LA LETTERATURA ARCADICA

LA LETTERATURA ARCADICA

LA LETTERATURA ARCADICA


La letteratura arcadica, nata allo scopo di contrastare il cattivo gusto del Barocco, si inserisce in un periodo in cui l’esercitazione poetica diviene un dovere sociale, soprattutto nella linea crescimbeniana. Proprio su questa linea si può notare il consolidamento di una poetica esigente di mondanità vivace ed idillica, moderato erotismo, galanteria, musicalità e ricorso alla natura. Questo tipo di poetica fonda le proprie radici in una mentalità razionalistica e in un sentimento idillico e patetico, con forti influenze del petrarchismo e del classicismo.
Su questa via, la poetica arcadico-razionalistica trovava la sua espressione melodrammatica e poetica nell’opera del Metastasio. Egli, una volta capovolto il rapporto musica-poesia in una subordinazione della musica rispetto all’espressione della parola, si abbandonò ad una vena poetica sincera, limpida e inconfondibile che poté affascinare ancora Baretti, Rousseau e Leopardi. Intanto nell’Arcadia il gusto poetico si dirigeva verso il melodramma (con Rolli, Crudeli e Casti) e il canzonettismo.

Gli ultimi decenni del Seicento letterario, sono considerati “prearcadici”.
Nella preparazione della poetica arcadica, sono di essenziale importanza l’attività e le esigenze antibarocche dei letterati toscani di fine Seicento.
La posizione del gruppo fiorentino è notevole per la sua compattezza, il suo spirito critico e la sua netta contrapposizione al Barocco. Fra gli scienziati ed i letterati appartenenti a questo gruppo, i più importanti sono: Lorenzo Bellini, autore di sonetti apprezzati in Arcadia; Alessandro Marchetti, autore della traduzione di Lucrezio e di importanti traduzioni di Anacreonte; Lorenzo Magalotti, autore di poesie descrittive come “La sorbettiera”, “La profumiera”, ecc.. Ma fra tutte queste figure, spicca quella del Redi, che fece da maestro e consigliere per i più giovani: tutto il suo epistolario è pieno di consigli, di elogi, di censure ad altri letterati a cui egli raccomanda sempre l’evidenza e la chiarezza, contrapponendole alla ridondanza e alla falsità barocca. Il linguaggio che il Redi utilizza è infatti basato sull’idea che lo scrittore deve avere chiarezza, misura, ripudiare il concettismo e l’abuso di metafore, ma non deve di conseguenza cadere in una “correttezza senz’animo”: egli nulla più odia, infatti, di un sonetto floscio e stentato.
Nell’Italia settentrionale non vi era un centro di cultura antibarocca come quello così preciso di Firenze, ma lo stesso Redi riconosceva l’esistenza, fuori dalla Toscana, di letterati illuminati dall’esigenza di chiarezza e serietà. Tra questi letterati va nominato il Maggi, la cui poetica (considerata una delle esperienze prearcadiche più notevoli) si basa su un forte interesse classicistico ed un moralismo religioso e che si traduce in maniera piacevole ed efficace nel teatro.
Diversa e più complicata è la situazione dell’Italia meridionale, dove le polemiche di secondo Seicento sulla poesia presentano indizi di un forte disagio, in cui l’arte non riesce a svincolarsi dalle condizioni barocche ma inizia a sentire l’esigenza di un gusto più moderato. In questo contesto si inseriscono le posizioni prearcadiche di Giovanni Cicinelli, che con la sua “Censura del poetar moderno” prendeva posizione contro le poetiche barocche e proponeva una poetica basata sulla ripresa dei classici, sull’organicità linguistica e su forme più sobrie.
Intanto la nuova cultura filosofica e scientifica si diffondeva e organizzava nelle nuove accademie, come quella napoletana degli “Investiganti”, in cui la letteratura e la lingua erano antibarocche ed i modelli principali erano il petrarchismo ed i classici greco-latini e italiani.
Anche nell’Italia meridionale veniva così a svilupparsi una situazione letteraria che, pur mancando degli esempi prearcadici del Nord e del Centro, offriva in cambio alla nuova letteratura un più forte contributo sia filosofico che estetico che spesso supererà il gusto arcadico: come nel caso del grandissimo Vico, ma anche in quello del Gravina. Così, anche nel Sud l’Arcadia troverà poi lo sviluppo di colonie e la presenza (anche se minore) di lirici arcadici.
A questi diversi tentativi di una nuova poesia non più barocca, si unisce l’attività dei riformatori dell’Arcadia. In essi prevalgono un più deciso interesse per i problemi d’estetica, osservazioni critiche e un interesse verso la storia della letteratura del passato.
Una visione più chiara del rapporto fra estetica, critica e poetica, è rappresentata dalla posizione letteraria del Crescimbeni.
La sua vasta produzione poetica (sonetti, canzoni, egloghe) si svolge tutta in funzione di una nuova poetica del buon gusto offerta all’Arcadia, soprattutto nei suoi volumi letterari: “Istoria della volgar poesia”, “Commentari alla istoria della volgar poesia”, “Bellezza della volgar poesia”. In tali opere, Crescimbeni svolge un’interpretazione della tradizione poetica italiana che parte dalla “Istoria della volgar poesia” e si precisa nei “Commentari”, in cui sono presenti l’interpretazione del passato italiano e proposte per il presente. Nella “Bellezza della volgar poesia” , il Crescimbeni traccia le forme poetiche (canzonetta e sonetto pastorale) più adatte ai motivi arcadici: non motivi filosofici, morali o eroici, ma motivi di idillio, di sentimenti galanti, di moderato diletto del vivere in una condizione di grazia e sobrietà. In particolare, Crescimbeni, essendo a favore di una poesia chiara, limpida e moderata da elementi realistici, si opponeva all’imitazione della poesia greca, profondamente didascalica, complessa e mitica. E’ quindi con Crescimbeni che viene favorita una poesia idillica, leggiadra, dal canto melodrammatico e caratterizzata da eleganza, chiarezza e ragionevolezza.
Il fautore della poesia mitica, della ripresa dello spirito della poesia greca, era Gravina, protettore ed educatore del Metastasio, ma anche maestro del Rolli. Prima legislatore e poi ribelle dell’Arcadia: la sua personalità è di gran lunga superiore a quella del Crescimbeni, come la sua posizione estetica e critica è tanto più complessa. Gravina assunse una coraggiosa posizione di lotta contro ogni specie di conformismo, di passività morale ed intellettuale, fiducioso nella capacità liberatrice della ragione, considerata dal Gravina un’emanazione della luce di Dio nell’attività filosofica e morale degli uomini. Questa sua concezione antigesuitica, illuministica ma allo stesso tempo condizionata dalla religione, traspare in quattro sue opere: “Hydra mystica”, “Orationes”, “De institutione studiorum”, “De sapientia”. Grazie a queste opere, da una parte si può capire la profondità del suo classicismo e dall’altra il contrasto della sua personalità con l’ambiente conformistico di Roma. La sua era aspirazione ad una poesia alta e severa, senza ornamenti musicali, con un ambiguo rapporto tra ragione e fantasia. Nella “Ragione poetica”, la poesia è rappresentazione fantastica di verità profonde: “la favola è l’essere delle cose trasformato in geni umani ed è la verità travestita in sembianza popolare, poiché il poeta dà corpo ai concetti, e con l’animar l’insensato e converte in immagini visibili le contemplazioni eccitate dalla filosofia”. Per Gravina, poiché questa funzione della poesia trovò la sua massima esposizione nella poesia greca di Omero, Esiodo e i tragici, lo studio dei poeti greci e l’imitazione “non servile” della loro poesia è essenziale ai poeti di ogni tempo.
Così, è evidente che la proposta di poetica arcadica del Gravina, ricca di originalità ma anche di incongruenze, aveva una complessità ed un tono certamente superiori a quelli della proposta del Crescimbeni. Essendo quella del Gravina un’idea poetica più rigida e severa, è facile immaginare che nella lotta fra Crescimbeni e Gravina, la vittoria andasse al mediocre pensiero del Crescimbeni. Tuttavia, se anche la proposta graviniana non fu accolta dagli arcadici, il pensiero graviniano influenzò molto la generazione successiva al Gravina e al Crescimbeni.
Le proposte di riforma del Gravina e del Crescimbeni si scontrarono nella vita della nuova Accademia, alla cui fondazione, uomini con mentalità diverse tra loro, uomini con personalità meno rilevanti, rappresentanti della prearcadia, con un certo impegno avevano collabrato tra loro pur di far nascere un’Accademia che potesse privilegiare il buon gusto arcadico.

A Roma, l’Accademia Reale della mecenatesca Cristina di Svezia aveva costituito un primo abbozzo dell’Arcadia e aveva messo in contatto tra loro personalità della cultura e letteratura romana con rappresentanti della prearcadia toscana e settentrionale.
Vincenzo Leonio divenne il principale collaboratore del Crescimbeni nella costituzione dell’Arcadia e nell’elaborazione della convenzione pastorale, inoltre lo appoggiò nella ripresa del petrarchismo sul modello del lirico Di Costanzo.
Fu esattamente il 5 ottobre 1690, dopo la morte della regina di Svezia, che ebbe costituzione ufficiale la Ragunanza degli Arcadi, nel giardino dei Padri Riformati a San Pietro, a cui parteciparono quattordici scrittori. I più importanti erano: Crescimbeni, Gravina, Leonio, Stampiglia e Zappi. In seguito molti altri letterati si aggiunsero ai primi quattordici, come Muratori, De Lemene, Guidi e Redi.
Ciascun letterato prese uno pseudonimo tratto dalla vita dei campi dei pastori, e Crescimbeni, col nome pastorale di Alfesibeo Cario, fu nominato Custode generale. L’insegna dell’Arcadia fu la siringa di Pan coronata di lauro e pino; Gesù Bambino fu onorato come sommo protettore; la regina di Svezia fu proclamata patrona. Un “libro d’oro” raccoglieva i nomi degli arcadi, i quali denominarono Bosco Parrasio il luogo dei loro raduni, che fu inizialmente il bosco dei Padri Riformati a San Pietro. In seguito, gli arcadi si stabilirono sul Gianicolo. La sede centrale prese il nome di “serbatoio” e tutte le sedi nate in un secondo momento presero il nome di “colonie”. Nel serbatoio (che in un primo momento fu la casa del Custode Crescimbeni) si conservavano anche gli archivi dell’Accademia (i ritratti, i sigilli, i componimenti recitati dagli arcadi). Ben presto l’Accademia divenne numerosa e dovette espandersi fino a otto colonie.
Fu Gravina a raccogliere in leggi le usanze degli arcadi. Egli le sottoscrisse in latino nello stile lapidario delle XII tavole; erano dieci leggi incise su tavole di marmo, ma soltanto due toccavano gli scopi letterari dell’Accademia: la settima che vietava la lettura di componimenti osceni ed empi, l’ottava che imponeva costumi pastorali nelle adunanze e negli uffici d’Arcadia, ma non necessariamente nelle prose e nelle poesie.
Nell’ambiente culturale bolognese, la nuova colonia arcadica Renia fu particolarmente notevole per il totale distacco dal barocco, per la sua fedeltà al modello petrarchesco e per la particolare chiarezza espressiva. L’unico poeta degno di considerazione del gruppo bolognese fu il Manfredi, il quale visse però un breve periodo poetico, mostrando tuttavia la sua serietà morale e letteraria anche nel suo sapersi limitare, nel suo resistere alla tentazione di comporre versi per dovere sociale. Il Manfredi scrisse poesie finché ebbe qualcosa da dire di suo e quando la sua vena poetica si fu inaridita, abbandonò la poesia. Un motivo innovatore portato dal Manfredi fu il tema della monacazione, del tutto originale e caratterizzato da nostalgia e interesse per la vita spirituale portata avanti dalle giovani monache.

I contrasti fra gli ideali del Gravina e quelli del Crescimbeni sorsero vari anni dopo la fondazione dell’Arcadia, così Gravina ed i suoi seguaci uscirono dall’Accademia dell’Arcadia per costituire una nuova Accademia, che prese il nome dell’Accademia dei Quirini. A quest’Accademia accorsero letterati come Metastasio, Rolli e Petrosellini. Con la morte di Gravina, la nuova Accademia terminò ed i letterati che ne facevano parte tornarono nell’Arcadia.

Ad un certo punto inizia a prevalere la linea letteraria del Leonio e dei sonettisti romani, ma anche dell’idea letteraria crescimbeniana che mette al centro della poesia l’elemento idillico e patetico, i valori della cortesia, dell’affabilità e della grazia. Nella “Bellezza della volgar poesia”, Crescimbeni sposta l’accento sul diletto contrapposto all’utile, sulle bellezze esterne contrapposte alle bellezze interne della poesia ed in particolare sulla cura stilistica. Nell’attività letteraria dell’Arcadia prevalgono sempre di più sonetti e canzoni idillico-pastorali, che tendono al melodrammatico ed a momenti drammatici e morali. Oltre alla linea graviniana e quella crescimbeniana, la critica ne ha distinta una terza: quella di Zappi, secondo cui, grazie all’idillio pastorale, gli arcadi riuscivano ad avvicinarsi facilmente alla natura ed al paesaggio campestre.

Per quanto riguarda la struttura e la lingua, nella letteratura arcadica esse sono essenziali ed in particolare la lingua si impoverisce di termini.
L’Arcadia non riesce a raggiungere alte vette artistiche, poiché la poetica arcadica non coinvolge il mondo morale e la descrizione di paesaggi e stati d’animo, pur essendo molto approfondita, non sembra condizionata da forti sentimenti. Con Zappi la letteratura arcadica raggiunge vette più alte, ma questi diventa spesso vittima della critica di Giuseppe Baretti, che si oppone alle sdolcinatezze arcadiche.
L’Arcadia non segnò un movimento letterario rinascimentale, ma fu piuttosto un ritorno nostalgico al classicismo, semplificato però secondo gli schemi cartesiani. Mentre la letteratura rinascimentale era colma di sentimento ed emozione, quella arcadica era un sogno idillico moderato sempre dalla ragione. C’è da dire, però, che mentre il Barocco fece da chiusura alla cultura rinascimentale, l’Arcadia pose le basi per una cultura moderna, più ottimista della decadente cultura barocca.
I maggiori scrittori del Settecento (Parini, Goldoni, Metastasio, Alfieri) rappresentano anche i risultati delle premesse poste dall’Arcadia.
L’Arcadia, dunque, non è importante per i risultati che ha raggiunto, quanto piuttosto per aver posto le fondamenta del rinnovamento culturale operato da Parini e Goldoni.