TIRTEO DI ATENE OPERE

TIRTEO DI ATENE OPERE

VITA
Visse ed operò a Sparta, per la quale combatté durante la seconda guerra messenica (650 circa a.C.),ma varie fonti antiche affermano che era originario di Atene e riportano una leggenda secondo la quale gli Spartani, messi in crisi dai Messeni, su consiglio dell’oracolo di Delfi, chiesero un capitano agli Ateniesi, i quali per scherno mandarono a Sparta un maestro di scuola o, secondo altre versioni, un poeta zoppo e deforme. Secondo Pausania, gli Ateniesi inviarono proprio Tirteo, che oltre tutto
sembrava di scarsa intelligenza, perché non volevano affatto aiutare gli Spartani a conquistare la
Messenia, ma neanche disobbedire all’oracolo del dio.
Il modesto personaggio si rivelò invece prezioso: Polieno racconta che durante una battaglia contro i
Messeni, gli Spartani, decisi a vincerla o a morire, incisero i propri nomi sugli scudi, per poter essere
riconosciuti in caso di morte. Tirteo decise di allentare la sorveglianza sugli iloti, nella speranza che
alcuni disertassero, ed in effetti una parte si rifugiò tra le file nemiche e parlò loro delle scritte sugli
scudi; i Messeni, intimoriti, opposero una scarsa resistenza e gli Spartani vinsero la battaglia.
Tirteo fu comunque un cittadino spartano a pieno diritto ed appare così bene inserito nel codice di
valori della pòlis dorica che la sua origine ateniese è stata messa in dubbio da alcuni studiosi moderni.


Opere
La sua opera va inserita insieme a quella di Callino tra le elegie parenetiche, secondo alcuni destinate all’esercito, secondo altri alla consorteria politica dell’eteria. Lo storico Filocoro afferma che gli Spartani, dopo la vittoria sui Messeni, presero l’usanza nelle campagne militari di cantare a turno le poesie di Tirteo dopo aver cenato, quindi nel contesto del simposio, ma questo non implica affatto che in precedenza esse non fossero state cantate durante la battaglia per esortare i soldati a combattere valorosamente, come la tradizione afferma.
Per quanto ne sappiamo, la produzione di Tirteo comprendeva:
• un’elegia chiamata Eunomia (“buon governo”), forse originariamente un poema o una raccolta
di poesie riguardanti l’origine e la struttura del governo spartano;
• le esortazioni in versi elegiaci;
• i canti di guerra in anapesti.
Sono pervenuti a noi solo pochi frammenti di una raccolta di elegie divisa in cinque libri, di cui tre
elegie sono quasi integre.
Come Callino, anche Tirteo condivide il codice etico omerico, ma adattandolo alla realtà spartana:
infatti i suoi eroi sono senza volto e senza nome; il suo è un eroismo collettivo, non individuale.
Caratteristicamente spartano il forte senso estetico, più che etico, che permea le sue elegie e che
costituisce una dominante dell’eroismo dorico: il giovane deve combattere in prima fila perché è
brutto vedere gli anziani morti nella polvere, mentre il giovane è bello sempre, da vivo e da morto.
Questo atteggiamento lo differenzia da Callino.
La lingua delle elegie di Tirteo è il dialetto ionico, ma vi sono elementi dorici. Egli per primo introdusse
nella mentalità dell’uomo greco l’idea di una vita dopo la morte, anche se in che termini questa vita
fosse da intendere non è ben specificato. Egli utilizza un linguaggio tradizionale, prevalentemente
omerico, ma adattato alle esigenze del codice di valori spartano.