Lucrezio De Rerum Natura

Lucrezio De Rerum Natura

Lucrezio De Rerum Natura

L’unica opera a noi nota di Lucrezio è il De rerum natura, un poema didascalico in esametri diviso in sei libri. In esso è esposta in modo sistematico la filosofia dell’epicureismo. Il compito che si prefigge Lucrezio è indicare la via di conoscenza razionale delle cose che sconfigga le paure umane, provocate da quel complesso di credenze e di superstizioni che vanno sotto il nome di “religio”. L’autore, quindi, nel primo libro, fa un elogio ad Epicuro in quanto è stato il primo, con la sua filosofia, a riuscire ad andare aldilà della “religio” e a conoscere la vera natura delle cose. Il filosofo greco è descritto quindi come un eroe e, negli elogi successivi, una divinità. L’enfasi può sembrare eccessiva, ma non si può intendere la divinizzazione di Epicuro se non nell’ambito della polemica contro le divinità tradizionali, tema centrale dell’epicureismo. Il titolo è comune a molti trattati filosofici greci e in particolare di due opere che in modo diverso rappresentano per Lucrezio un modello: il Perì physeos (traduzione greca di de reum natura) d’Empedocle di Agrigento e l’omonima opera di Epicuro, per noi perduta, di cui Lucrezio intende tradurre in versi il contenuto. Un altro modello è Ennio, primo poeta latino autore d’opere di filosofia. Il poema rivela una forte coesione strutturale complessiva: è, infatti, preceduto da un proemio e concluso da un epilogo, che hanno la funzione di delimitarne la trattazione e di rilevarne la stretta connessione con le altre parti del poema; i sei libri sono a loro volta articolati in tre coppie in cui i libri dispari forniscono le premesse concettuali per la spiegazione dei fenomeni analizzati nei libri pari successivi. 

Il poema si apre con un inno, secondo i canoni tradizionali dell’epica, ad una divinità, Venere, invitandola a creare un clima di pace e serenità proprio nel momento in cui si accinge a scrivere: condizione imprescindibile affinché egli possa portare a compimento l’opera dalla quale il suo primo destinatario, Memmio, possa trarne i dovuti insegnamenti. Nel passo Venere viene presentata come la forza vivificante della natura in tutte le sue manifestazioni (vv. 6-9). La dea, in quanto datrice di vita, è anche l’unica forza che sa neutralizzare, con il fascino irresistibile dell’amore, la forza distruttiva di Marte, dio della guerra e della morte. Che un poema poggiato su una concezione materialistica, come quella epicurea (secondo cui gli dei se esistono, non s’interessano degli uomini), si apra con un’invocazione ad una dea è un fatto molto sorprendente. Forse Lucrezio vuole celebrare la dea depositaria della “pax”, uno dei valori distintivi dell’epicureismo; altri pensano a Venere come al simbolo della “voluptas” epicurea; altri ancora pensano che si tratti della forza fecondante della natura; altrimenti l’invocazione potrebbe essere un’allegoria del principio di vita contrapposto a Marte, allegoria del principio di morte. E poi Venere è la dea protettrice della gens Iulia e della gens Memmia. Forse Lucrezio, per rendere benevolo e partecipe il proprio lettore, sospettoso della forza evasiva del messaggio epicureo, è semplicemente ricorso ad una dea cara al culto e alla memoria dei romani.
Dopo quest’inno e il primo elogio ad Epicuro, nei libri I e II abbiamo una descrizione fisica del mondo, preliminare alle altre considerazioni sull’uomo e sulla vita. La materia e il vuoto s’inseriscono qui in un vasto spazio cosmico in cui s’avvicendano i movimenti e le combinazioni degli atomi. Nei libri III e IV la dottrina fisica è estesa ai fenomeni del mondo umano. Nel III libro è esposta, dopo un secondo elogio ad Epicuro, la dottrina psicologica epicurea, essenziale per vincere la paura della morte, con la quale coincide la disgregazione dell’anima. Nel IV libro è esposta la teoria della percezione, dei sentimenti, delle reazioni fisiologiche. I libri V e VI hanno per oggetto la cosmologia e ognuno di essi è preceduto da un altro elogio ad Epicuro. Il libro V mostra la mortalità del mondo e descrive la storia dell’umanità. L’ultimo libro è invece dedicato alla spiegazione razionale dei vari fenomeni fisici. L’intento che Lucrezio persegue in quest’epilogo è di ribadire l’estraneità degli dei ai fenomeni che l’uomo sente come provocati dalla loro volontà. L’opera termina con la terribile immagine della peste di Atene, sul cui significato i critici si sono interrogati a lungo. Forse il poeta voleva dimostrare un teorema: quello della fine squallida e desolante che attende chi voglia rimanere tenacemente attaccato alla vita, e non sappia considerare la morte come un accadimento naturale e necessario, al pari della vita e di tutti gli altri fenomeni descritti nel poema.
Poco familiare a Lucrezio appare la tecnica di inserimento delle digressioni tipica dei poemi didascalici: il materiale digressivo sembra accumularsi nei poemi che a volte si dilungano prima di entrare in argomento ( come nel libro I). Unica vera digressione del poema è quella sul culto della “Magna Mater” al centro del libro II. Egli utilizza prevalentemente un’altra forma d’interruzione dell’esposizione tecnica: brevi digressioni inserite, sempre nel quadro di una dimostrazione scientifica, come sviluppo di un esempio tratto dal mito. Il discorso è in seconda persona in quanto l’opera è rivolta ad un destinatario preciso, Memmio, quasi certamente un tribuno della plebe nel 66 a.C., poi governatore di Bitinia e Ponto, di cui probabilmente Lucrezio era cliente. L’autore non riuscì con la sua opera a far di Memmio un epicureo, anzi questi cercò di costruire, poi dissuaso da Cicerone, una casa sulle rovine di quella del famoso filosofo. Molto più spesso però l’interlocutore a cui si rivolge Lucrezio ha la fisionomia più sfumata di un <<tu>> generico, dietro di cui s’indovina, non una persona concreta, ma piuttosto un lettore ideale e, dietro di lui, l’intero pubblico. Con questo lettore il poeta istaura un rapporto che assume la forma concreta degli “appelli al lettore” invitandolo all’attenzione, a non fraintendere gli insegnamenti dati o a riconoscere una realtà evidente. La scelta di scrivere in versi, e non in prosa come aveva fatto Epicuro, sembra avere le sue radici profonde nel desiderio di raggiungere, e di persuadere, un più largo strato di destinatari. Infatti, la poesia è, secondo Lucrezio, come il miele cosparso sul bicchiere per prendere una medicina: serve a rendere più dolce la materia trattata.
La caratteristica saliente dello stile del poema è la ricchezza delle immagini, tanto che Lucrezio è stato giustamente definito un “poeta visivo”. Infatti, per gli epicurei la realtà era conoscibile attraverso l’esperienza sensibile; e quando i cinque sensi non riescono a percepire le entità invisibili come gli atomi, s’impone il ricorso all’analogia. Famosa è quella al v. 112 e ss. del libro II, dove l’incessante movimento degli atomi è paragonato al pulviscolo che danza in un raggio di sole. Tali immagini, facilmente comprensibile per il lettore, riducevano drasticamente il divario tra l’ignoto e il noto, sgomberando il campo dalla paura e dalla superstizione. Il poema è poi ricco di visioni tout-court, come lo spettacolo di un terremoto o di un’eruzione vulcanica, che servono a rendere il lettore più ricettivo dei messaggi proposti. Ritroviamo inoltre tutta una serie di figure retoriche che servono ad accompagnare i concetti espressi con spettacolari impressioni fonetiche, rendendoli in questo modo ancora più persuasivi. Lucrezio si dimostra anche un grande coniatore di parole composte (silvifragus, frugiferens…). Frequenti sono poi gli arcaismi, ispirati al modello enniano. A Lucrezio, infine, va riconosciuto il merito di aver sopperito alla povertà della lingua latina quanto a lessico filosofico, con l’individuazione di gruppi di sinonimi latini, come nel caso di rerum primordia o corpora prima per rendere la parola greca átomos (atomi).