La guerra d’indipendenza

La guerra d’indipendenza

La guerra d’indipendenza


La situazione cominciò a degenerare rapidamente nell’autunno-inverno successivo alla convocazione del congresso. La protesta dei coloni cominciò ad assumere i contorni della rivolta armata; dapprima gli inglesi tentarono nuove conciliazioni, ma le proposte del primo ministro North fatte al congresso e alle colonie rimanevano troppo vaghe e generiche perché potessero condurre ad una pacificazione vera e propria. A primavera il generale Gage fu incaricato dal governo inglese di requisire le scorte di armi e polvere da sparo catturate dai coloni del New England, il generale nell’aprile del 1775 inviò una colonna di 700 uomini a Boston per adempiere alla missione, ma a Lexington le giubbe rosse trovarono la strada sbarrata dalla milizia coloniale, fu il primo scontro tra le truppe britanniche e i coloni ribelli. Proseguendo nella loro marcia verso Boston gli inglesi si scontrarono nuovamente con la milizia presso Concord e solo al prezzo di oltre 270 morti riuscirono ad entrare a Boston. La milizia coloniale per tutta risposta cinse d’assedio la città, sperando di costringere Gage alla resa.

Il congresso coloniale nel frattempo elaborava una strategia comune per le colonie, votando la creazione di un’armata continentale di 20.000 da porre sotto il comando di George Washigton, che il 15 giugno divenne generale supremo dell’esercito coloniale. Washigton era uno dei tanti coloni che avevano acquisito esperienza militare contro i francesi nella guerra dei Sette Anni, era un proprietario di piantagioni della Virginia e la sua nomina servì a rassicurare i conservatori su eventuali derive populiste del congresso, il quale risentiva già della pesante influenza dei radicali, molto forti grazie al legame con la stampa e abilmente guidati da Sam Adams. Appena due giorni dopo la nomina di Washigton, gli inglesi cercarono di rompere l’assedio di Boston marciando contro le posizioni fortificate dei ribelli intorno alla città. Lo scontro che ne nacque prese il nome di battaglia di Bunker Hill (17 giugno 1775) e sebbene si trattasse di una vittoria inglese, costò talmente cara alle giubbe rosse che il loro comandante, generale Howe, preferì evitare di lanciare ulteriori offensive nel New England, a primavera dell’anno successivo addirittura decise di ritirarsi da Boston alla volta di Halifax (ex Louisbourg) per rafforzare le proprie forze. La ritirata di Howe fece cadere Boston nelle mani dei coloni, inoltre dirigendosi in Nuova Scozia il generale lasciava il territorio delle dodici colonie completamente sguarnito dalla presenza militare britannica.

A luglio il congresso coloniale approvò due risoluzioni, una nella quale spiegava la necessità di imbracciare le armi per difendere l’autonomia fiscale e amministrativa violata dal Coercive atc, mentre la seconda chiamata “petizione del ramoscello d’ulivo” (Olive branch petition) venne indirizzata al re Giorgio III, garantendo che in nessun caso le colonie si sarebbero costituite come stati indipendenti, tuttavia la situazione non inizio a raffreddarsi come i congressisti avevano sperato e in inverno la milizia coloniale tentò di invadere il Canada.

Le truppe americane marciarono a nord e il 13 novembre 1775 conquistarono la città di Montreal, sperando che questo inducesse i canadesi a sollevarsi contro la corona, ma la regione era molto più fedele a Londra di quanto i rivoltosi avessero creduto. Con l’emissione del “Quebec Act”, avvenuta l’anno precedente, il governo aveva concesso ai coloni francesi della regione autonomia giuridica e libertà religiosa, accattivandosene le simpatie. La scelta tra la perdita dei diritti acquisiti con l’atto e la rivolta assieme ai puritani anti-cattolici del New England lasciò pochi dubbi ai canadesi, che rimasero fedeli sudditi della corona. L’invasione fallì definitivamente il 30 dicembre, quando l’esercito americano uscì decimato dal tentativo di assaltare la fortezza di Quebec, venendo costretto alla ritirata verso sud.

Nell’inverno fra il 1775 e il 1776 i sostenitori della conciliazione e della permanenza delle colonie nell’impero britannico erano ancora la maggioranza nel congresso coloniale, a cambiare la situazione furono le scelte del re Giorgio III. Il sovrano scelse di reagire alle iniziative coloniali con estrema durezza, prima respinse i propositi concilianti della “Olive branch” e il 22 dicembre promulgò un atto con il quale veniva negata la protezione della corona alle colonie ribelli, contro le quali veniva anche dichiarato un embargo commerciale, poco dopo il parlamento inglese approvò lo stanziamento di fondi per il reclutamento di 30.000 mercenari tedeschi da inviare in Nord America per mettere fine alla sommossa. I sostenitori dell’indipendenza approfittarono di questi fatti, mettendo in atto una straordinaria propaganda a favore della loro causa, riuscirono a rovesciare buona parte dell’opinione pubblica dalla loro parte. Dipingendo Giorgio III come un tiranno dispotico e l’Inghilterra come la predatrice delle libertà, i radicali ottennero che i governi locali delle colonie ordinassero ai loro delegati di votare per l’indipendenza dalla madrepatria, la quale divenne lentamente effettiva grazie a vari provvedimenti emessi tra primavera ed estate del 1776, dapprima il congresso aprì i porti americani alle navi straniere (in barba alle leggi britanniche che lo proibivano), successivamente venne approvata la costituzione di governi di stato indipendenti dalla ex-madrepatria (10 giugno) e infine il 4 luglio 1776 venne firmata dai delegati la dichiarazione d’indipendenza che sanziona ancora oggi la nascita ufficiale degli Stati Uniti d’America.

La dichiarazione, oltre a costituire nei fatti una dichiarazione di guerra al Regno Unito, apriva due questioni fondamentali nella storia americana dei primi anni: quella del lealismo e della ricerca di un’alleanza con altre potenze europee, molti s’erano convinti che solo quest’ultima avrebbe consentito alle colonie di raggiungere l’autonomia auspicata.

Il lealismo invece ha costituito a lungo un problema per la storiografia, spesso volta a dipingere le 12 colonie come un’entità compatta contro la madrepatria, in verità è difficile stimare quanta parte degli americani fosse realmente favorevole o sfavorevole all’indipendenza. Le teorie oggi più accreditate affermano che forse il lealisti rappresentavano buona parte della popolazione, se non addirittura la metà, costituendo la maggioranza nelle colonie centrali (New York, New Jersey e Pennsylvania) ed una minoranza forte in tutte le altre colonie, tranne nel New England dove la spinta per l’indipendenza era più forte che altrove. I lealisti ben presto subirono le angherie degli indipendentisti, i quali non esitarono a gettare in carcere o a uccidere i loro stessi compatrioti quando necessario alla causa dell’indipendenza; dal canto loro i lealisti combatterono numerosi tra le fila dell’esercito britannico o come milizie fedeli alla corona, compiendo brutalità gravi quanto quelle degli indipendentisti. La rivoluzione americana va vista anche come una guerra civile interna alle colonie, oltre che come un conflitto per l’indipendenza, perché al termine della stessa la società americana ne uscì profondamente ridisegnata a causa delle violenze compiute da entrambe le fazioni.

La Gran Bretagna agli inizi del conflitto poteva apparire dotata di una potenza enormemente superiore a quella dei ribelli, sia in termini economici che militari. In verità la marina e l’esercito inglese negli anni precedenti la guerra d’indipendenza avevano sofferto pesantemente delle politiche di finanziarie restrittive, la conseguenza era stata un grave peggioramento delle condizioni della Royal Navy che versava in uno stato drammatico: carenza di uomini, armamenti vecchi e numero delle navi insufficiente ai compiti che la dichiarazione d’indipendenza rendeva urgenti. In una situazione peggiore era l’esercito, ridotto a poche migliaia di uomini malamente pagati e addestrati, per questo nell’immediato il governo di Londra fu costretto a ricorrere all’arruolamento dei mercenari tedeschi. I problemi riguardavano non solo la situazione delle forze armate, ma anche la strategia del conflitto nel suo complesso, il Regno Unito avrebbe dovuto combattere una guerra a oltre 5000 chilometri dalla madrepatria, contro una popolazione in gran parte ostile alle truppe inglesi e in un territorio vasto come l’Europa occidentale, in cui le vie di comunicazione erano tutto sommato poco sviluppate. Considerando che l’esercito britannico non aveva mai superato le 150.000 unità nel corso della sua storia fino a quel momento e la dimensione dello scenario di guerra, appare chiaro come le difficoltà inglesi furono enormi, inoltre in America gli inglesi non poterono mai inviare un numero eccessivo di soldati a causa della distanza dall’Inghilterra, che ovviamente influiva sulla capacità di funzionamento del sistema logistico, ponendovi notevoli limiti.

La situazione americana non era molto migliore, i coloni non avevano nei fatti un esercito e la milizia coloniale era del tutto inadeguata alla situazione, visto il suo scarso addestramento e la completa assenza di rifornimenti di polvere da sparo e moschetti. Il generale Washington riuscì a sopperire alla mancanza di rifornimenti entro la fine dell’estate del ’76, creando depositi e raccogliendo tutta la produzione di armi che le colonie producevano o compravano dai francesi. Tuttavia anche l’arruolamento delle truppe era problematico, la relativa autonomia degli stati aveva finito con l’impedire al congresso continentale di avere voce in capitolo sulla questione del reclutamento obbligatorio, l’esercito delle colonie era composto da volontari e il più delle volte il loro numero fu assai esiguo, tant’è che raramente superarono la cifra di 20.000 uomini. La ferma era assai breve, tre mesi, e difficilmente i soldati prolungavano tale periodo. La scarsità di ufficiali era un’altra grave mancanza delle colonie, le quali non avevano una vera e propria tradizione militare in grado di produrre cervelli militari, ma solo professionisti di altri campi prestati al compito del comando militare (Washington stesso, ricordiamolo, era un proprietario di piantagioni della Virginia).

Howe, dopo essersi ritirato da Boston, cominciò a progettare nuove operazioni contro i rivoltosi, verso l’inizio dell’estate del ’76 era giunto alla conclusione che il suo obbiettivo doveva essere New York. La città era al centro della linea commerciale fra l’Atlantico e il Canada che passava per il fiume Hudson e quindi rivestiva un’enorme importanza strategica, era inoltre la città americana con la maggiore presenza di lealisti e un utile base per avanzare in New Jersey e Pennsylvania, altri due centri del lealismo. Prendendo le colonie centrali la posizione dei rivoluzionari si sarebbe indebolita di molto perché il territorio degli Stati Uniti sarebbe stato diviso in due parti, quindi più facilmente conquistabili. Il 2 luglio le truppe inglesi cominciarono a sbarcare presso Staten Island, un’isola della baia di New York, decidendo di usarla come base per la flotta e per condurre operazioni anfibie nella baia. Washigton aveva deciso di difendere New York e aveva portato il suo esercito a Long Island per minacciare i piani di Howe. Il 27 agosto gli inglesi e i rivoluzionari si scontrarono per il possesso dell’isola tenuta dagli americani, Howe inflisse una durissima sconfitta a Washington e lo costrinse a ritirarsi verso nord, rinunciando però ad inseguirlo, poco tempo dopo il generale inglese entrò a New York e stabilì così una duratura testa di ponte sul territorio delle colonie. Gli inglesi si spinsero nel New Jersey occupandolo nel corso dell’autunno e poi più a sud verso il Delaware, agli inizi dell’inverno erano alle porte di Philadelphia, ma Howe preferì rinunciare ad un assedio nella stagione invernale e preferì ritirarsi a svernare a New York, lasciando nel New Jersey guarnigioni di mercenari tedeschi a presidio delle città più importanti.

L’esercito di Washington, nel frattempo, era riuscito a recuperare le perdite subite a Long Island in agosto e approfittando del ritiro di Howe decise di intraprendere operazioni offensive nel New Jersey, conquistando Princeton e Trenton. Howe attese l’estate successiva per riprendere le operazioni offensive, da New York salpò alla volta della baia di Chesapeake dove sbarcò a luglio del 1777. La baia è l’estuario del fiume Delaware, risalendolo verso nord si lambisce il confine tra la Pennsylvania e il New Jersey, passando per la città di Philadelphia, che era sede del congresso continentale e quindi capitale dei ribelli, prendere al città avrebbe assestato un duro colpo alla rivoluzione americana. Con una lenta ma brillante avanzata Howe marciò sulla capitale dei ribelli, l’11 settembre sbaragliò nuovamente l’esercito di Washington che sbarrava la strada verso la città e il 26 dello stesso mese Philadelphia fu catturata dalle truppe inglesi. Gli americani tentarono un ritorno offensivo marciando da nordovest verso Philadelphia, nella speranza di prendere di sorpresa Howe, ma il tentativo fu vano perché vennero nuovamente sconfitti a Germantown il 4 ottobre.

La guerra nelle colonie centrali nei primi due anni era andata assai male per i rivoltosi, ma nell’inverno del 1777 i coloni conseguirono la loro prima vittoria militare su una forza regolare inglese. Nel corso del estate la Royal Navy aveva trasportato un grosso contingente inglese in Canada, partendo la Quebec l’esercito inglese avrebbe marciato sul nord della valle del fiume Hudson, stabilendo il contatto con le guarnigioni inglesi lasciate da Howe l’estate precedente nel nord della colonia di New York. Dopo aver attuato questa mossa gli inglesi avrebbero tagliato definitivamente fuori il New England dal resto delle colonie e il grosso delle loro forze avrebbe potuto entrarvi per mettere fine alla resistenza rivoluzionaria. Nel dicembre del’77 il generale John Burgoyne marciava da Montreal verso Albany per attuare il piano britannico, ma a causa del clima gelido, delle imboscate delle truppe coloniali e dell’eccessivo numero di carri per il rifornimento (che ne rallentavano la marcia) gli inglesi finirono col subire enormi perdite. Quanto il contingente fu isolato e impossibilitato a tornare in Canada allora gli americani decisero di ingaggiarlo in battaglia: a Saratoga il 17 ottobre Burgoyne venne sconfitto dalle forze del generale Gates, che per altro erano superiori a lui di oltre tre volte. La vittoria di Saratoga e il fatto che Howe dopo la presa di Philadelphia aveva rinunciato a distruggere le forze di Washington per rimanere in città, fecero si che le speranze americane potessero continuare a vivere, fu grazie alla vittoria conseguita da Gates che gli americani poterono ottenere l’aiuto della Francia.

Il ministro degli esteri francese Vergennes aveva aiutato le colonie sin da quando avevano cominciato la rivolta, erano i francesi a rifornire delle armi pesanti gli americani e la Francia fu la prima nazione a riconoscere l’indipendenza degli Stati Uniti, sperando che questo potesse rovesciare il risultato della guerra del sette Anni, riportando il giglio in America settentrionale i francesi speravano di ottenere parte dei territori persi e quindi probabilmente l’aiuto prestato alle colonie era dovuto più al revanscismo che ad una reale condivisione della causa rivoluzionaria.

Il 1778 vide un radicale cambiamento nella strategia da parte britannica, venne nominato un nuovo comandante in capo, sir Henry Clinton, che decise di attaccare gli stati meridionali ritenendo che fosse troppo difficile vincere nel New England senza aver prima sconfitto la Georgia, le due Caroline e la Virginia. Clinton decise di ritirarsi da Philadelphia e di stabilirsi a New York con il grosso del suo esercito, mentre l’offensiva nel sud venne affidata al generale Cornwallis che alla fine del 1788 occupò Savannah causando la caduta dell’intera Georgia in brevissimo tempo. Tuttavia la situazione per la Gran Bretagna era assai grave, la minaccia di un’invasione francese era vigorosa e la Royal Navy era stata assai mal ridotta dai tagli alle spese militari negli anni precedenti la rivoluzione, a causa di questo le forze armate britanniche faticarono a mantenere il controllo dei mari quando la Francia entrò in guerra, la situazione divenne peggiore nel 1779 quando la Spagna e l’Olanda si allearono con i francesi contro l’Inghilterra, gli alleati poterono prendere il controllo di molte isole caraibiche di proprietà inglese e ostacolare il trasporto delle truppe verso il Nord America.

Nonostante le difficoltà il generale Cornwallis riuscì a prendere la capitale della Carolina del Sud, Charlestown, nel maggio del 1780 sconfiggendo la guarnigione americana e catturando oltre 5000 uomini. Per l’esercito coloniale fu una sconfitta gravissima, che spianò la strada alla penetrazione nell’interno da parte del generale inglese, tuttavia gli inglesi dovettero fare il conto con una durissima resistenza partigiana, che rallentò pesantemente l’avanzata verso nord del generale Cornwallis. Le battaglie tra gli inglesi e coloniali continuarono per tutto il 1780-81, con la prevalenza dei britannici in quasi tutti gli scontri, ma alla fine le truppe di Cornwallis furono pesantemente logorate e il generale inglese decise di fuggire verso nord alla volta della Virginia.

Washigton, con l’aiuto del corpo di spedizione francese, decise di inseguire gli inglesi e riuscì a intrappolarli presso la città di Yorktown, sulla costa della baia di Chesapeake. Cornwallis sperava che la Royal Navy sarebbe riuscita a controllare la baia e a rinforzare le sue truppe per poter intraprendere operazioni offensive in Virginia, ma incredibilmente i francesi riuscirono a conquistare (per la prima volta in un secolo) la superiorità su un tratto di mare così vasto, la conseguenza fu che gli inglesi non poterono essere rinforzati, ne fuggire via mare, Yorktown venne accerchiata dai franco-americani e costretta alla resa, il 19 ottobre 1781 Cornwallis depose le armi e oltre 7000 inglesi furono presi prigionieri dagli alleati.

Yorktown rappresenta il momento definitivo di svolta nella guerra, fu allora che il parlamento britannico si convinse dell’impossibilità di vincere in America e cominciò a spingere per una trattativa di pace con i coloni, il primo ministro Lord North venne costretto alle dimissioni e fu rimpiazzato da Rochingham, il quale era favorevole ad un accordo con i coloni. La Gran Bretagna era stata pesantemente danneggiata dalla guerra, i commerci erano paralizzati e l’economia soffriva delle spese militari resesi necessarie, nel contempo le colonie delle Antille erano andate perdute e la Spagna premeva su Gibilterra.