IL TRECENTO QUADRO STORICO POLITICO

IL TRECENTO QUADRO STORICO POLITICO

IL TRECENTO QUADRO STORICO POLITICO


In questo secolo è inarrestabile il declino del papato e dell’impero, cioè delle due istituzioni universalistiche che erano concepite come guide della vita etica-politica dell’umanità. La chiesa è gravemente indebolita dal trasferimento della santa sede ad Avignone, che porta la sua sottomissione alla monarchia francese, poi, dopo, il ritorno dei papi a Roma dallo Scisma D’Occidente.

L’impero perde ogni reale incidenza sulla vita italiana ed europea. Anche per la civiltà comunale e cittadina ha inizio un processo di involuzione, portato dalle carestie provocate dall’incremento demografico cui non corrisponde un’adeguata trasformazione tecnica dell’agrícoltura. Su una popolazione indebolita dall’insufficiente approvvigionamento alimentare più facilmente si abbattono epidemie di peste, fra cui la più violenta fu quella del 1348, che decimò la popolazione di quasi tutte le più importanti città italiane.

Alla carestia e alla peste si aggiunge una serie di guerre provocate nel Sud dall’anarchia feudale e nel centro e nel Nord dalla politica imperialistica volta alla conquista dei mercati. La guerra non è più condotta da milizie cittadine, ma da soldati mercenari in grande prevalenza stranieri che sottopongono la popolazione a saccheggi e violenze, minacciano le città che li assoldano e richiedono ad esse un grande sforzo economico che provoca lo sfruttamento delle classi meno abbienti, quindi nuove tensioni sociali.

Per difendersi da questi pericoli le famiglie più ricche si coalizzano in oligarchie che dominano il comune, ispirando il loro governo alla difesa dei propri interessi ed escludendo gli altri cittadini dalla partecipazione reale al potere. Si affida il governo della città ad un Signore annullando le forme precedenti di autonomia cittadina. Si tratta di un evento che porta al passaggio dal comune alla Signoria.

La Storiografia

Numerose sono nel trecento le cronache, utili per le notizie che offrono sulla vita economica, politica e civile dell’epoca. Si parla di cronache non di storie perché in esse manca un vaglio critico oggettivo delle fonti e delle testimonianze, un’analisi approfondita delle cause e delle connessioni degli eventi.

Il racconto procede attraverso una successione cronologica. Si riscontra nelle cronache del tempo la tradizionale interpretazione provvidenzialistica della storia, la tendenza ad un giudizio etico religioso dei fatti. Dentro questi schemi si fa strada il gusto del particolare realistico, un’esigenza di concretezza nella rappresentazione psicologica dei protagonisti e nella descrizione della società e delle sue effettive condizioni di vita.

Fra gli autori di cronaca si trova Dino Compagni, contemporaneo di Dante e testimone dei conflitti tra le due fazioni dei Guelfi: i Bianchi e i Neri. La sua cronaca si intitola “La cronica delle cose occorrenti nei tempi suoi” nelle quale dopo aver narrato l’origine delle due parti Guelfa e Ghibellina e delle discordie politiche in Firenze, narra le vicende della città fino alla spedizione in Italia di Arrigo VII che anche Dino come Dante sperò potesse ricondurre la pace e la giustizia in Italia e quindi a Firenze.

Il fascino maggiore di queste pagine deriva dall’urto tra la coscienza morale dell’autore, sinceramente cristiano ed animato da un profondo amore per la patria e la spregiudicata violenza, la frode e il tradimento che caratterizzano l’azione dei Neri. Ma anche contro i Bianchi si leva la voce dello scrittore che li accusa di viltà in modo tale che la loro sconfitta appare nata da acquescienza di fronte alla violenza altrui.

Avverso alla parte Bianca fu un altro cronista Giovanni Villani. La sua “Cronica” a differenza di quella del Compagni è concepita secondo i moduli della storiografia medievale. Si apre infatti con il racconto della Torre di Babele con la quale ha avuto inizio la confusione delle lingue e quindi la divisione degli uomini in varie stirpi e prosegue mescolando leggende classiche bibliche e medievali, e in seguito racconta la storia contemporanea dell’Italia incentrandola completamente su quella fiorentina.

Il Villani segue la tradizione annalistica cioè racconta i fatti che sono avvenuti anno per anno e l’interpretazione provvidenzialistica della storia che fu tipica del Medioevo. Tuttavia in questa struttura antiquata si fa strada uno spirito nuovo evidente nella precisione con la quale il Villani parla dell’economia fiorentina e della finanza. Egli osserva gli avvenimenti contemporanei con sguardo lucido ed attento, la sua indagine è particolarmente concreta per cui la sua cronaca è considerata come un interessante fonte storica per quel che riguarda la vita e il costume della Firenze del tempo.

La lirica

Il panorama della lirica non offre a parte il Petrarca figure di grande rilievo ed è caratterizzato da un’ampia sperimentazione linguistica e stilistica che combina più modelli: dalla poesia Trobadorica allo Stilnovismo al Dante lirico e al Petrarca.

La lirica è legata a due filoni:

  1. il filone amoroso idealizzante.
  2. il filone comico-realistico.

I temi ricorrenti della lirica sono: il problema della fortuna, cioè del comportamento dell’uomo davanti alle difficoltà della realtà circostante, il problema della povertà cioè dell’ingiustizie sociali, l’anelito alla pace.

Franco Sacchetti

Apparteneva ad una nobile famiglia da tempo dedita alla mercatura e a tale attività si dedicò egli stesso per un certo numero di anni. E’ figura rappresentativa della borghesia fiorentina del Trecento, intraprendente dotata di un solido buon senso, di principi morali semplici e concreti.

Non ha lo spirito del riformatore, ma accetta la realtà nella quale si trova a vivere pur trovandola disforme dai suoi ideali. In lui è vivissimo l’interesse per la cultura che egli persegue da autodidatta, nelle pause di una vita movimentata e operosa. La cultura è considerata dal Sacchetti come un bene che eleva l’uomo, disponendolo alla soluzione di concreti problemi di esperienza quotidiana.

Da qui nasce il carattere pratico e popolare dell’opera letteraria del Sacchetti aderente ai problemi del proprio tempo essendo specchio della sua età. L’opera maggiore del Sacchetti è il “Trecentonovelle”. Essa comprendeva trecento novelle, ma sessantotto furono perdute, altre sono giunte in forma frammentaria. L’opera non venne diffusa perché il Sacchetti conservò gelosamente il manoscritto senza lasciarne altre copie. Alla base di questo suo atteggiamento c’è il fatto che la novella era considerata un genere popolaresco e quindi inferiore agli altri.

Nell’introduzione dell’opera il Sacchetti si proclama “uomo discolo e grosso” cioè di scarsa e non raffinata cultura e afferma di aver scritto il suo libro per procurare ai lettori sollievo in tempi così tristi, attraverso letture semplici, facili che uniscano al riso qualche considerazione morale.

Il “Trecentonovelle” non ha una cornice ma le singole novelle sono autonome. In esse confluiscono ricordi, cronache e racconti di vita vissuta. Non hanno un vero e proprio svolgimento narrativo ma si concentrano in una scena significativa, ribadendola più volte e si concludono con una morale. Il loro pregio maggiore consiste nella rappresentazione di folle, di atti e di gesti colti dal vero.

A differenza del Boccaccio il Sacchetti ritrae il popolo comune, la borghesia cogliendoli nella vita quotidiana sempre piena di vicende nuove e imprevedibili, di stranezze e di imprevisto.

La letteratura di devozione

Per tutto il Trecento si riscontra un’abbondante produzione di letteratura religiosa che per immediatezza del contenuto e dello stile può essere definita di carattere popolare.

Gli autori che sono molto spesso dei religiosi si propongono come scopo l’edificazione del lettore attraverso degli esempi cioè delle brevi narrazioni che sottolineano i momenti fondamentali di una vita nella sua diretta connessione con la trascendenza divina.

Tra gli scrittori religiosi del Trecento importante è Santa Caterina da Siena che lottò contro la crisi morale della chiesa e riaffermò l’esigenza di ricostruire la spiritualità religiosa. Il suo ideale fu quello di riportare la pace nelle singole città in Italia e in Europa pensando che la pace avrebbe consentito il ritorno del Papa a Roma, cosa indispensabile per la sua indipendenza e per compiere una riforma del clero e della vita religiosa.

Caterina ebbe la gioia di vedere ritornare il pontefice a Roma, ma ebbe subito dopo l’angoscia di vedere una nuova e più grave ferita inferta alla chiesa: lo Scisma d’Occidente. L’opera più importante di Santa Caterina da Siena sono le “Lettere” rivolte a papi, re e principi con la forza e la sicurezza incrollabile di chi si sente portatrice di un messaggio che Dio stesso le ha ispirato.