GIUSEPPE PARINI IL PENSIERO E LA POETICA

GIUSEPPE PARINI IL PENSIERO E LA POETICA

Il pensiero e la poetica

                La figura di Parini è quella di un intellettuale illuminista attivamente impegnato nella battaglia per il progresso. Come Pietro Verri e Cesare Beccaria, anche Giuseppe Parini collabora con le istituzioni, assumendo cariche importanti nella pubblica amministrazione, e trovandosi spesso in linea con le scelte politiche di Maria Teresa d’Austria; tuttavia la sua adesione alle idee dell’Illuminismo rivela alcuni caratteri peculiari, che meritano di essere evidenziati.

                Prima di tutto Parini è un sacerdote e questo suo ruolo non può non condizionare la sua posizione rispetto alle teorie illuministe in materia di religione. Pur condividendo la critica mossa dagli illuministi ad ogni forma di fanatismo religioso e di intolleranza, lo scrittore lombardo rifiuta il deismo e l’ateismo predicato da alcuni filosofi europei, sostenendo il ruolo della religione, non solo come spiegazione del significato ultimo dell’esistenza, ma anche come freno allo scatenarsi delle passioni umane e come fondamento di un’ordinata convivenza civile. D’altro canto, il suo credo religioso lo spinge a condividere l’idea illuminista dell’uguaglianza tra tutti gli uomini e quindi la necessità di adoperarsi per gli altri (filantropismo).

                Da ciò deriva la critica nei confronti della nobiltà, la quale gli appare come una classe oziosa e parassitaria, che mantiene privilegi immeritati. Nel Dialogo sopra la nobiltà, del 1757, Parini immagina che un poeta plebeo e un nobile, entrambi defunti, si confrontino sul tema della nobiltà; nel corso del dialogo emerge con forza la posizione dell’autore, il quale rileva come i titoli nobiliari abbiano avuto origine dalla violenza e dalla rapina, ma riconosce che in passato la nobiltà aveva avuto una funzione sociale, ricoprendo magistrature, militando nell’esercito, dedicandosi alla letteratura e allo studio. La conclusione è tuttavia fortemente critica nei confronti della nobiltà: oggi i privilegi di cui godono i nobili sono totalmente immeritati. Parini non giunge a proporre l’abolizione dei titoli nobiliari (la Rivoluzione francese è ancora lontana) ed è più moderato di altri illuministi lombardi, poiché si prefigge solo di rieducare la nobiltà, in linea con il programma riformatore di Maria Teresa.

                Un altro aspetto per il quale Parini prende le distanze dal gruppo illuminista del Caffè è il cosmopolitismo: lo scrittore non condivide l’ammirazione incondizionata degli illuministi lombardi per la cultura francese e ritiene al contrario di dover difendere la cultura e la lingua italiana, salvaguardandole dall’imbarbarimento; la sua battaglia per la purezza della lingua si scontra con una concezione della letteratura che privilegia i contenuti rispetto alla forma e che propone una totale libertà nella scelta della parola più adatta ad esprimere un concetto. Proprio questa è una delle differenze più marcate rispetto agli altri illuministi: come loro, anche Parini ritiene che la letteratura debba educare, ma al contrario di molti di loro, pensa che ciò non debba avvenire a scapito dell’eleganza formale. La poetica di Parini è dunque ispirata al principio oraziano del “miscere utile dulci”, ovvero del fondere l’utile con il dilettevole. Questo importante principio di poetica è esposto dal poeta nell’ode “La salubrità dell’aria”: “Va per negletta via/ognor l’util cercando/ la calda fantasia/che sol felice è quando/l’utile unir può al vanto/di lusinghevol canto.

                Anche le posizioni di Parini riguardo alle questioni economiche e sociali si distinguono nettamente da quelle dell’ambiente illuminista lombardo. Mentre il gruppo del Caffè sostiene l’industria e il commercio come fonte di progresso, lo scrittore preferisce promuovere l’agricoltura, considerandola non solo come origine della ricchezza della nazione, secondo i principi della fisiocrazia, ma anche come fonte di una vita semplice e sana, dal punto di vista fisico e morale. Su questa posizione influisce sicuramente la lettura dei classici latini, che esaltavano la vita dei campi; nello stesso tempo, anche in questo caso, Parini è in linea con il programma economico di Maria Teresa, senza rendersi conto che l’esaltazione dell’agricoltura difendeva gli interessi della nobiltà, che era la principale proprietaria terriera della Lombardia, mentre solo lo sviluppo del commercio e dell’industria avrebbe permesso l’ascesa della borghesia e quindi avrebbe consentito un autentico progresso sociale.

                Si può quindi affermare che Parini, pur appartenendo alla corrente riformista lombarda, è un moderato, e questo spiega la distanza tra lui e gli esponenti del gruppo dell’Accademia dei Pugni. A questo proposito è significativa la critica mossa da Pietro Verri all’opera Il Mezzogiorno, in una recensione pubblicata sulla rivista il Caffè: secondo Verri la descrizione della vita del “giovin signore” condotta da Parini, lungi dal suscitare riprovazione, farebbe nascere nel lettore il desiderio di imitarlo. Con questa osservazione Pietro Verri aveva colto una delle caratteristiche più affascinanti dell’opera di Parini: l’ambiguità di fondo e le diverse possibili letture.