TESINA RESTAURAZIONE E MOTI DEL 1820-21

TESINA RESTAURAZIONE E MOTI DEL 1820-21

TESINA RESTAURAZIONE E MOTI DEL 1820-21


Restaurazione

Sconfitto Napoleone molti si illusero che  mondo potesse ritornare come prima, governato allo stesso modo. Era un’illusione.

Sotto Napoleone il mondo era cambiato. Prima della rivoluzione i nobili controllavano la società; ora, invece, li aveva sostituiti una nuova classe, più intraprendente ed attiva, la borghesia che aveva acquistato tanta importanza. Napoleone, infatti, aveva tolto le innumerevoli dogane, che dividevano territorio da territorio: in tal modo aveva favorito  i commerci stimolati per di più dalla nuova rete stradale, che egli aveva fatto costruire. Anche gli innumerevoli beni confiscati alla chiesa erano stati acquisiti a basso prezzo soprattutto dalla borghesia. Inoltre Napoleone aveva eliminato alcune leggi e consuetudini di origine feudale, che limitavano la circolazione dei beni e il diffondersi delle ricchezze. Altre possibilità di sviluppo erano derivate alla borghesia dal blocco continentale che Napoleone aveva decretato contro l’Inghilterra: esso, infatti, stimolò le industrie locali, specie quella cotoniera e le attività minerarie e metallurgiche, sollecitando in tutta l’Europa un rapido sviluppo delle industrie, ulteriormente potenziate anche dalle continue guerre, che arricchirono i produttori di merci utili all’esercito e quindi, in definitiva, proprio la borghesia.

Non era pertanto pensabile che questa nuova forza potesse essere ricondotta ad uno stato di soggezione alla nobiltà.

Perfino nelle università austriache e tedesche subito dopo la sconfitta di Napoleone erano popolate da studenti — quasi tutti reduci —, i quali esigevano l’eliminazione di ogni privilegio e di quanto restava del soffocante sistema feudale, richiedendo a gran voce ordinamenti più liberali.

Era evidente, dunque, che le potenze europee se avevano sconfitto la Francia e Napoleone sul piano militare, non erano riuscite a fare altrettanto su quello politico e culturale. Esse tuttavia non dettero alcuno spazio alle nuove idee, ai nuovi principi di libertà e di democrazia, che consideravano responsabili di tutto lo sconvolgimento accaduto dal 1789 al 1814. Ecco perche, quando si riunirono a Vienna per decidere le sorti dell’Europa, finirono per attuare ordinamenti del tutto reazionari.

D’altra parte l’esperienza napoleonica aveva insegnato qualcosa anche ai governanti: le potenze vincitrici avevano ben presto compreso quanto vantaggiose per il rafforzamento dell’autorità fossero le iniziative di Napoleone per rendere lo Stato veramente sovrano e rigidamente centralizzato: l’impiego di un numeroso e ben preparato corpo di polizia,  l’attiva presenza nelle singole province di prefetti di nomina governativa, una vasta e potente burocrazia.

Dalla Rivoluzione francese sembrò scaturire uno Stato moderno, ma reazionario. La reazione era facilitata da un profondo desiderio di pace dopo gli sconvolgimenti del periodo napoleonico, nonché dall’aspirazione dei nobili, del clero e della classe possidente a riconquistare i privilegi e i beni perduti.

I contadini sembravano non accorgersi di quanto stava accadendo per lo stato di ignoranza in cui vivevano: d’altra parte per loro il dominio francese aveva significato tasse e servizio militare obbligatorio. Anche del proletariato si può dire la stessa cosa.

Il Congresso di Vienna

Subito dopo Lipsia le potenze europee, che avevano sopportato il peso maggiore della lotta antinapoleonica, accolsero volentieri l’invito del principe Klemens di Metternich, a riunirsi a Vienna. Più di 400 furono i partecipanti al Congresso, che, apertosi il 4 ottobre 1814 tra balli e concerti, banchetti e spettacoli, si protrasse fino al 9 giugno 1815, nove giorni prima di Waterloo.

Le decisioni importanti venivano prese solo dalle grandi Potenze (Austria, Inghilterra, Russia, Prussia). I due personaggi di spicco erano il principe di Metternich, che aveva la presidenza del Congresso, e lo zar di Russia Alessandro I, che tanta parte aveva avuto nelle ultime coalizioni antinapoleoniche.

In una posizione assai delicata si trovava invece il francese principe Charles Maurice di Talleyrand: la Francia era la grande accusata per avere sconvolto l’Europa con la rivoluzione e poi con le guerre napoleoniche. Il Talleyrand riusci a rovesciare la situazione, sostenendo che egli partecipava al Congresso come rappresentante del re Luigi XVIII di Borbone, vittima dell’imperialismo di Napoleone e fratello di Luigi XVI, che la rivoluzione aveva ghigliottinato: come tale egli chiedeva giustizia per il suo sovrano, al quale andava restituito il legittimo trono appartenuto ai suoi avi.

Il ragionamento del Talleyrand fini per trovare grande consenso. Infatti restituire la Francia a Luigi XVIII di Borbone per un diritto legittimo voleva anche dire che la legge su cui si fondava tale diritto era ancora quella antichissima, feudale, abolita dalla rivoluzione francese: la legge, cioè, secondo la quale i re sono padroni dei popoli per diritto divino e pertanto la volontà dei popoli non conta nulla. Ora era proprio tale legge, che andava riesumata visto presso molte popolazioni europee era nata l’aspirazione all’indipendenza dallo straniero e in altre il desiderio di partecipare al governo dei propri paesi: aspirazioni e desideri assolutamente contrari alla legge del diritto divino dei re.

Sulla base del ragionamento di Metternnich, Alessandro I di Russia e i principi presenti a Vienna riconobbero come vantaggioso per la loro politica accogliere il principio di legittimità, in virtù del quale si poteva tornare a dividere l’Europa presso a poco com’era divisa prima di Napoleone, mantenendo sui troni i vecchi sovrani.

Santa Alleanza

Ecco perche tale principio finì per essere pienamente applicato e per determinare una totale restaurazione delle condizioni politiche e territoriali esistenti prima della Rivoluzione. E, affinché tutto ciò potesse meglio attuarsi, su proposta dello zar Austria, Russia e Prussia si unirono in una coalizione militare allo scopo di reprimere ogni movimento rivoluzionario, mirante a soppiantare i “sacri principi” dell’ordine e della legittimità. Tale coalizione, detta Santa Alleanza, avrebbe dovuto inaugurare una nuova era di pace.

Non tutti gli Stati aderirono: in primo luogo l’Inghilterra. La Santa Alleanza tuttavia venne sottoscritta e per molti anni ebbe un enorme peso nella storia  europea della prima metà dell’Ottocento.

Stati Cuscinetto

Il  principio di legittimità non fu sempre seguito, specie se urtava con gli interessi delle grandi potenze: per esempio, nel concedere all’Austria mano libera in Italia, non le venne imposto di restaurare la repubblica di Venezia. D’altra parte, in contrasto con il principio di legittimità si invocò anche il criterio della sicurezza generale: in base ad esso si ritenne necessario rafforzare territorialmente gli Stati confinanti con la Francia con il ruolo di stati cuscinetto e di guardia armata della restaurazione. Ecco perché il Regno di Sardegna venne ingrandito con l’annessione della Liguria; il Belgio venne a sua volta unito all’Olanda per dar vita al nuovo Regno dei Paesi Bassi; la Germania invece  fu trasformata in una confederazione sotto la presidenza dell’imperatore d’Austria, al quale venne assegnato anche il territorio dell’antica Repubblica veneta.

Mortificazione della Borghesia

Il Congresso di Vienna aveva riportato al potere la vecchia classe dirigente e valorizzato una economia di tipo agricolo, favorevole all’aristocrazia e contraria alla borghesia imprenditoriale e commerciale. L’antico assetto territoriale aveva inoltre fatto risorgere innumerevoli dogane, determinando  un rallentamento dei traffici e dei commerci; nello stesso tempo la cessazione della guerra aveva contribuito a porre in crisi lo sviluppo dell’industria: la borghesia, comunque, restava la vera nuova forza del tempo anche sul piano culturale, portando avanti l’eredità dell’Illuminismo. Questa nuova tensione alla libertà di espressione e di commercio prendeva il nome di Liberismo.

 Liberali erano soprattutto gli studenti, i giornalisti, i letterati, i professionisti e in genere coloro che avevano combattuto nelle legioni napoleoniche.  Furono costoro a non rassegnarsi alla Restaurazione.

Società segrete

Dopo il 1815 agli intellettuali e ai borghesi seguaci delle nuove idee non restava che la cospirazione nell’ambito delle società segrete. Molte di esse esistevano già prima del 1815, ma solo in seguito ebbero una grande diffusione.

Le società segrete, che ebbero maggiore fortuna, furono la Massoneria e la Carboneria.

L’origine della prima si perde nella leggenda e nel mito. Il nome, che deriva dal francese mason (muratore), potrebbe far pensare che in un primo momento essa fosse una specie di corporazione di mestiere, qualche cosa come un sindacato, sorto per tramandare segretamente le norme tecniche della professione; molto probabilmente, invece, il nome trae origine dal proposito di costruire una nuova struttura politica, sociale, culturale, che animava tutti gli aderenti, i quali si chiamavano fra loro fratelli e si impegnavano con un giuramento ad aiutarsi nella lotta contro l’assolutismo e la tirannide.

Questo ideale di fratellanza e di libertà coincideva, dunque, con quello degli illuministi, che stavano creando l’ambiente culturale favorevole alla rivoluzione: ecco perché la Massoneria si diffuse rapidamente in Francia e di qui anche in Italia. Col passare degli anni però essa aderì alla politica di Napoleone e finì per diventare uno strumento del dispotismo napoleonico: per questo motivo non ebbe più fortuna e dovette cedere il passo ad altre associazioni, che meglio rappresentavano le aspirazioni dei patrioti decisamente avversi ad ogni forma di assolutismo.

La più famosa fu certamente la Carboneria. Gli aderenti chiamavano vendite o  baracche le loro associazioni, carbone le armi, lupi i tiranni, foresta l’Italia:  scacciare i lupi dalla foresta significava quindi liberare la penisola dalla tirannide.

La Carboneria ebbe grande diffusione anzitutto nell’Italia meridionale all’epoca di Gioacchino Murat e quindi in tutta la penisola, ove trovò numerosissimi aderenti.

Il programma dell’associazione non era né unico ne chiaro: i carbonari lombardi e veneti aspiravano a formare un regno dell’Italia settentrionale con l’aiuto del Piemonte; quelli dello Stato Pontificio chiedevano un governo laico; i carbonari della Sicilia esigevano che l’isola diventasse uno Stato separato da quello di Napoli. Tutto ciò era dovuto alla mancanza di un’organizzazione  capace di collegare fra loro le diverse iniziative regionali secondo criteri unitari ed organici.

Un altro difetto stava nel carattere misterioso dell’associazione, i cui membri ignoravano talora persino i programmi e l’identità dei loro capi e dovevano spesso sottoporsi a riti strani ed incomprensibili. Inoltre l’origine degli associati, quasi tutti intellettuali, professionisti o ex ufficiali napoleonici, faceva della Carboneria un’associazione troppo chiusa e ristretta per poter formulare vasti programmi a carattere nazionale. L’assenza delle classi popolari fu infatti una delle principali cause degli insuccessi, ai quali fra il 1821 e il 1831 andarono incontro i moti carbonari in Italia.

I moti di Spagna

Durante l’occupazione napoleonica il popolo spagnolo si era battuto in difesa della propria libertà e indipendenza e, unico fra tutti i popoli europei, era riuscito con la guerriglia a sconfiggere l’esercito invasore e ad imporsi al rispetto e all’ammirazione del mondo.

Nel 1812, proprio mentre la lotta era più intensa, i patrioti si erano dati una Costituzione sul tipo di quella francese del 1791 e il re Ferdinando VII, ancora prigioniero di Napoleone, aveva segretamente promesso di mantenerla. Egli rinunciava cosi al potere legislativo, affidandolo ad un Parlamento o Cortes, eletto dal popolo (sistema unicamerale). Quando però nel dicembre del 1813 Ferdinando ritornò sul trono, si rifiutò di mantenere fede alla parola data e governò da sovrano assoluto, abolendo la Costituzione e perseguitando i patrioti che avevano partecipato alla lotta di liberazione.

Tale comportamento provocò indignazione in tutto il popolo spagnolo e specialmente nell’esercito in mezzo al quale si era particolarmente diffusa la Carboneria.

Il 1° gennaio 1820 alcuni battaglioni, a Càdice, si ribellarono e, sotto la guida dei loro ufficiali, proclamarono di nuovo la Costituzione del 1812. Da quel momento l’insurrezione dilagò in molte altre province al punto da indurre il re, quasi prigioniero a fissare la data per le elezioni del Parlamento (Cortes).

I moti di Napoli

Esattamente sei mesi dopo, il 1° luglio 1820, giorno di san Teobaldo protettore dei carbonai, la rivolta scoppiò anche nel Regno delle Due Sicilie. Qui era molto diffuso il malcontento presso l’esercito a causa delle condizioni d’inferiorità in cui erano tenuti gli ufficiali che avevano militato sotto il Murat: essi perciò avevano finito per aderire quasi in blocco alla Carboneria. Il segnale venne dato a Nola da uno squadrone di cavalleria, che, al comando dei sottotenenti Morelli e Salvati, insorse al grido di Viva il Re, viva la Costituzione.

Da Nola i ribelli si diressero su Avellino, donde con l’appoggio di nuovi reparti mossero verso Napoli. Anche le truppe della capitale, agli ordini del generale murattiano Guglielmo Pepe, uno dei difensori della Repubblica partenopea del 1799, fecero causa comune con gli insorti. II re Ferdinando I fu  costretto a concedere una Costituzione simile a quella di Spagna e a giurare sul Vangelo di mantenerla.

Nel frattempo anche la Sicilia insorgeva, cacciava le truppe borboniche e proclamava I’indipendenza dell’isola.

Contro i separatisti siciliani i costituzionali napoletani inviarono un esercito al comando del generale Florestano Pepe, fratello di Guglielmo. Questi si dimostrò troppo accomodante verso i ribelli e fu sostituito dal generale Pietro Colletta, il quale riuscì a sottomettere e a pacificare l’isola (settembre 1820).

Quasi contemporaneamente le potenze della Santa Alleanza  decidevano segretamente  di ristabilire l’assolutismo a Napoli e in Spagna. Invitavano il re di Napoli ad un convegno a Lubiana. Re Ferdinando, ottenuta l’autorizzazione del Parlamento, partì promettendo che avrebbe difes la Costituzione e il nuovo governo. A Lubiana egli si presentò invece come vittima della rivoluzione e chiese aiuti militari contro gli insorti. Un esercito austriaco di centomila uomini, scese verso Napoli.

Il Parlamento napoletano affidò al generale Guglielmo Pepe il comando dei reparti schierati in Abruzzo nei pressi del passo di Antrodoco e al generale Michele Carascosa il comando delle truppe schierate sul fiume Garigliano. Al primo attacco le truppe del Pepe del Carascosa furono sconfitte e disperse. Il 23 marzo 1821 Ferdinando I rientrava a Napoli.

Abolì la Costituzione e iniziò una feroce persecuzione contro i costituzionali, mandò a morte Morelli e Silvati, moltissimi ne imprigionò o costrinse all’esilio.

Contemporaneamente gli Austriaci occupavano la Suculua tra l’indifferenza della popolazione.

I moti piemontesi

Mentre la rivoluzione napoletana finiva nella sconfitta un’altra insurrezione scoppiava in Piemonte.

Vittorio Emanuele I, rientrando nel 1815 dalla Sardegna a Torino, aveva dichiarato di voler fingere di aver dormito per quindici anni e aveva ridistribuito le cariche di corte e di governo ai nobili che le occupavano nel 1792. Dall’esercito furono allontanati gli ufficiali che avevano collaborato con i Francesi e sostituiti con altri assolutamente inadatti per età o per inesperienza. Perciò anche in Piemonte la Carboneria aveva numerosi aderenti, alcuni dei quali miravano a creare una federazione fra gli Stati dell’Italia settentrionale ed erano perciò detti Federati. Costoro avevano l’aspirazione a trasformare lo Stato in senso costituzionale, ma richiedendo una una Costituzione più aristocratica di quella di Spagna, perché prevedeva una Camera dei deputati eletta dal popolo e un Senato  scelto direttamente dal re.

Un’organizzazione segreta di ispirazione carbonara si era andata formando nel frattempo anche nel Lombardo-Veneto; essa faceva capo al conte Federico Confalonieri, con il quale il conte Santorre di Santarosa, capo dei Federati piemontesi, aveva avuto contatti per un’azione comune. I loro progetti erano noti al principe di Savoia-Carignano, Carlo Alberto (1798-1849), erede al trono di Sardegna, il quale  non aveva mai approvato la politica conservatrice del re e in varie occasioni aveva espresso chiaramente la propria opinione in proposito.

Inizia la sommossa

La sera dell’11 gennaio 1821 quattro giovani universitari, che avevano mostrato troppo apertamente la loro simpatia per il moto napoletano, erano stati imprigionati. L’indomani i loro compagni si erano riuniti nei locali dell’Università per ottenere il rilascio degli arrestati. L’assembramento era stato disperso dalla polizia con tale violenza da provocare il risentimento generale e la richiesta di immediate riforme, che il governo si rifiutò di concedere.

I Federati piemontesi allora si convinsero che c’era poco da sperare dal vecchio sovrano e dalla nobiltà: essi quindi abbracciarono il programma dei carbonari e accolsero il principio della rivoluzione armata e della dichiarazione di guerra all’Austria, stabilendo accordi con i Federati e i carbonari lombardi.

Di questa iniziativa venne informato lo stesso Carlo Alberto, che sembra promettesse di farsi autorevole mediatore fra il re e i congiurati. Ma, quando tutto era già pronto e il momento sembrava favorevole, dato che l’esercito austriaco era impegnato nella repressione del moto napoletano, il giovane principe, forse impaurito, ritirò la parola data senza riuscire ad impedire lo scoppio della sommossa. Il 10 marzo 1821 le guarnigioni di Alessandria, Vercelli e Pinerolo insorgevano. Il 12 marzo anche i reparti del presidio di Torino ne seguivano l’esempio.

L’abdicazione di Vittorio Emanuele I

Il vecchio re, non volendo spargere sangue, ma neppure piegarsi alla violenza della piazza, abdicò in favore del fratello Carlo Felice, che si trovava a Modena ospite del duca Francesco IV, suo genero: in sua assenza lo avrebbe sostituito come il nipote Carlo Alberto. Questi si venne a trovare in una posizione difficilissima, ma alla fine però si decise a concedere la Costituzione di Spagna, dichiarando che essa sarebbe entrata in vigore solo dopo l’approvazione regia.

Carlo Felice reagì con prontezza, lanciando da Modena un proclama col quale si rifiutava di riconoscere le concessioni fatte a sua insaputa e ordinava a Carlo Alberto di abbandonare Torino e di recarsi a Novara, la cui guarnigione era rimasta fedele. Carlo Alberto, temendo di essere privato dei diritti alla successione, obbedì. Nel frattempo Carlo Felice invocava l’aiuto dell’Austria. Ai primi d’aprile, infatti, truppe austriache passavano il Ticino e disperdevano a Novara l’esercito degli insorti, forte appena di quattromila uomini (8 aprile 1821).

Così anche in Piemonte la rivoluzione costituzionale finiva con il ritorno sul trono di un sovrano reazionario e con una lunga serie di processi e di condanne contro congiurati o sospetti.

Reazioni violente degli stati

Dopo il fallimento dei tentativi rivoluzionari di Napoli e del Piemonte, tutti i sovrani, sia quelli rientrati in possesso del trono sia quelli che avevano tremato per la paura di perderlo, si fecero quanto mai vigilanti, incarcerando e mandando a morte quanti erano sospetti di aderire alle idee liberali.

Particolarmente spietata fu la reazione del duca di Modena, Francesco IV, il quale, legato alla politica dell’Austria, operò agli inizi del 1822 numerosi arresti e istituì nel castello di Rubiera, presso Modena, un tribunale speciale che pronunziò nove condanne a morte, tutte poi commutate in carcere perpetuo, tranne quella che colpì il giovane sacerdote Don Giuseppe Andreoli, giustiziato il 17 ottobre 1822.

Molto dura fu anche l’azione repressiva di Ferdinando I dopo il suo ritorno sul trono di Napoli e quella del pontefice Leone XII, succeduto nel 1822 a Pio VII: l’odio verso i liberali e i carbonari avvelenava ormai da tempo la vita politica dei due Stati, i cui sistemi di governo erano ritenuti corrotti e arretrati dallo stesso Metternich, che pure era lo statista reazionario per eccellenza e l’incontrastato arbitro della Santa Alleanza.

In Toscana, invece, il granduca Ferdinando III continuava a dar prova di una certa tolleranza, offrendo generosa ospitalità agli esuli.

Le reazioni austriache nel Lombardo Veneto

In quanto a repressioni l’Austria non fu certamente da meno. Per la verità, durante gli anni 1820-21, nessun moto rivoluzionario si era verificato nel Lombardo-Veneto. Il governo austriaco sapeva però benissimo che la propaganda carbonara si andava diffondendo e preparava nuove lotte anche con l’aiuto di una vasta produzione di opere letterarie e scientifiche, che facevano di Milano un attivo centro di idee e di iniziative. Ecco perché aveva istituito una rigida censura, che toglieva dalla circolazione qualsiasi pubblicazione in contrasto con la politica dominante, ma che non poteva tuttavia impedire che si continuasse a scrivere e a discutere di problemi strettamente letterari, economici, scolastici, sanitari, nel trattare i quali si finiva sempre per incitare gli Italiani — sia pure in forma velata — a conquistare la libertà e I’indipendenza.

L’influenza del Romanticismo. Il Conciliatore.

Ad accentuare e a rafforzare tale sistema contribuì certamente il Romanticismo, una nuova corrente di pensiero, che si basava sulla piena libertà dell’ispirazione e della creazione artistica e rifiutava ogni imitazione dei modelli del passato. Di qui tutto un fiorire di discussioni fra i seguaci del Classicismo allora di moda, e i romantici, espressione dei tempi nuovi: i classici, che sostenevano la necessità di rifarsi alla perfezione delle opere antiche e quindi a precise regole tratte da esse; i romantici, che si mostravano invece decisi sostenitori di un totale rinnovamento della letteratura e dell’arte in nome della libertà di pensiero e di espressione.

Il dibattito si trasformò ben presto da letterario in politico. La libertà di creazione artistica, sostenuta dai romantici, richiamava alla mente la libertà dall’oppressione: liberarsi dal peso delle regole era un po’ come liberarsi dal dominio straniero.

Ecco perché il Romanticismo, che tra il 1818 e il 1819 ebbe nel giornale “Il Conciliatore” di Milano il suo battagliero organo di stampa, fu abbracciato con entusiasmo da tutta una generazione di patrioti da Silvio Pellico a Giovanni Berchet, da Federico Confalonieri al giurista Gian Domenico Romagnosi, i quali, pur trattando nei loro scritti di questioni letterarie e giuridiche, lasciarono trasparire l’amore per la libertà e l’indipendenza. I1 termine romantico assunse così ben presto lo stesso significato di liberale e di patriota e perciò “Il Conciliatore” dopo un solo anno di vita venne soppresso.

Nel 1820 infatti, ancor prima che scoppiassero i moti piemontesi, la polizia aveva scoperto a Milano una vendita carbonara e aveva arrestato fra gli altri Silvio Pellico, l’ex redattore capo del “Conciliatore”, e il musicista romagnolo Pietro Maroncelli.

Ebbe luogo un lungo processo, che si concluse nel 1822 con varie condanne a morte, commutate poi in carcere duro da scontare nella fortezza dello Spielberg, presso Brun (oggi Brno) in Moravia. Il Pellico vi rimase 10 anni e, quando ne uscì, era un uomo fisicamente distrutto: il che non gli impedì di scrivere un libro di memorie intitolato Le Mie Prigioni, con il quale conquistò  una grande popolarità.

Dopo il fallimento dei moti piemontesi la polizia, il 13 dicembre 1821, arrestò anche il Confalonieri e i suoi amici, dando inizio ad un nuovo processo, che terminò alla fine del 1823 con sedici condanne a morte, commutate pure questa volta nel carcere duro da scontarsi allo Spielberg: il Confalonieri ne uscì dopo 13 anni, indebolito di spirito e di corpo e con l’assoluta proibizione di rientrare in Italia.

La Santa Alleanza in Spagna

Nel frattempo il moto costituzionale veniva soffocato anche in Spagna. La Santa Alleanza infatti, dopo aver represso l’insurrezione napoletana e dato man forte a Carlo Felice per domare la ribellione in Piemonte, aveva convocato nell’ottobre 1822 un congresso a Verona, nel corso del quale aveva presa la decisione di restaurare l’assolutismo nella penisola iberica.

L’incarico questa volta venne affidato alla Francia reazionaria di Luigi XVIII, che era entrata a far parte della Santa Alleanza e sembrava desiderosa di poter espiare le sue antiche colpe rivoluzionarie. Un esercito francese passava infatti i Pirenei e nell’aprile del 1822, nel giro di pochi giorni costringeva le Cortes a lasciare la capitale e a riparare a Cadice. Qui venne tentata l’estrema resistenza, ma nell’agosto del 1823 anche la fortezza del Trocadero , ultimo baluardo dei costituzionali, era costretta a capitolare. Il re sciolse le Cortes e dette inizio ad una brutale repressione.

Tre anni di lotte finite in niente.