IL FU MATTIA PASCAL TRAMA

IL FU MATTIA PASCAL TRAMA

La trama: Mattia, di famiglia benestante, rimasto orfano dei genitori, si trova ben presto in rovina per i furti dell’amministratore dei suoi beni. E’ così costretto ad accettare un posto di bibliotecario comunale, che gli viene offerto per misericordia, e si rassegna ad una vita grigia e mortificante, resa più penosa dalle continue angherie della suocera. Alla morte dell’unica figliuola, Mattia, esasperato, decide la fuga e si reca a Montecarlo, dove vince una ingente somma di danaro al Casinò. Divenuto ricco legge per caso su un giornale che al suo paese lo ritengono morto, essendo stato trovato un cadavere in avanzato stato di putrefazione identificato dalla moglie come il suo. Mattia decide allora di rifarsi una vita nell’anonimato. Assume il nome fittizio di Adriano Meis e si dà a lunghi viaggi, accorgendosi però che senza una identità civile riconosciutagli ufficialmente, gli è praticamente impossibile vivere in quanto non può risposarsi (ha incontrato una leggiadra e giovane donna disposta a legarsi a lui) e non può neanche denunziare un furto subito. Finge allora il suicidio di Adriano Meis e torna nei panni di Mattia Pascal, riprendendo la via del suo paese natale. Qui scopre che la moglie si è nel frattempo risposata. A lui non resta che ridursi a vivere con una vecchia zia, contemplando la vita degli altri e scrivendo le proprie memorie. Di tanto in tanto va a depositare dei fiori al cimitero sulla tomba che conserva i resti del defunto sconosciuto, ma che ha inciso sulla lapide il nome di Mattia Pascal. A chi gli chiede chi sia, risponde “io sono il fu Mattia Pascal”.

Con questa opera il Pirandello segnò il passaggio dal romanzo naturalistico a quello di introspezione, e perciò destò molte polemiche che giovarono al suo successo e non solo in Italia: fu, infatti, subito tradotta in francese ed in tedesco.
Anche nel romanzo Il fu Mattia Pascal si possono evidenziare la filosofia, la poetica e il nuovo eroe pirandelliano: il nessuno.

La filosofia: Mattia è un uomo oppresso dalla famiglia che vuole evadere da questa sua condizione di infelicità. Per uscire dagli schemi che la società gli ha imposto assume una nuova identità, ma si accorge che la società non gli permette nessuna via di scampo: non può sposarsi né tantomeno denunziare il furto dei suoi soldi perché non ha una identità giuridica. Sconfitto in questo tentativo di autodefinizione ritorna al suo paese, ma ormai per tutti è morto, è un nessuno. Potrà assumere solo l’identità che la società gli ha assegnato, quella del fu Mattia Pascal.

Le trappole: Sono ben evidenti in questo romanzo le trappole che la società costruisce. La famiglia, il porto sicuro di rifugio da ogni sciagura, diviene il luogo simbolo dell’alienazione dell’individuo. Mattia proprio lì inizia a perdere la sua identità ed acquistare quella maschera che la moglie e la suocera gli impongono. Anche la società con la sua burocrazia diviene un ostacolo insormontabile. Essa non gli permettere di vivere pienamente la sua nuova vita, perciò il protagonista è costretto a rivestire di nuovo i panni di Mattia. Ma la società sembra non perdonargli questa sua indipendenza, infatti, accertata giuridicamente la sua morte, Mattia potrà riprendersi la sua identità solo a patto di non essere più nessuno. In realtà anche Mattia accetta questa conclusione, anzi sembra incoraggiarla, il protagonista ha ormai capito che non nella vita che noi identifichiamo come reale che si può trovare la felicità, ma solo in quella che noi ci costruiamo, anche se alla fine saremo nessuno. È il prezzo altissimo che il nuovo eroe deve pagare per uscire da queste trappole ed essere finalmente libero di autodefinirsi.

La poetica: Il romanzo è una fusione continua dei due momenti dell’umorismo pirandelliano. Noi sorridiamo delle sciagure di Mattia, esultiamo delle sue momentanee vittorie, ma alla fine prendiamo atto del suo dolore, entriamo realmente nell’io del personaggio. Nella conclusione del romanzo troviamo il quadro completo: capiamo i suoi tentativi di fuga, essi non ci fanno più sorridere, ma diventano lo specchio evidente del disagio dell’uomo del novecento il quale non può far altro che essere schiavo della maschera che la società gli ha imposto.