DIDONE NELLA MITOLOGIA CLASSICA

DIDONE NELLA MITOLOGIA CLASSICA

Didone, chiamata anche Elissa, è una delle più celebri eroine dell’antichità, una figura mitologica, primogenita di Belo, re di Tiro. Nacque a Tiro nell’837 e la sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che uccise segretamente il marito di Didone, Sicheo, e prese il potere. In seguito all’assassinio Didone fuggì segretamente da Tiro, imbarcandosi, con tutti i suoi tesori e con la scorta di alcuni nobili di Tiro suoi fedeli, alla volta dell’Africa, per sfuggire alla crudeltà del fratello. Giunta nel territorio corrispondente alla Cartagine storica, essa chiese al potente Iarba, re di Getuli, un tratto di terra per potervi costruire la sua sede. Il re, in segno di scherno, gliene concesse tanta quanta ne poteva contenere una pelle di bue. Didone allora tagliò la pelle in strisce sottilissime, che congiunte insieme a formare un’unica linea continua, circondarono abbastanza terra da potervi costruire la città di Cartagine (chiamata Birsa, dal greco «pelle», con riferimento appunto alla pelle dell’animale). La città divenne ben presto ricca e florida: il suo benessere attirò le mire di Iarba, che per impadronirsene non esitò a chiedere la mano di Didone, minacciando in caso di rifiuto di muovere guerra alla città. Didone aveva giurato al suo precedente marito, Acerbas o Sicheo, eterna fedeltà; ma rendendosi conto delle aspettative dei suoi sudditi e al tempo stesso dei rischi che essi avrebbero corso nel caso di un suo rifiuto, finse di accondiscendere alla richiesta. Poi, con il pretesto di celebrare un rito funebre e insieme propiziatorio in onore del defunto marito, eresse la propria pira funebre e si uccise gettandovisi alla presenza di tutto il popolo. Dopo la sua morte, fu venerata dai Cartaginesi come una divinità e gli attribuirono il nume di fuggitiva.
Morì nel 759 avanti Cristo, Cartagine, Tunisia.
Virgilio, nella sua Eneide, trasse la figura di Didone facendone una donna indimenticabile del poema.
Rispetta la fuga di Didone da Tiro e la legenda della fondazione di Cartagine, ma il suo suicidio lo attribuisce all’amore per Enea, l’eroe troiano.
Virgilio immagina che Didone ed Enea siano contemporanei e che Enea, lasciata Troia distrutta, approdi in seguito ad una tempesta in prossimità di Cartagine, dove si innamorano.
Virgilio nell’Eneide rappresentò Didone come una donna di una bellezza trionfante e superiore nel portamento a tutte le dee, una donna di potere, fondatrice di una città che avrebbe per secoli conteso a Roma il primato, una città che i greci hanno odiato e combattuto e infine i romani cancellata dalla faccia della terra. Didone è per Virgilio sempre la “pulcherrima” donna bionda, alla quale Giove ha concesso la grazia di fondare una nuova Tiro e domare col diritto e la legge popoli alteri.
Virgilio narra che il principe troiano Enea fece naufragio sulle rive di Cartagine dopo essere sfuggito alla distruzione di Troia con il padre Anchise, il figlio Ascanio (o Iulo) e i compagni. Didone, che si era votata alla castità dopo l’uccisione del marito, accolse benevolmente i troiani e si innamorò di Enea, e i due divennero amanti. Didone voleva che Enea rimanesse con lei per sempre, ma l’eroe troiano non poteva perché il Fato gli aveva affidato il compito di fondare una città, dunque partire per l’Italia. Però sembrava che Enea fosse anche disposto a lasciare andare in fumo i grandi destini che gli aveva promesso il Fato e rimanere a Cartagine, ma Giove gli spedì il solito Mercurio per richiamarlo al dovere e imporgli di riprendere subito il mare. “Italiam non sponte sequor” Allora egli dovette obbedire ed abbandonare, non senza un sincero rimorso, Didone, disperata in vista delle navi troiane che salpavano da Cartagine, fece innalzare un rogo sul lido, vi salì, e mentre si levava la fiamma, si trafisse il cuore. Quando, più tardi, Enea scese all’Inferno per trovarvi il padre Anchise, Virgilio fece sì che Enea intravedesse, tra le ombre, quella di Didone e cercasse di avvicinarla, ma l’ombra si scostò da lui, senza una parola, si dileguò, ravvicinandosi all’ombra del marito Sicheo.

La rielaborazione del mito di Didone non fu propria solo di Virgilio.[4] Già Ennio e Nevio se ne erano impossessati e come Virgilio lo avevano utilizzato per attuare un aggancio tra leggenda e storia dando implicitamente una giustificazione mitica all’origine delle guerre tra Roma e Cartagine, al presunto “odio atavico” tra i due popoli.

Dante nella Divina Commedia colloca Didone nel Canto V dell’Inferno, in compagnia dei celebri Paolo e Francesca, nella schiera degli spiriti lussuriosi. Nel canto Dante inizialmente non cita per nome Didone, ma la descrive mediante una perifrasi che ne indica i peccati e il nome del marito (L’altra è colei che s’ancise amorosa, /E ruppe fede al cener di Sicheo); successivamente, sempre nello stesso canto, la nomina esplicitamente (cotali uscir de la schiera ov’é Dido, a noi venendo per l’aere maligno, sì forte fu l’affettuoso grido). Didone, infatti, legandosi a Enea si rese colpevole del tradimento della memoria del marito morto Sicheo, e infine si tolse la vita una volta che Enea l’abbandonò per continuare il viaggio indicatogli dagli dèi.[5]

Il topos letterario della donna abbandonata, di cui Didone fa parte, ha viaggiato nella letteratura fino ad Ungaretti in età moderna. Dalla Medea di Euripide e Apollonio Rodio (che ne descrive la giovinezza e l’ingenuità) fino all’Arianna di Catullo del carme LXIV e alla Didone virgiliana e a quella ovidiana della VII epistola, a tutti gli effetti più donna che regina.