Legge agraria di Saturnino

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Legge agraria di Saturnino

Appena eletto (100 a.C.), Saturnino propose la sua legge agraria: essa prevedeva la distribuzione delle terre ai veterani di Mario (coloro che avessero servito nell’esercito per almeno 7 anni, vale a dire dalla guerra giugurtina) nella misura di 100 jugeri e su territorio costituito esclusivamente dalle province conquistate, da trasformare in colonie.

Il fatto era che nell’esercito di Mario servivano non solo cittadini romani, ma anche italici. Le colonie che sarebbero state fondate avrebbero dato automaticamente la cittadinanza romana anche a chi non l’aveva. Con un sol colpo si univa l’idea della redistribuzione delle terre a quella dell’allargamento della cittadinanza.

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Come era ovvio aspettarsi, la legge creò notevoli contrasti. Assieme ai senatori si schierarono gli equites, spaventati dai metodi sbrigativi e violenti dei veterani di Mario. Anche i cittadini romani plebei si schierarono contro la legge, come sempre contrari ad un allargamento dei diritti agli italici.

L’approvazione popolare non fu scontata. I tribuni imposero il veto, ma la legge passò, in una città che era stata di nuovo invasa dai veterani di Mario e anche dagli italici. I senatori dovvettero accettare la legge, spaventati dal clima intimidatorio. L’unico che non accettò fu Metello Numidico, che fu costretto all’esilio.


Disordini e repressione: uccisione di Saturnino

Come detto, la legge di Saturnino era un pò invisa a tutti. Il senato si incaricò di sabotarla con ogni mezzo. Caio Mario, che come militare era assai meglio che come politico, lasciò che della legge si occupassero i suoi colleghi di partito più demagoghi, disinteressandosi della questione.

Il comportamento di Mario divenne ancora più equivoco quando fu tempo di nuove elezioni. Saturnino pose la sua candidatura a tribuno per il 99 a.C. per la terza volta, come altro tribuno si candidò un certo Equizio, che millantava di essere figlio di Tiberio Gracco. Per il consolato si candidarono Glaucia e l’avversario ottimate Caio Memmio. La situazione precipitò ancora una volta quando questi venne ucciso dalla folla.

Il senato non poteva più assistere inerme alla gazzarra popolare. Decise di investire Mario di poteri straordinari, in qualità di console, e affidargli il compito di ristabilire l’ordine con la forza. Mario, capo carismatico del partito popolare, sei era quindi curiosamente incaricato di ridimensionare i candidati del suo stesso partito.

Il senato aveva mobilitato le forze armate, i senatori stessi si recarono al Foro armi in pugno. I seguaci di Saturnino, che nel frattempo si era proclamato re, imbracciarono anch’essi le armi, aiutati da carcerati e schiavi liberati per l’occasione.

Nel Foro si svolse una vera e propria battaglia. I seguaci di Saturnino si rifugiarono nel Campidoglio, dove, assediati, furono costretti ad arrendersi a Mario, che tagliò loro le condutture dell’acqua. Scortati dallo stesso Mario nella Curia per essere giudicati secondo legge, i capi della rivolta furono ugualmente uccisi da un gruppo di aristocratici che si erano arrampicati sul tetto dell’edificio e lo aveva scoperchiato. Saturnino e Glaucia morirono così sotto i colpi delle tegole di ardesia. Era il 10 dicembre del 100 a.C.

Il senato richiamò Metello dall’esilio, ora la sua sorte sarebbe toccata a Caio Mario. Il condottiero popolare non era certo gradito ai senatori, mentre anche tra il popolo non godeva più di grande stima dopo che si era incaricato di reprimere i disordini fomentati dal suo stesso partito. A Mario non restò che recarsi volontariamente in Asia Minore, con il pretesto di recarsi lì per un pellegrinaggio religioso (aveva fatto voto di ringraziare la “Grande madre degli dei” durante la guerra coi Cimbri e i Teutoni).

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