H.Jonas la responsabilità degli uomini nei confronti della natura

H.Jonas la responsabilità degli uomini nei confronti della natura

Posizioni simili a quelle di Daly, inquadrate in un ambito però non economico ma filosofico, le ritroviamo in Il principio responsabilità. Ricerca di un’etica per la civiltà tecnologica, capolavoro di Hans Jonas, filosofo tedesco contemporaneo, il quale, pur essendo uno dei massimi esperti sullo gnosticismo, vi ha affiancato studi di filosofia della natura, della tecnica e di bioetica. 
Jonas è persuaso che di fronte al <<Prometeo scatenato>> dell’odierna civiltà tecnologica, che sta minacciando la sopravvivenza stessa del globo e dove dilaga il relativismo dei valori, sia indispensabile procedere all’elaborazione di una nuova etica della responsabilità profondamente diversa dalle morali tradizionali. Mentre queste ultime si soffermavano esclusivamente sull’uomo, cioè erano di tipo antropocentrico e avevano a che fare soltanto con <<il qui e l’ora>>, la nuova etica, mediando a lungo termine sugli effetti del nostro agire, deve tener conto anche del mondo extra umano e delle generazioni future.

In altri termini, di fronte agli scenari inquietanti della civiltà odierna non possiamo più richiamarci alle consuete etiche della coscienza o dell’intenzione, ignorando le conseguenze dei nostri atti. Oggigiorno occorre saper prevedere gli influssi che le nostre azioni potranno avere sulle sorti future dell’umanità e del pianeta. Infatti, se nel passato la presenza dell’uomo nel mondo rappresentava un <<dato originario indiscutibile>>, ora non è più così poiché << essa stessa e diventata un oggetto dell’obbligazione>>.

Al vecchio imperativo categorico kantiano, Jonas contrappone quindi il nuovo imperativo etico dell’età tecnologica, di cui dà quattro formule:

  • <<Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra>>
  • Tradotto in negativo: << Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita>>
  • O, semplicemente: << Non mettere in pericolo le condizioni della sopravvivenza indefinita dell’umanità sulla terra>>
  • O, ancora in positivo: << Includi nella tua scelta attuale l’integrità futura dell’uomo come oggetto della tua volontà>> 

Ma perché sacrificarci per le generazioni future? Leggiamo nella Prefazione al principio responsabilità: << La fondazione di una tale etica, non più legata alla sfera direttamente interpersonale del presente, deve estendersi alla metafisica, a partire dalla quale soltanto si potrà porre la questione del perché gli uomini debbano esistere nel mondo, del perché quindi valga l’imperativo incondizionato di assicurare la loro esistenza futura>>.

Rifiutando così la cosiddetta legge di Hume, cioè il divieto moderno di passare dall’essere al dover essere (e quindi dalla constatazione dei fatti alla prescrizione dei valori) Jonas dichiara il primato dello scopo (dell’essere) sull’assenza di scopi (sul non essere), affermando, neoaristotelicamente, che vi è un dover essere intrinseco all’essere, cioè un finalismo interno all’ordine delle cose, il quale fa sì che la vita esiga la conservazione della vita. Nella fattispecie, se <<il bene o ciò che vale>> è <<concettualmente definibile come quella cosa la cui possibilità include l’esigenza della sua realtà, diventando così un dover essere>>, ne consegue che il dover essere dell’umanità risulta deducibile dall’idea dell’uomo. Per cui, prima d’essere responsabili verso gli uomini, noi siamo assolutamente responsabili << verso l’idea dell’uomo, che è tale da esigere la presenza delle sue incarnazioni nel mondo>>. In altri termini, poiché l’esistenza dell’umanità futura risulta implicita nell’essenza ideale dell’uomo, cioè nell’idea di un’umanità <<degna d’esistere>>, è l’idea dell’uomo che va salvata, prima ancora dei singoli individui.

La manifestazione concreta dell’imperativo categorico è il senso di responsabilità. Responsabilità che trova il suo archetipo originario nelle cure dei genitori verso i figli. Infatti, è proprio il neonato che funge da attestazione evidente e da inconfutabile <<paradigma ontico>> della coincidenza ontologica fra essere e dover essere, fra la vita e l’appello a far sì che la vita continui: il suo solo respiro, dice Jonas, <<rivolge inconfutabilmente un “devi” all’ambiente circostante affinché si prenda cura di lui>>. La responsabilità parentale trova la sua generalizzazione nelle cure dell’uomo di Stato verso la cosa pubblica.

Poste queste premesse, Jonas si fa banditore di un minimalismo programmatico che individua nella sopravvivenza, anziché nella perfezione, il suo obiettivo primario. Quest’etica dell’emergenza si accompagna al rifiuto dell’utopismo prometeico dell’Occidente. Utopismo che, secondo Jonas, avrebbe assunto due forme principali: la prima di tipo baconiano (sapere è potere), la seconda di tipo marxista (che unifica escatologia e tecnica). Alla pericolosa euforia delle utopie, che da innocuo esercizio letterario o filosofico si sono trasformate in temibili programmi di stravolgimento del mondo, Jonas, prendendo le distanze sia dal capitalismo sia dal marxismo, oppone l’elogio della cautela, concepita come << il lato migliore del coraggio>>, affermando che la responsabilità si nutre sia della speranza sia della paura.Questa valorizzazione della paura, non intesa come << la paura che dissuade all’azione, ma quella che esorta a compierla>>, porta Jonas a parlare di una <<euristica della paura>>, cioè di una ricerca stimolata da tale stato d’animo, a cui il filosofo affida la scoperta dei nuovi (e ancora sconosciuti) principi etici che devono ispirare i nuovi doveri concreti dell’individuo tecnologico, al fine di tutelare l’uomo e il mondo da scelte irresponsabili.

Il timore di una possibile catastrofe ecologica non conduce l’autore verso esiti pessimistici. Contrariamente ad altri scrittori e filosofi del nostro tempo, Jonas conserva una moderata fiducia nella ragione e nella libertà dell’uomo.