FRANCIA LA CADUTA DELLA MONARCHIA

FRANCIA LA CADUTA DELLA MONARCHIA

FRANCIA LA CADUTA DELLA MONARCHIA


Ma ogni illusione svanì davanti alla tragica realtà dell’impreparazione dell’esercito Francese. Gli ufficiali aristocratici non avevano alcuna voglia di battersi per la Rivoluzione ed abbandonavano i loro posti, i soldati si sbandavano o disertavano, le fortezze capitolavano davanti al nemico, mentre l’Imperatore riuscva senza grossi problemi a concludere un’alleanza con il Re di Prussia contro la Francia. Solo la necessità di sorvegliare contemporaneamente la situazione della Polonia, impedente l’impegno profondo degli Austro-Prussiani, salvò in quei giorni la Francia dal disastro. Ma i rovesci militari bastarono ugualmente a gettare nel apnico il Paese ed a diffondere il sospetto di tradimento da parte del Re. Sempre più attanagliato fra le sconfitte da una parte e gli intrighi della Corte dall’altra, il Ministero Roland presentò allora a Luigi XVI tre decreti, contemplanti lo scioglimento della Gurdia Reale, composta di elementi dell’Aristocrazia, le deportazione dei Preti refrattari, sospetti di fare propaganda disfattista e la creazione di un campo trincerato di 20000 volontari sotto Parigi, col proposito ufficiale di difendere la città dall’avanzata nemica e quello tacito di intimidire la Corte. Il Re allora oppose il proprio veto agl;i ultimi due decreti, sciolse il Ministero Girondino e richiamò al Governo i Foglianti. Ma chi ancora risolse la situazione in senso rivoluzionario fu il Popolo di Parigi. Il 20 Giugno 1792 la Reggia delle Tuileries fu invasa dalla folla ed il Sovrano fu costretto a richiamare al Governo i Girondini, mentre l’Assemblea Legislativa dichiarava la Patria in pericolo e rivolgeva al paese un appello per una grande leva di volontari, onde sbarrare la strada al nemico. Il comandante nemico, Duca di Brunsawick, emanava allora da Coblenza un proclama, in cui si minacciava la distruzione di Parigi, in caso di nuovi attentati contro la persona di Luigi XVI, e la fucilazione delle Guardie Nazionali, colte con le armi in mano, come ribelli al proprio Re. In quel proclama, il popolo aveva ormai la prova della connivenza del Sovrano con il nemico e la folla, mobilitata dai Cordiglieri e dalla sinistra Giacobina, esplodeva daccapo, impadronendosi del Palazzo di città, destituendo la Municipalità Borghese ed insediando un comune Rivoluzionario di estrema sinistra Democratica. Il 10 Agosto infine le Tuileries furono assaltate per la seconde volta, dopo che il Popolo rivoltoso massacrò gli Svizzeri posti aguardia e costringendo il Re a rifugiarsi presso l’Assemblea Legislativa che lo sospendeva di nuovo dalle sue funzioni. Neppure la Legislativa era però ormai in grado di dominare la situazione e sotto la pressione della folla era costretta ad indire nuove elezioni, stavolta a suffragio universle, per una Convenzione Nazionale, la quale avrebbe dovuto dare alla Francia una nuova Costituzione a carattere democratico ed ugualitario, anzichè borghese e moderato. Invano il Lafayette cercò di muover con un corpo di truppe contro la Capitale, per ristabilire la Monorchia Costituzionale: fallito questo tentativo, anch’egli andò ad ingrossare le file degli emigrati realisti all’estero, seguito a breve distanza dallo stesso de Lameth. L’esperimento Monarchico-Costituzionale era ormai definitivamente tramontato. La Legislativa affidò il potere ad un Consiglio Esecutivo Provvisorio, comprendente oltre al Rolanda ed altri Girondini, anche l’audace ed impetuoso Consigliere Danton. Ma, di fatto, il potere era nelle mani del Comune Rivoluzionario, sostenuto dai Sansculottes e dall’indomita energia dei Giacobini del resto della Francia. Era il Comune che provvedeva con febbrile rapidità ad arruolare volontari, a spedirli al fronte, ad apprestare la capitale per la difesa estrema, a radunare provvigioni per l’esercito, ancora mancante di tutto, dalle munizioni alle scarpe, dai fucili ai vestiti. E, con uno slancio magnifico di entusiasmo, i volontari sorgevano, laceri, scalzi, ma armati di una decisione indomabile, sotto il Tricolore blu-bianco-rosso e cantando un inno recato dai volontari di Marsiglia e che era stato battezzato la Marsigliese. Ma dietro a loro, le folle fremevano, sovraeccitate dalle notizie paurose del fronte, alla convinzione di essere insidiate da ogni parte da una rete di traditori, dagli artcoli incendiari che il Marat pubblicava sul suo giornale, “L’amico del popolo”. Tutto ciò contribuì a creare un’atmosfera tesa di sospetti e di terrore, che d’improvviso si scaricò in un assalto alle carceri, compiuto da bande di massacratori, i quali trucidarono oltre 1600 prigionieri fra cui anche non pochi innocenti o carcerati per reati comuni (Stragi di Settembre). Intanto anche il Brunswick avanzava, ma in mezzo a gravi difficoltà, accresciute dall’abilità con cui il Generale Dumoriez manovrava le sue truppe. E finalmente il 20 Settembre 1792, sui colli di Valmy, il fuoco dei Francesi arrestava gli Austro-Prussiani, costringendoli ad un ripiegamento che il maltempo Autunnale doveva poi convertire in una disastrosa ritirata. In sè, era un successo di ben modesta entità; ma il suo valore morale era immenso: l’Europa Conservatrice aveva creduto che, abbattuta la Monarchia, non vi fosse in Francia altro che il caos e doveva accorgersi adesso che la Rivoluzione poteva aver ragione degli eserciti eserciti mercenari dei Re. Presente a quella giornata, il poeta Germanico Goethe affermava in sostanza che da quel giorno e da quel luogo s’iniziava un’epoca nuova nella storia del Mondo. Lo stesso girono di Valmy, la legisltaiva si scioglieva, cedendo il posto alla Convenzione Nazionale; il giorno seguente, quest’ultima proclamava l’abolizione della Monarchia in Francia e l’Istaurazione della Repubblica.