La prima guerra piceno-romana 269 aC

La prima guerra piceno-romana (269 a.C.)

La prima guerra piceno-romana (269 a.C.)


Nel sesto-quinto secolo avanti Cristo l’attuale Piceno e buona parte del restante territorio della Regione Marche erano sede di una civiltà al culmine del suo splendore chiamata appunto picena, dal nome dei popolo italico di cui era espressione.
Politicamente i Piceni erano una confederazione di tribù autonome con capi elettivi, che si riunivano sotto un comando militare collegiale solamente in caso di grave pericolo e di guerra.
Fu probabilmente questa strategia che permise ai Piceni di resistere egregiamente all’espansionismo dei Galli Senoni, che premevano da Nord e che dalla Romagna erano giunti ad infiltrarsi fino a Sena Gallica (attuale Senigallia).

Fu appunto per contrastare il pericolo dei Galli Senoni che i Piceni accettarono nel 299 a.C. di allearsi con i Romani. I Galli erano un pericolo mortale anche per i Romani, sia perché nel 390 a.C. erano arrivati a saccheggiare Roma e ad incendiare il Campidoglio, sia perché proprio in quel periodo (299 a.C.) si combatteva la terza guerra sannitica ed i Galli Senoni erano alleati dei Sanniti e degli Etruschi.

Nel 296 a.C. i Romani e i Piceni alleati sconfigge*ranno nella battaglia del Sentino (presso Sassoferrato) gli eserciti confederati dei Sanniti, degli Etruschi e dei Galli Senoni.
A questo punto per i Piceni il pericolo dei Galli Senoni poteva dirsi praticamente eliminato, ma un altro pericolo si delineava all’orizzonte.
Nel 290 a.C., alla fine della terza guerra sannitica, i Piceni erano l’unico popolo italico non sottomesso dai Romani, ma anzi pienamente indipendente ed alleato di Roma stessa.
Il territorio piceno era troppo grande e troppo ricco per evitare le brame espansionistiche di Roma ed indurla a rispettare i patti sanciti dall’alleanza.
Come sempre in questi casi, la potenza espansionistica incomincia con le provocazioni.
I Romani incominciano a fondare delle colonie nel territorio piceno. Fondano una colonia nella picena Adria (Atri) con il pretesto che questa città era stata infedele durante la terza guerra sannitica e un’altra ne fondano a Sena Gallica (Senigallia).
Chiaramente queste colonie sono per i Piceni sgradite intrusioni nel proprio territorio. Ma ancora più sgradito è l’ordine dei Senato romano al Console Publio Valerio di non riportare a Roma, ma di far svernare a Fermo l’esercito sconfitto sul fiume Siri (vicino Taranto) durante la guerra contro Taranto e contro Pirro, re dell’ Epiro (attuale Albania).
Ufficialmente questa è la punizione comminata dal Senato romano al proprio esercito sconfitto, ma di fatto è l’occupazione militare della città picena di Fermo.
A questo punto tutto il Piceno si sente minacciato e nel 269 a.C. denuncia i patti calpestati e dichiara guerra a Roma.
Roma, che sicuramente aspettava con impazienza la dichiarazione di guerra, spedisce immediatamente nel Piceno non uno ma due eserciti. Ogni esercito era comandato da un Console ed ogni Console marciava con non meno di due legioni. Essendo ogni legione composta da circa 5.000 fanti e 300 cavalieri, contro il Piceno vengono mandati non meno di 20.000 uomini.
Questo ci dice che i Piceni dovevano avere una notevole potenza militare, certamente temuta da Roma, che inoltre ben la conosceva per averla avuta alleata nella terza guerra sannitica.
Roma dunque spedisce sulla via Flaminia verso Camerino un esercito al comando del Console Appio Claudio ed un altro esercito sulla via Salaria verso Ascoli al comando del Console Sempronio Sofo.
La manovra tattica tendeva a tagliare in due il Piceno e questo conferma il timore dei Romani di scontrarsi con le forze picene unite.
Il Console Appio Claudio assedia Camerino che viene presa con l’inganno, messa a sacco ed i cittadini venduti come schiavi.
Il Console Sempronio Sofo evita Ascoli, ritenuta imprendibile, e cerca di prendere contatto con le forze picene per dare battaglia.

Una prima battaglia, con esito sfavorevole per i Piceni, viene combattuta in una località chiamata Interamnia Polentina Piceni, situata probabilmente tra il monte dell’Ascenzione e Comunanza. Una seconda battaglia viene combattuta ad Urticinum (Ortezzano), ed alla sconfitta dei Piceni segue la distruzione di Urticinum.
La terza ed ultima battaglia viene combattuta nei pressi di Truentum (attuale Martinsicuro). Quando stava per iniziare lo scontro, si verificò un violento terremoto che seminò il panico tra i due eserciti. Ma il Console Sempronio Sofo gridò ai suoi soldati che il terremoto era un segno fausto con il quale la dea Tellure salutava la vittoria dei Romani. La mischia esplose violenta con i Romani ciecamente certi della vittoria ed i Piceni che sapevano di combattere l’ultima battaglia disperata e decisiva. Lo scontro fu estremamente sanguinoso con pochi superstiti dall’una e dall’altra parte ed i Piceni, ormai militarmente indeboliti, dovettero chiedere la pace.

Il Console Sempronio Sofo entrò in Ascoli e diede inizio alla pacificazione del Piceno.
Fece innanzitutto un censimento della popolazione picena, che risultò essere di 360.000 uomini, che quindi, incluse le donne e i bambini che non venivano conteggiati nel censimento, doveva arrivare a circa un milione di abitanti. Ordinò poi la deportazione degli abitanti di Urticinum nella Marsica presso le rive del lago Fucino (non ancora prosciugato) e la zona sembra poter essere individuata nell’attuale Ortucchio (nome che richiama Urticinum).
La deportazione era comunque da considerare un atto di clemenza, dato che gli abitanti di Camerino erano stati venduti come schiavi.
Il Console ordinò un’altra deportazione in massa dei Piceni, che stavolta vennero mandati nel Salernitano, dove i deportati fondarono la città di Picentia e l’agro fu chiamato Picentino.
Alla fine della pacificazione, nel 268 a.C., fu costituita la colonia romana di Ariminum (Rimini), geograficamente in posizione strategica per vigilare sui Galli Senoni e sui Piceni, in modo tale che i vecchi nemici non divenissero alleati per nuove ribellioni.
Al Console Sempronio Sofo fu decretato un trionfo solenne, riservato solo ai grandi vincitori. Tale doveva essere la gioia del Senato romano per avere ormai tutta l’Italia sotto il suo dominio.
Il Senato comunque riteneva che i cittadini di Camerino, venduti come schiavi, fossero stati trattati troppo duramente, perché tale sorte era riservata solamente alle città che resistevano ad oltranza, mentre Camerino era stata presa quasi subito e con la frode.
Ordinò dunque, così ci testimonia lo scrittore romano dei I secolo a.C. Valerio Massimo nella sua “Raccolta dei detti e dei fatti memorabili”, che fossero ricercati, ricomprati e liberati. Inoltre ai Camerti vennero restituiti i beni confiscati ed ai cittadini più poveri o che avevano perso ogni avere nel sacco della città, vennero concesse delle abitazioni a Roma sull’Aventino.
I Piceni divennero cittadini romani senza suffragio, con l’obbligo di prestare servizio militare nelle legioni di Roma e di pagare le tasse, ma senza diritto al voto.

Si conclude così la guerra piceno-romana del 269 a.C.

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Il Pagus e la battaglia di Monte Vidon nella seconda guerra piceno-romana (90-88 a.C.)

Nei successivi 180 anni, Roma persegue con i popoli italici, salvo gli eccessi e le arroganze di qualche funzionario, una politica non di oppressione ma di collaborazione e di integrazione; questo perché Roma era interessata ad avere gli Italici come soci nelle numerose guerre dettate dalla sue mire espansionistiche, anche se ingiustamente gli storici romani ignorano o quasi il loro contributo e li considerano a volte poco più che servi.
Gli ltalici, da parte loro, verso il 90 a.C., lamentavano non di essere sotto il dominio di Roma, ma che non fosse stata ancora concessa loro la cittadinanza romana, cioè di non essere ancora cittadini romani con diritto di voto, con tutti i diritti e con tutte le garanzie giuridiche che ne conseguivano. D’altronde i Romani e gli Italici erano popoli molto affini, praticamente fratelli, avendo in comune le origini indoeuropee e quindi simile la lingua e simili la cultura e le istituzioni.

L’errore politico di Roma è grave e scatena la ribellione dei popoli italici.

Il primo focolaio di rivolta esplode nell’autunno del 91 a.C. proprio ad Ascoli. Il Proconsole Caio Servilio ed li suo Legato Fronteio erano arrivati in città mentre gli Ascolani stavano celebrando una festa religiosa solenne. Per qualche ragione il Proconsole diede ordine di sospendere la festa. La ribellione, che già covava e si veniva segretamente organizzando da tempo con i popoli italici vicini, trovò in questo provvedimento la scintilla esplosiva. Caio Servilio e Fronteio furono trucidati e così pure tutti i Romani che si trovavano in città.
Con i Piceni si uniscono a costituire la Lega Italica, con Senato e capitale a Corfinio (AQ) – primo tentativo storico per uno Stato Italico indipendente, 1.800 anni prima delle guerre di indipendenza sabaude – i Vestini, i Marsi, i Marrucini, i Frentani, gli Irpini, i Peligni, i Sanniti, gli Apuli, i Bruzii, i Lucani ed i Campani. Gli Umbri e gli Etruschi prendono tempo. La Lega Italica fa sapere a Roma di voler dichiarare la guerra qualora non vengano concessi i diritti ritenuti inalienabili. Roma ri*sponde che prima depongano le armi, poi verranno am*messi a parlamentare.
A questo punto gli Italici dichiarano guerra a Roma, dando inizio a quella che storicamente è chiamata la Guerra Sociale .

Nella primavera del 90 a.C., il Senato romano manda nel Piceno un esercito al comando di Pompeo Strabone, generale romano di origine fermana, in aiuto della colonia di Fermo, assediata dai Piceni e rimasta fedele a Roma. Pompeo Strabone è il padre di Pompeo Magno, il grande avversario di Giulio Cesare .
Questa volta il Senato romano manda un solo esercito, non due come nel 269 a.C. Chiaramente, come gli altri popoli Italici, i Piceni, sottomessi da 180 anni, non hanno più un apparato militare proprio e l’unica esperienza militare dell’esercito dei ribelli è verosimilmente quella che essi hanno acquisito prestando servizio nelle legioni di Roma.
Tuttavia Pompeo Strabone si guarda bene dal passare per la Salaria, dove potrebbe essere attaccato sia dall’esercito piceno che da quello sannitico, ma marcia lungo la via Flaminia ed a Forum Flaminii (Foligno) imbocca la deviazione, che passando per Plestia (Colfiorito) e tra Prolaqueum (Pioraco) e Camerinum , porta a Fermo attraverso Septempeda (San Severino Marche), Tolentinum e Urbs Salvia (Urbisaglia).
Da Urbisaglia la strada doveva passare per Loro Piceno, Massa Fermana, Montappone e Monte Vidon Corrado. Da Monte Vidon Corrado un ramo proseguiva per Vettonia (Montegiorgio), mentre un altro ramo raggiungeva Falerio Picenus (Piane di Falerone) e si ricongiungeva dopo Montegiorgio alla strada principale che, attraversato il fiume Tenna, toccava Grottazzolina e raggiungeva Fermo.

Appiano, storico romano di lingua greca del II secolo d.C., nel suo “Libro Primo delle Guerre Civili” racconta che tre generali piceni, Vidacilio, Tito Lafrenio e Publio Ventidio, riunite presso il monte Falerino (o Falerno) le proprie truppe, attendono il sopraggiungente esercito romano per sbarrargli la strada. Quindi lo attaccano, lo sbaragliano e, messolo in fuga, lo inseguono fino a Fermo. Pompeo Strabone riesce a fatica a riparare con pochi superstiti dentro le mura della fedele e natia colonia fermana.

Gli studiosi di storia patria sono concordi nell’affermare che il monte Falerino è da situarsi presso Falerio Picenus (Piane di Falerone); va aggiunto che, per intuibili ed irrinunciabili motivi strategici e per il fatto che Appiano lo chiami “monte”, debba trattarsi di un’altura più preminente della zona. Le colline più alte nei pressi di Piane di Falerone sono la collina di Falerone (m 433 s.l.m.), la collina di Monte Vidon Corrado (m 429 s.l.m.) ed il monte di San Liberato sito nel suo territorio (m 424 s.l.m.).
La collina su cui sorge Falerone è troppo lontana dalla strada su cui deve marciare l’esercito romano.
La collina di Monte Vidon Corrado ed il monte di San Liberato sono perfettamente posizionati, sia dal punto di vista geografico che strategico, rispetto alla verosimile progressione di marcia.
Il percorso della strada, sui cui marciava l’esercito romano, è documentato fino a San Severino Marche. Da Tolentino il percorso è ipotetico, ma al tempo stesso strettamente verosimile e indirettamente documentato.
Tolentino era una città della confederazione delle tribù picene e sede di un’importante necropoli picena. Urbisaglia era un centro piceno diventato poi famoso centro romano. Loro Piceno doveva essere una cittadina fiorente già nel VI-V sec. a.C., epoca cui si fa risalire il famoso cippo funerario con iscrizione epigrafica in lingua picena.
E’ chiaro che centri così importanti dovevano essere necessariamente toccati dalla strada che veniva a Fermo. Inoltre il fatto che l’esercito piceno aspetti e attacchi quello romano proprio presso il monte Falerino, dimostra indirettamente che la strada da sbarrare doveva passare per forza nelle immediate vicinanze del monte stesso e quindi per Monte Vidon Corrado o, se vogliamo, nei luoghi dove oggi sorge Monte Vidon Corrado.

A testimonianza di ciò e del fatto che, dove c’è stata una strada, debbano esserci stati sicuramente anche insediamenti urbani, sono stati ritrovati recentemente a Monte Vidon Corrado interessanti reperti. Nel 1990, nei pressi del centro abitato e precisamente all’inizio della contrada Rota, si rinvenivano casualmente i resti di un insediamento preromano, forse una villa-fattoria, che la Sovrintendenza ai Beni Archeologici delle Marche, dall’esame di un basamento di colonna, fa risalire al quarto-terzo secolo a.C. Inoltre, nel 1991, durante l’aratura di un terreno sito in contrada S.Pietro, a poche centinaia di metri dall’insediamento preromano, veniva alla luce un pezzo di pavimento di laterizio e fattura romana.
Da questi ritrovamenti potremmo concludere che, al tempo della battaglia del 90 a.C., nel sito attuale di Monte Vidon Corrado, sorgesse un piccolo insediamento urbano (pagus).

Ora torniamo alla battaglia. Il piano tattico-strategico della battaglia è intuibile: sbarrare la strada e attaccare da una posizione favorevole l’esercito romano in marcia, che deve accettare la battaglia campale schierandosi nell’ampia conca delle contrade montevidonesi di San Pietro, San Giuseppe, Valle Marina e Corneto, con il fiume Tenna e le sue paludi alle spalle ed i Piceni in alto sulle colline.
La situazione strategica ricorda molto da vicino la battaglia del lago Trasimeno del 217 a.C. tra Annibale con i suoi Cartaginesi in alto sulle colline ed i Romani in pianura con le spalle al lago. Il risultato fu una terribile sconfitta romana.

Dunque, 2.100 anni fa, un mattino della primavera del 90 a.C., l’esercito piceno dà inizio a quella che potremmo chiamare “la battaglia di Monte Vidon Corrado”.
Lo svolgimento della battaglia è facilmente immaginabile. L’esercito romano è forte di circa 5.000 fanti e 300 cavalieri. L’esercito piceno è fortemente motivato alla battaglia, perché combatte per la libertà della propria terra. Inoltre è sicuramente superiore di numero, perché i tre generali Piceni, sapendo le proprie truppe militarmente inferiori ad un esercito di professionisti come quello romano, hanno certamente condotto con sé il più alto numero possibile di uomini e si sono accordati per riunire le proprie forze in un luogo strategicamente favorevole alla vittoria.
I vasti e dolci declivi del campo di battaglia attendono lo scontro di una massa di armati di almeno 10.000 uomini.
Avviene l’urto delle fanterie e la mischia all’arma bianca divampa, mentre sulle ali si scontra la cavalleria.
L’esercito romano tentenna, cede, è sbaragliato. Pompeo Strabone cerca con i suoi soldati ormai in rotta di non farsi distruggere ed inizia la fuga verso Fermo con quel fiume Tenna e le sue paludi nel mezzo, che sicuramente avranno reso più lenta la fuga e quindi più sanguinosa la sconfitta.
Fortunosamente Strabone riesce a ripararsi dentro le mura di Fermo e ad organizzare la difesa della città con i superstiti.

E’ un giorno di gloria per le armi picene.

Il generale piceno Tito Lafrenio assedia i resti dell’esercito romano asserragliato dentro Fermo. Sopraggiunge però un altro esercito romano al comando di Servio Sulpicio, al quale Pompeo Strabone ordina di attaccare le forze picene assedianti non appena lui farà una sortita fuori dalla città. La manovra riesce. Mentre Strabone fa la sortita contro i soldati di Lafrenio, Servio Sulpicio attacca ed incendia l’accampamento piceno.
Per i Piceni è la disfatta. Il generale Lafrenio muore in battaglia. Le truppe picene sopravvissute raggiungono in disordine Ascoli.
Pompeo Strabone a sua volta si mette in marcia per andare ad assediare Ascoli. Nel frattempo Aulo Plozio, luogotenente di Pompeo Strabone, viene inviato in Umbria per contrastare l’opera di sollevazione che sta compiendo in quella regione il generale piceno Publio Ventidio e nel passaggio attraverso il territorio piceno distrugge la città di Cingoli.
All’inizio dell’assedio, gli Ascolani tentano uno stratagemma: fanno stare affacciati alle mura della città quasi sempre vecchi e bambini per far credere a Pompeo Strabone, da poco sopraggiunto, che, dopo la sconfitta sotto le mura di Fermo, pochi soldati dell’esercito piceno siano riusciti a rientrare in Ascoli. Convinto da ciò che vede, Strabone attacca le mura della città per espugnarla e mentre i suoi stanno impegnati sulle scale, si aprono le porte e gli assediati ricacciano gli attaccanti con gravissime perdite. Strabone, dopo questo rovescio, si fa più prudente; inizia così un lungo assedio per la città di Ascoli con ben 75.000 soldati romani accampati intorno alle sue mura.
Anche Pompeo Strabone si rende conto che l’espugnazione della città di Ascoli non sarà affatto una cosa breve ed indolore, sia per la fiera resistenza degli Ascolani, sia perché nei pressi della città e sulle montagne vicine sono accampate le truppe di Vidacilio, un altro dei generali piceni vincitori della battaglia di Monte Vidon Corrado, il quale, ascolano egli stesso, appoggia dall’esterno le continue sortite degli assediati.
Sono di questo periodo le famose “ghiande missili” picene, appunto grosse ghiande di piombo da scagliare con le fionde, trovate numerosissime nei dintorni delle mura di Ascoli, con le quali gli assediati bersagliavano ininterrottamente gli assedianti.

L’anno dopo, 89 a.C., Pompeo Strabone, nel frattempo eletto Console, tenta un abboccamento con il generale della Lega Italica Vettio Scatone, il quale era sopraggiunto nel frattempo con le sue truppe in aiuto di Vidacilio e della città di Ascoli.

Pompeo Strabone aveva in Roma un fratello, Sesto Pompeo, legato da vincoli di antica amicizia con Vettio Scatone. Li fa dunque incontrare per un colloquio, narratoci in parte da Cicerone. Cicerone ci parla del cavalleresco incontro tra i due nemici, ma non ci dice nulla dei contenuto delle proposte. Probabilmente Sesto Pompeo avvertì Scatone dell’inutilità di continuare la lotta, in quanto la già promulgata legge Giulia e la legge Plautia Papiria, che stava per essere approvata dal Senato romano, avrebbero concesso la cittadinanza agli ltalici rimasti fedeli e comunque l’avrebbero concessa agli Italici che ne avessero fatto richiesta entro 60 giorni. Queste leggi avrebbero quindi sicuramente sortito l’effetto di staccare definitivamente dalla Lega Italica gli Etruschi e gli Umbri, già poco coinvolti nella lotta ed in breve avrebbero spezzato la volontà di lotta della Lega stessa.
Il Senato della Lega Italica, a nome della quale Scatone parlamentava, non acconsentì comunque a deporre le armi ed anzi, essendo venuto a conoscenza che Mitridate, re del Ponto (regione dell’Asia Minore , attuale Turchia), stava preparando una guerra contro Roma, mandò un’ambasciata per sapere se desiderasse allearsi alla Lega. La risposta affermativa arrivò, ma comunque troppo tardi.
Quello stesso anno, probabilmente nei pressi di Lisciano (vicino Ascoli) su di un colle detto in passato di Pompeo, fu combattuta una battaglia tra Romani e Confederati piceno-sannitici. La sconfitta dei confederati fu pesante: 18.000 morti e 4.000 prigionieri. Scatone fu fatto prigioniero e si fece uccidere, come ci riferisce Seneca, da un servo fedele che poi si uccise a sua volta.

Stava per sopraggiungere l’inverno dell’89 a.C. e per le superstiti truppe picene rifugiate sulle montagne (i monti Sibillini e i monti dei Galluccio e della Laga), si prospettava una sopravvivenza problematica per il freddo, la neve e le truppe romane che le braccavano. Tuttavia Vidacilio riesce, nascosto tra le montagne, a rimettere in piedi un esercito con contingenti piceni, marrucini e peligni.
Ma un nuovo pericolo si sta delineando per la causa picena e confederata. All’interno della città di Ascoli assediata, si sta formando un partito della pace. Molti Ascolani non vedono a che valga sopportare ancora la tragedia di un assedio così prolungato ed i lutti di tante sanguinose battaglie, se, con la recentissima legge Plautia Papiria, si può sperare, chiedendo la pace, di ottenere la cittadinanza romana. Ma ormai i comandanti piceni, tra cui Vidacilio, dopo tanto sangue e tanti danni subiti, sono per lo scontro estremo. Vidacilio anzi tenta di attaccare i Romani assedianti, per entrare nella città con il suo esercito e prolungare così la resistenza, avendo saputo appunto che il partito della pace stava cercando di parlamentare con i Romani. Ma Strabone ha circondato da ogni parte la città di Ascoli di accampamenti trincerati e rinforzati da alte palizzate ed è impossibile passare.
Ritenta il colpo di mano, avvertendo i comandanti piceni dentro la città di fare una sortita appena lui incomincerà l’attacco. Ma ormai la città lo ha abbandonato e, al momento dell’attacco, non viene effettuata nessuna sortita. Per Vidacilio è tradimento e, riuscito a penetrare ugualmente nella città, fa uccidere tutti i capi ed i sostenitori del partito della pace. Poi, racconta Appiano, disperando ormai di poter salvare la città, fatta costruire una pira (rogo) in un tempio, banchetta con gli amici e nel mezzo delle libagioni, prende il veleno, poi, stesosi sulla pira, ordina agli amici di appiccare il fuoco. Così finisce l’ultimo grande generale piceno, avendo stimato onorevole, dice ancora Appiano, di non sopravvivere alla Patria morente.

Ascoli inebetita si arrende senza condizioni. E’ il 17 novembre dell’89 a.C.

Strabone entra nella città e fa frustare e uccidere tutti Decurioni (i magistrati più alti in grado), risparmia alla cittadinanza la deportazione e la schiavitù, ma saccheggia, incendia e rade al suolo la città.

Finisce così la seconda ed ultima guerra picena contro Roma.

Ma Vidacilio aveva ragione a non arrendersi. Di li a poco il re Mitridate avrebbe dichiarato guerra a Roma ed inoltre la cittadinanza romana concessa agli ltalici con la solita politica romana del “divide et impera”, era una truffa. Gli Italici vengono raggruppati in dieci nuove tribù e non vengono inseriti nelle trentacinque tribù romane già esistenti. La legge prevede che in un suffragio elettorale, non appena si sia ottenuta la maggioranza con il voto delle tribù chiamate in ordine, cominciando dalle prime trentacinque, non sia necessario convocare quelle che rimangono e si debbano sciogliere i comizi. In tal modo i popoli italici non sarebbero stati praticamente mai chiamati a votare.
Il danno comunque non fu molto, perché anche i Romani, di li a 50 anni, con Giulio Cesare e l’inizio dell’età imperiale, avrebbero perso la democrazia della Repubblica.

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