Non è facile esprimere un giudizio definitivo su personaggi così complessi, né è possibile farlo in poche righe di testo.
Tentando un bilancio delle loro vicende politiche, si può dire tuttavia che essi, con grande lungimiranza, abbiano individuato i limiti strutturali e profondi della società romana, e cercato di porvi rimedio attraverso nuove leggi. Nessuno dei due riesce a far approvare i propri progetti e a vederne la definitiva affermazione, ma ciò non deve stupire: il Senato infatti, sebbene sia già entrato in crisi, non è comunque sufficientemente indebolito da permettere ai suoi avversari di minare seriamente il proprio predominio. Le loro intuizioni però – soprattutto quelle del secondo – diverranno dopo la loro morte temi fondanti della politica repubblicana, pur essendo sempre contaminate da intenzioni demagogiche, né venendo inserite mai più in un programma di riforma organica della società romana.

Per questa ragione può essere considerato un democratico, erede della linea ideologica e politica dei Gracchi.Al termine del processo di estensione territoriale costituito dalle guerre puniche (conclusosi a metà del II secolo) si affermano in Roma sempre più chiaramente due indirizzi politici opposti tra loro:

– da una parte vi è quello, più conservativo, del Senato e della nobiltà terriera, spaventata all’idea delle possibili conseguenze di un’ulteriore estensione territoriale.
Un tale processo di ‘mondializzazione’ infatti, renderebbe sempre meno governabili attraverso le antiche strutture senatorie i territori dell’Impero, favorendo inoltre l’affermazione a livello politico dei ceti plebei: sia di quelli finanziari, sia di quelli popolari (i primi attraverso l’estensione dei mercati e degli appalti legati a guerre di conquista, opere pubbliche, ecc.; gli altri invece attraverso l’impiego nelle fila degli eserciti, divenuti oramai realtà di tipo professionale);
– dall’altra parte troviamo invece l’indirizzo politico (che col tempo finirà per prevalere) sostenuto dai ceti equestri, decisamente più aperto a una politica militare e di estensione territoriale.

Dal momento inoltre che una tale politica d’ampliamento richiede un uso sempre più massiccio delle forze armate, assistiamo in questi anni a una progressiva trasformazione di queste ultime in strumenti di potere e di imposizione anche a livello politico, in funzione ovviamente anti-senatoria. (Fatto che trova una chiara dimostrazione nella vicenda personale di Mario e – anche se ciò può sembrare paradossale – in quella di Silla). Un altro problema col quale lo Stato deve sempre più fare i conti è la presenza di vaste masse dei diseredati, di coloro cioè che sono rimasti privi di terre e di sostanze proprie, i quali – alla meglio – si riciclano impiegandosi negli eserciti, oppure si riversano nelle città, dove vivono di espedienti a spese dei cittadini più ricchi (secondo l’antica pratica clientelare). Nonostante inoltre la fine indecorosa sia di Tiberio sia di Gaio, le loro idee – soprattutto quelle del secondo ispireranno le strategie politiche dei popolari anche nei successivi decenni.

Erede immediato della politica dei Gracchi e del loro partito è Gaio Mario, un uomo la cui figura pubblica è indissolubilmente legata a quella dell’esercito.La sua vicenda politica è densa di incoerenze. Egli è infatti fondamentalmente un demagogo, un uomo che ‘si è fatto da sé’ (da cui l’espressione, che lo stigmatizza, di ‘homo novus’), sfruttando ogni occasione buona per elevarsi, attraverso i propri meriti militari, fino al rango senatorio e diventare – lui, che pure proviene da una famiglia equestre – il politico più in vista di Roma. Rispetto ai Gracchi (figure di impronta rivoluzionaria e idealista) egli ci appare decisamente più pragmatico e realista.D’altronde il suo rapporto con le masse popolari è più che altro strumentale, come dimostra il fatto che quando avrà bisogno di farlo, non tarderà a tradire la loro causa! Nonostante ciò, Mario è comunque un uomo ostile al Senato e alle vecchie istituzioni politiche, che come tale darà un grosso contributo al loro indebolimento. Suo antagonista e vincente nel conflitto che li vede rivali, Silla. Figura di grande fascino storico, per la lungimiranza e la capacità di comprendere i mutamenti profondi in atto nel suo tempo, Silla è tuttavia anche un personaggio profondamente ambiguo e contraddittorio.

La contraddizione di fondo della sua azione – che ne costituisce però anche l’originalità – sta nel tentare di arginare le forze antagonistiche al Senato adoperando i loro stessi mezzi. In questo modo, se da una parte egli riesce a ottenere una temporanea riaffermazione di quest’ultimo (dovuta soprattutto alla sua forte personalità), dall’altra la sua azione è la dimostrazione lampante dell’arretratezza della classe senatoria rispetto ai tempi nuovi. E’ sintomatico di questa situazione il fatto che nell’arco di tutta la sua carriera egli si scontri con la diffidenza dei suoi stessi alleati. Silla costituisce comunque l’ultima personalità di spicco della classe senatoria, e le sue imprese sembrano quasi il ‘canto del cigno’ dell’oligarchia e dei suoi valori.Gli anni successivi alla fine della dittatura sillana saranno caratterizzati dalla centralità istituzionale del Senato e, parallelamente, dall’emergere dopo Silla e Mario di nuovi protagonisti della vita politica. Il primo tra essi è senza dubbio Pompeo Magno.

Figlio di Pompeo Strabone, il generale che nel 90 aveva concluso la guerra sociale sconfiggendo la Federazione italica, Pompeo Magno ha ereditato da suo padre tanto un esercito personale quanto delle forti ambizioni di carattere politico. Iniziata la carriera pubblica come alleato di Silla, dopo la morte di quest’ultimo egli si allontana presto dalle sue posizioni, avvicinandosi agli ambienti politici democratici moderati (quelli, per intendersi, ostili all’orientamento rivoluzionario delle fazioni mariane). Il suo indirizzo politico oscilla infatti tra le posizioni oligarchiche più temperate e quelle dei plebei ricchi, ovvero degli equestri, oscillanti a loro volta – soprattutto, come si è visto, a partire dai Gracchi – tra l’alleanza con la plebe e quella con il Senato. Ed è appunto un tale indirizzo a rendere Pompeo l’uomo più adatto da porre come baluardo contro i movimenti anti-oligarchici (di stampo mariano) che ancora infuriano nell’Impero.

Per tale ragione egli riceve dal Senato (tra il 77 e il 72) un primo incarico ufficiale, il compito cioè di sedare alcune rivolte e disordini in Spagna, a capo dei quali si è posto un certo Sertorio, e che costituiscono un grave motivo di preoccupazione per la classe dirigente romana. Oltre a tali disordini, vi sono poi altri elementi di instabilità all’interno dell’Impero, essenzialmente: 
una nuova guerra contro Mitridate, re del Ponto, iniziata nel 74; 
alcune rivolte di schiavi (tra cui la più celebre è quella guidata da Spartaco nel 73, una rivolta che, partendo dalla Sicilia, finisce per coinvolgere tuttala penisola italiana); 
e infine il fenomeno della pirateria che infesta il Mediterraneo, con grande disappunto soprattutto delle classi commerciali, le quali rischiano di vedere minati i propri traffici. 

Al termine delle campagne iberiche, Pompeo affronterà infatti prima un guerra contro i pirati illirici (per la quale gli verranno concessi poteri straordinari, come ad esempio la possibilità di esercitare un libero comando militare su tutte le province romane) e successivamente il conflitto, che si trascina peraltro già da alcuni anni, contro Mitridate. Entrambe queste guerre inoltre, saranno sostenute con particolare vigore dai ceti equestri e da quelli popolari, interessati a una rapida soluzione dei problemi ad esse sottesi (essendo i loro proventi legati – più o meno direttamente – alle attività commerciali, disturbate tanto dalla pirateria quanto dalle mire espansionistiche di Mitridate). Come possiamo capire da quest’ultimo punto, Pompeo si appoggia, al fine di dare una base di consenso alla propria ascesa politica, a quelle classi le cui esigenze e aspirazioni trovano una scarsa risonanza nella politica e nelle istituzioni cittadine e nobiliari, e che sono perciò alla ricerca di una base politica che favorisca la loro affermazione. Appartiene dunque a quella schiera di uomini politici estremamente ambiziosi, che tentano di soddisfare le proprie personali aspirazioni di dominio attraverso i conflitti generati da una tale situazione.

Ciò tuttavia non pregiudica in modo irreparabile i suoi rapporti con il Senato, dato il suo orientamento fondamentalmente moderato. Vedremo più avanti inoltre, come gli sviluppi della vicenda politica interna porteranno a una vera e propria riconciliazione e alleanza tra i due.Al termine della guerra in Oriente, durata dal 66 al 62, nel corso della quale Pompeo ha sconfitto definitivamente Mitridate e ha dato un nuovo assetto alle zone orientali, il condottiero romano ha oramai sviluppato a livello generale una vasta rete di consenso popolare, e detiene inoltre degli enormi poteri a livello sia economico che politico, poteri derivanti dai successi delle proprie campagne militari e dalla fedeltà degli eserciti.Per tali ragioni, i tempi sarebbero ormai già maturi per la costituzione di uno stato tipo militare e imperiale, una soluzione che Pompeo potrebbe facilmente imporre al Senato, presentandola in pratica come un dato di fatto. Eppure questi, per ragioni peraltro in gran parte ancora oscure (si badi però che, oltre che un fatto storico, una tale decisione è anche una libera – e come tale forse non del tutto giustificabile – deliberazione umana), non lo fa.

E’ probabile comunque che Pompeo non voglia sovvertire tradizioni tanto radicate come quelle repubblicane, e assieme a esse la centralità stessa del Senato, anche per le conseguenze che un tale atto potrebbe avere in termini di ‘governabilità’. In ogni caso, prescindendo dalle ragioni di tale comportamento, egli preferirà muoversi in un modo che sia, almeno formalmente, rispettoso delle prerogative del Senato. (E’ opportuno notare poi come un tale atteggiamento di rispetto formale per l’istituzione senatoria rimarrà a lungo una costante anche nella condotta dei futuri condottieri romani, da Cesare a Ottaviano, con l’unica eccezione di Marco Antonio).
La nascita del primo Triumvirato (60) è dovuta infatti al rifiuto del Senato di avallare le proposte fatte da Pompeo per un nuovo assetto delle zone orientali (proposte che riguardano essenzialmente la fondazione di tre nuove province: Bitinia, Ponto, Siria), oltre che alla mancata concessione delle terre ai veterani del suo esercito.

Deciso quindi a non agire apertamente contro le istituzioni repubblicane, ma anche a non subire passivamente le decisioni del Senato, Pompeo escogiterà una terza via, chiamata ‘Triumvirato’, basata su un’alleanza privata con altri due potentissimi esponenti politici di quegli anni, i soli forse che possano competere con lui per influenza e notorietà: ovvero Giulio Cesare e Mario Licino Crasso. Mentre il primo è un giovane politico emergente di area popolare, imparentato alla lontana con Mario, l’altro è invece un ricchissimo finanziere, un uomo legato agli ambienti romani dei publicani (equestri) di cui è anche uno degli esponenti più in vista e più potenti. Alleandosi, i tre cercheranno di ottenere – attraverso tale patto, di natura non ufficiale e privata, basato cioè sull’idea di un aiuto reciproco tra i soci – ciò che il Senato non vuole concedere loro singolarmente.Tralasciando la figura di Crasso, che avrà in realtà un ruolo abbastanza marginale nelle vicende di questi anni, e che morirà durante una campagna militare in Siria presso Carre già nel 53, sono questi a grandi linee gli eventi più significativi tra il 60 e il 56:

a) Nell’anno del suo consolato, il 59, Giulio Cesare:
· fa approvare i progetti di Pompeo per la modifica dell’assetto orientale;
· promuove due leggi agrarie in favore dei veterani di Pompeo (includendo nelle terre distribuite anche l’agro campano: una zona tradizionalmente del patriziato romano, che nemmeno i Gracchi avevano osato toccare);
· favorisce attraverso vari sgravi fiscali i ceti finanziari più vicini a Crasso;
· assegna infine a se stesso il proconsolato dell’Illirico e della Gallia (Cisalpina e Narbonense), territori su cui costruirà negli anni futuri il suo potere privato.

b) Tra il 58 e il 56 (l’anno in cui viene rinnovato il patto triumvirale), Cesare estende (con il pretesto di difendere e consolidare i confini dei territori già acquisiti) il dominio romano in Gallia a tutta la regione, giungendo perfino a esplorare l’odierna Inghilterra e la Germania. Egli accumula in tal modo un enorme potere personale, data anche la straordinaria ricchezza naturale della zona su cui è ora impegnato.
La potenza di Cesare comincia perciò a far paura tanto a Pompeo quanto al Senato, ciò che finirà col tempo per determinare un loro avvicinamento, a seguito del quale Pompeo si troverà in una condizione molto simile a quella che era stata in precedenza di Silla, a essere cioè il difensore (pur nella propria veste di generale e di uomo di poteri eccezionali) dell’ortodossia romana contro i nuovi venti rivoluzionari e anti-oligarchici.

E’ oramai chiaro come il dissidio tra i due potentati, quello di Pompeo e quello di Cesare, non possa negli anni futuri che sfociare in un nuovo conflitto civile. Tuttavia, per il momento, un tale conflitto viene scongiurato attraverso il rinnovo del patto triumvirale, nel 56.
Attraverso tale contratto si decide di ripartire i possedimenti romani in modo equo tra i triumviri: a Pompeo spetta infatti la Spagna (in aggiunta ai domini orientali, su cui ha già esteso le sue influenze); a Cesare spetta per altri cinque anni la Gallia; mentre a Crasso viene assegnata la Siria (regione nella quale morirà nel 53, combattendo contro i Parti). Tuttavia, mentre Giulio Cesare si trova in Gallia, a Roma il Senato e Pompeo si coalizzano contro di lui, al fine di togliergli il proconsolato della Gallia. Di fronte alla minaccia di venire spodestato dalla propria carica e allontanato dai propri domini, estromesso quindi per sempre dalla vita politica, Cesare è costretto infatti a scegliere la strada del ritorno in Italia. Il dieci gennaio del 49 varca così il Rubicone (il limite estremo del pomerium, cioè l’inizio dei territori italici, e il confine della provincia gallica), per difendere – egli dice – la propria dignità e quella dei tribuni della plebe.

Ha così inizio la terza guerra civile che decreterà Cesare capo indiscusso di Roma.Nel 48 Giulio Cesare, d’accordo con il Senato, instaura così una dittatura, finalizzata al consolidamento dell’alquanto precario ordine interno. Le sue successive campagne militari – nel corso delle quali egli (come si è già accennato) eliminerà i residui ancora vivi di ‘pompeianesimo’ in Spagna e in Africa; ricomprenderà l’Egitto, e assieme a esso la regione numidica, all’interno dei territori imperiali; e sconfiggerà infine il sovrano del Ponto (questa volta non Mitridate, ma suo figlio Farnace) – non possono che consolidare il suo predominio sia politico che istituzionale su Roma. Sarebbe difficile elencare tutte le cariche politiche che Cesare assomma in questi anni nella propria persona (console per dieci anni; dittatore a vita col diritto di trasmissione delle cariche al proprio figlio; pontefice massimo; la carica di supervisore dei costumi; il diritto tribunizio – ossia il diritto di veto proprio dei tribuni – a vita…), ma deve comunque essere chiaro che tali cariche gli vengono assegnate – o quantomeno vengono approvate – dall’istituzione senatoria.

Cesare poi, dal canto suo, continua a esibire un profondo rispetto nei confronti di quest’ultima, come dimostra chiaramente l’episodio – avvenuto nel febbraio del 44 – del pubblico rifiuto del diadema imperiale che Marco Antonio (un personaggio del suo seguito politico, che avrà un grande ruolo negli anni a venire) tenta di porre sul suo capo. Egli vuole insomma render chiaro e manifesto a tutti di non avere nessuna intenzione di attentare alle prerogative costituzionali dell’antica Res-publica.
Oltre a tale episodio, sono una chiara manifestazione di questa intenzione anche molte deliberazioni politiche, volte essenzialmente a una riappacificazione con la nobiltà terriera: tra esse vi sono, ad esempio, le molte assicurazioni di tutela date alla proprietà fondiaria, e il perdono elargito ai pompeiani pentiti.

Il suo scopo quindi – quantomeno in apparenza – non è di andare contro le antiche istituzioni cittadine, ma al contrario di rispettarle e di governare al loro fianco. Il fatto allora che la sua vicenda personale si concluda tragicamente (Cesare – come tutti sanno – verrà brutalmente assassinato da una congiura di senatori, tra i quali compare il suo stesso figliastro Bruto, il giorno delle Idi di marzo del 44), non deve indurre a credere all’esistenza di un organico programma politico anti-cesariano, bensì piuttosto al desiderio – decisamente anacronistico – di alcuni nostalgici di restaurare le antiche prerogative senatorie. Questa azione, che di certo non raccoglie il consenso di tutti i senatori (e nemmeno molto probabilmente della maggior parte di essi), è da interpretare quindi come un gesto isolato, espressione forse di un malessere e di un risentimento serpeggianti, ma certo non di un programma politico alternativo. L’assassinio di Giulio Cesare inoltre, aprirà il problema della sua successione e, con esso, darà l’avvio all’ultima guerra civile del periodo repubblicano: quella tra Ottaviano e Marco Antonio.