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MUSSOLINI E LA PRESA POPOLARE DEL FASCISMO

MUSSOLINI E LA PRESA POPOLARE DEL FASCISMO

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“Mussolini cadde nel fatale errore di voler trasformare in una grande potenza guerriera e imperiale un paese che mancava delle risorse industriali necessarie per questo scopo e il cui popolo, a differenza dei tedeschi, era troppo civilizzato, troppo smaliziato, troppo realista per lasciarsi sedurre da tali vuote ambizioni. In fondo, il popolo italiano, a differenza dei tedeschi, non aveva mai accettato il fascismo. Lo aveva semplicemente sopportato, sapendo che esso rappresentava una fase transitoria. Di ciò Mussolini, verso la fine, sembra che se ne rendesse conto. (…) Per salvare Mussolini, in Italia non fu sparato un solo colpo di fucile, nemmeno dalla milizia fascista. Non una voce si levò in sua difesa. A nessuno sembrò importare il modo umiliante con cui era stato liquidato: l’ essere stato scacciato dalla presenza del re e spedito in carcere in una ambulanza. Al contrario: la sua caduta suscitò un giubilo generale. E anche il fascismo crollò non meno facilmente del suo fondatore.” (William L. Shirer, “Storia del Terzo Reich”).

A pochi giorni di distanza dal 25 aprile e dalle polemiche che anche quest’ anno lo hanno purtroppo caratterizzato, desidero prendere spunto dalle parole di uno dei più importanti storici dell’ epoca tra le due guerre mondiali, William Shirer, per confrontarci su quale sia stato il vero ruolo storico e la vera penetrazione popolare del fascismo in Italia.
Io mi sono formato la convinzione che la tesi di Shirer qui riportata sia corretta. Mussolini mantenne saldo il suo dominio sull’ Italia per vent’ anni senza però fare davvero breccia nei cuori della maggioranza del popolo. L’ ideologia fascista non fu mai l’ ideologia delle masse dei nostri concittadini: essi sopportarono il fascismo finché le cose andavano bene, ma non lo accettarono mai come una realtà sacra e intoccabile. A differenza del caso tedesco, l’ identificazione tra partito e stato non fu totale in Italia, né la stessa figura del Duce fu mai elevata all’ altezza di quella del Führer. Il popolo italiano non fu mai davvero trascinato dall’ idea dell’ Impero e dalle ambizioni di gloria militare di Mussolini e del fascismo. Per questo la prospettiva della guerra non esaltò le masse italiane, neanche quando questa sembrava essere una passeggiata; esse avvertivano che il conflitto bellico, comunque, sarebbe stato vinto da qualcun’ altro, fossero questi i tedeschi, mai visti come veri alleati, o gli inglesi. Gli italiani desiderarono sempre e solo la pace e, in questo, non si identificarono nel Duce e nella sua ventennale retorica militaresca e di conquista. Per questo il fascismo crollò in un battere di ciglia quando la situazione bellica precipitò e solo pochi nostri connazionali, soprattutto se consideriamo i lunghi anni di propaganda del regime fascista, rimasero fedeli a Mussolini.
Con questo non voglio assolutamente cadere nell’ errore di negare che il regime fascista abbia avuto un forte consenso popolare; sarebbe cadere in quella che io chiamo storiografia migliorista, (quella storiografia che vuole più o meno consciamente migliorare la realtà dei fatti mentre li ricostruisce).
A mio avviso è la natura del consenso del regime fascista a rendere l’ esperienza italiana profondamente diversa da quella della Germania di Hitler. Il consenso che il regime nazista si guadagnò fu, per varie ragioni, decisamente più profondo di quello del regime fascista e, soprattutto, decisamente più vero, più indirizzato al regime in quanto tale, un regime legittimato anche oltre le singole decisioni prese. Per questo la Germania andò incontro alla disfatta rimanendo unita intorno al suo capo, mentre la grande maggioranza degli italiani abbandonò il Duce non appena le cose iniziarono ad andare male. Quando, nell’ estate del 1943, il regime cadde, si era già da tempo consumata la rottura tra la maggioranza del popolo italiano e il fascismo. Per questo il Re, che era da anni una figura solo rappresentativa, fu visto come un eroe quando mise in atto il suo colpo di stato.
La mia idea sulla questione qui espressa è ovviamente opinabile e, per questo, spero di poter leggere alcune altre interpretazioni, concordanti o alternative che siano. Mi auguro vivamente però che nessuno voglia svilire il dibattito cadendo in inutili slogan sul Duce o su qualunque altro personaggio storico, ideologia o partito.


William Shirer è stato un profondo conoscitore del nazismo che ha vissuto in presa diretta da giornalista inviato in Germania. Credo invece che della realtà italiana avesse una idea molto meno precisa. Ma è la premessa del suo ragionamento ad essere per me sbagliata : non si può giudicare il consenso acquisito dal regime fascista partendo dalla sua caduta, nel contesto di un Paese messo in ginocchio dalla guerra mondiale.
Personalmente ritengo che se l’Italia non fosse entrata in guerra il fascismo si sarebbe mantenuto saldo al potere. Gli italiani si distanziarono dal fascismo allo stesso modo con cui vi avevano aderito: valutandone pragmaticamente gli esiti. Il boom dei tesseramenti si ebbe negli anni trenta quando ill fascismo seppe dare risposte alla crisi economica migliori di molti altri paesi. Lo abbandonarono quando apparve chiaro che l’alleanza con la Germania li conduceva verso il baratro.
Detto questo è assai arduo valutare quanto sia sincero e diffuso il consenso in una dittatura. E il fascismo non fa eccezione a questa regola. O possiedi dei dati che ti possano consentire di misurarlo prima che il movimento o il partito conquisti il potere, come nel caso del nazismo, oppure cerchi di trovare nel modo con cui cui la società, nei suoi molteplici aspetti, si rapporta con il regime degli spunti di interpretazione. Ma è chiaro che il grado di soggettività rimane molto alto.
Per quanto riguarda il fascismo credo che occorra evitare le opposte generalizzazioni. Da una parte è chiaro che non tutti coloro che prendevano la tessera del partito o erano iscritti alle varie organizzazioni che miravano a irregimentare la società, aderivano convintamente all’ideologia fascista. Ma sarebbe altrettanto superficiale pensare che il consenso al regime fosse in gran parte derivante da una sopportazione passiva.
L’adesione al fascismo era sicuramente meno profonda rispetto a quanto avenne in Germania con il nazismo. E infatti il fascismo non riuscì a realizzare compiutamente la su aspirazione totalitaria. Ma non per questo non fu autentica. Ne tantomeno fu passiva.
Infine è assai probabile che proprio la conquista dell’Etiopia abbia rappresentato uno de momenti più alti del consenso popolare raggiunto dal fascismo. Inizialmente la campagna etiopica fu accolta con diffidenza temendo che potesse rappresentare un interruzione della politica di pacificazione sino ad allora perseguita con l’Occidente. Ma quando ci si accorse che Francia e Inghilterra non sarebbero giunti a uno scontro frontale con L’ Italia ( anzi le sanzioni economiche vennero presto abolite) l’adesione al progetto coloniale divenne sempre più convinta. Tanto più che il colonialismo fascista partiva da presupposti diversi da quello tradizionale: non aveva come obiettivo quello di sfruttare le regioni conquistate ma di offrire alla popolazione lavoro e terra da coltivare, intercettando in queste modo le istanze dell’Italia contadina, che rappresentava uno dei pilastri su cui poggiava il consenso al regime.


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