LO STALINISMO

LO STALINISMO

LO STALINISMO

4.1. L’ascesa di Stalin al potere

Lenin morì nel 1924, dopo un lungo periodo di malattia, e subito iniziarono i conflitti interni al partito per la successione.  Alla fine, si impose su tutti la figura di Stalin (acciaio) (al secolo Josif Džugašvili), che ricopriva già la carica di segretario del Partito; nel suo testamento politico Lenin aveva chiesto che fosse rimosso da tutte le cariche, poiché nutriva nei suoi confronti una certa diffidenza, ma Stalin fece in modo che questa indicazione non venisse ascoltata e riuscì ad eliminare tutti gli oppositori.

Si è già visto come nella Terza Internazionale comunista si fosse delineata una forte contrapposizione tra i sostenitori della Rivoluzione permanente, Trockij, Kamenev e Zinov’ev, e i sostenitori del socialismo in un solo paese, Stalin e Bucharin. Nel XV Congresso del PCUS, che si svolse nel 1927, si affermò la linea sostenuta da Stalin e i suoi avversari furono espulsi dal Partito. Il più pericoloso di essi, Trockij, fu prima espulso dall’Unione Sovietica (1929), e successivamente, nel 1940, raggiunto in Messico da un sicario di Stalin e assassinato.

Dal 1927 non vi furono più ostacoli per l’affermazione della linea politica sostenuta da Stalin, che avviò la costruzione di un regime totalitario e adottò nuove misure economiche, abbandonando definitivamente la NEP di Lenin, da lui accettata a malincuore fino ad allora.

4.2. La politica economica dello stalinismo

L’obiettivo principale delle scelte di Stalin in ambito economico fu l’industrializzazione dell’Unione sovietica, allo scopo di colmare il divario tra la Russia e gli altri Paesi capitalisti. Stalin era perfettamente consapevole che i rapporti con i Paesi europei erano sempre più tesi e si riprometteva di potenziare soprattutto l’industria pesante, per far fronte ad un eventuale conflitto.

La politica del regime si basò sulla pianificazione economica, fondata sulla statalizzazione dei mezzi di produzione: i cosiddetti piani quinquennali prevedevano una serie di traguardi produttivi nei diversi settori industriali, attraverso un’organizzazione più razionale dei sistemi di lavoro e un’abnegazione e dedizione totale da parte delle forze operaie, che a partire dal 1930 non furono più difese da sindacati.

Lo sviluppo dell’agricoltura fu finalizzato a quello dell’industria, attraverso la collettivizzazione forzata delle campagne. Furono istituite due tipologie di fattorie collettive: i kolchoz, grandi cooperative in cui le terre e gli attrezzi di lavoro erano di proprietà dello Stato, e i contadini ricevevano un appezzamento di terra e una casa per il proprio sostentamento, e i sovchoz, grandi aziende di Stato, in cui lavoravano braccianti salariati. I prodotti agricoli erano per lo più distribuiti agli operai delle città, o erano esportati per finanziare lo sviluppo dell’industria.

In questo processo di trasformazione dell’agricoltura le prime vittime furono i kulaki, ovvero i piccoli proprietari terrieri, rinati con l’introduzione della NEP. Stalin era sempre stato ostile alla categoria, che vedeva come un retaggio del vecchio sistema capitalistico, e, subito dopo essere salito al potere, aveva dichiarato espressamente la sua volontà di eliminare la classe sociale dei kulaki.  Questa intenzione si tradusse nell’eliminazione fisica di almeno cinque milioni di contadini, uccisi e deportati, o ancora ridotti alla fame, se si rifiutavano di entrare nelle fattorie collettive o se sospettati di non consegnare allo Stato tutto ciò che possedevano (tra questi, almeno 600000 erano kulaki).

Il primo piano quinquennale fu avviato nel 1928 e raggiunse pienamente gli obiettivi prefissati nei settori dell’industria siderurgica, metallurgica e degli armamenti. Lo sviluppo dell’industria pesante avvenne tuttavia a scapito dell’industria dei consumi e del settore dei servizi; questo divario si mantenne inalterato nel tempo e fu uno dei problemi che il comunismo sovietico non riuscì mai ad eliminare.

4.3. La costruzione del consenso e la repressione del dissenso.

Il totalitarismo sovietico ha molti elementi in comune con i totalitarismi di destra, a partire dal culto della personalità del capo, che nel caso dello stalinismo sopravvisse alla Seconda Guerra Mondiale, e anzi si rafforzò, poiché l’Unione Sovietica era uscita vincitrice dal conflitto. Soltanto la morte di Stalin, nel 1953, incrinò il mito del personaggio, alimentato dalla propaganda del regime.

Anche Stalin volle controllare i mezzi di comunicazione di massa e la cultura, avvalendosi della collaborazione di Andrej Ždanov, che impose il realismo socialista come unica forma d’arte concessa in Unione Sovietica. Anche i giovani furono indottrinati come i loro coetanei dei regimi fascista e nazista: oltre alla scuola, contribuì alla loro educazione il Komsomol (Unione della Gioventù comunista leninista di tutta l’Unione), un’organizzazione paramilitare paragonabile all’ONB e alla Gioventù hitleriana.

Uno dei motivi propagandistici più sbandierati fu l’abnegazione degli operai in ogni settore lavorativo, che diede luogo allo stachanovismo, un movimento incentrato sulla figura del minatore Stachanov, che aveva più volte superato il record di produttività nell’estrazione del carbone.

Un altro fattore che accomuna lo stalinismo agli altri totalitarismi è il regime di terrore che accompagnò il consolidamento del potere di Stalin. Gli strumenti di cui si avvalse la macchina della repressione del dissenso furono i tribunali speciali e la temibile polizia segreta, la GPU (Direzione politica di Stato), che dal 1922 sostituì la Ceka. Gli oppositori e le loro famiglie, spesso sulla base di delazioni o semplici sospetti, erano inviati nei campi di concentramento, già esistenti durante lo zarismo e denominati Gulag (Amministrazione statale dei campi di lavoro). Questi campi erano dislocati in tutta la Russia, ma soprattutto in Siberia, nelle vicinanze di miniere o altri luoghi di lavoro. Tra i più famosi vi era quello della Kolyma, fiume dal quale si estraeva l’oro: ne rimane un’importante testimonianza nei Racconti di Kolyma, di Varlam Tichonovic Šalamov. Un’altra denuncia della disumanità del sistema concentrazionario sovietico è quella di Aleksandr Solženicyn,  un dissidente sovietico espulso dal suo Paese nel 1974, e autore di Arcipelago Gulag (1973-1975). Da questi resoconti apprendiamo che, pur mancando nei campi una struttura deputata allo sterminio sistematico degli oppositori, vi si praticava una efferata distruzione psicologica e fisica della persona. Nei gulag si moriva di fame, di freddo e di fatica. Il numero delle vittime è tuttora oggetto di discussione, ma anche in questo caso le cifre sono nell’ordine di oltre due milioni.

La repressione del dissenso raggiunse il culmine nel periodo del Grande Terrore (1936-1938), che è quello delle cosiddette “grandi purghe”. Nella lotta ossessiva contro i “nemici del popolo”, Stalin epurò il partito, mandando a morte gli storici avversari Kamenev e Zinov’ev, ma anche uno dei suoi collaboratori, Bucharin; furono inoltre arrestati e condannati a morte molti membri del Partito comunista italiano, che si erano rifugiati in Unione Sovietica per sottrarsi alle persecuzioni fasciste, e almeno 35000 ufficiali e alti gradi dell’Armata Rossa.

Alle vittime delle purghe si devono aggiungere quelle della russificazione forzata: durante la Seconda Guerra Mondiale le numerose etnie presenti nell’Unione furono sottoposte a deportazioni di massa, allo scopo di sradicarle dai luoghi in cui si era formata la loro cultura: fu questa la sorte dei tedeschi che vivevano lungo il Volga o dei Tatari della Crimea. Anche in questo caso, dunque, non si tenne in alcun conto la volontà di Lenin di equiparare le diverse etnie che componevano il mosaico delle popolazioni sovietiche.

Un calcolo approssimativo delle vittime dello stalinismo è impossibile, ma  la cifra indicata da alcuni storici si aggira attorno ai venti milioni.