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RIASSUNTO IL FU MATTIA PASCAL

RIASSUNTO IL FU MATTIA PASCAL

RIASSUNTO IL FU MATTIA PASCAL


Mattia Pascal, bibliotecario in un paesino ligure di analfabeti chiamato Miragno, racconta come il destino poté mutargli la vita facendolo morire per ben due volte.

Suo padre era un navigante che riuscì ad arricchirsi giocando a carte con un capitano inglese; la fortuna accumulata fu subito investita in case e poderi, ma il padre non poté goderne perché morì all’età di trentott’ anni.

La madre si sentì sperduta e non seppe badare né ai suoi figli, Mattia e Roberto, né ai possedimenti, che furono affidati in custodia al Malagna, un amministratore poco fidato. Ben presto la ricchezza dei Pascal è dissipata da questo personaggio, che però subisce la vendetta del destino. Egli non può avere figli né dalla sua prima moglie, che è accusata di sterilità e muore tristemente, né dalla seconda, la giovane Olivia, che tanto piace anche a Mattia, il quale le procura la gioia di un bambino.

Dal Malagna si trasferiscono anche la vedova Pescatore e sua figlia Romilda, nipote del padrone di casa; la giovane è oggetto del desiderio di Pomino, amico di Mattia: quest’ultimo si reca spesso in casa del Malagna, corteggia Romilda da parte dell’interessato e finisce per innamorarsene lui stesso.

Mattia intraprende una relazione con lei ed è costretto a sposarla, perché ben presto Romilda partorisce due gemelle. Con gli sposi convive la vedova Pescatore, che con i suoi discorsi e comportamenti ossessiona il povero (anche economicamente) Mattia; la casa si trasforma in un inferno, tra urla e litigi; muoiono la signora Pascal e entrambe le figlie di Mattia. Questi, dopo aver ottenuto il posto di bibliotecario, parte all’insaputa di tutti per Nizza e in seguito per Montecarlo, dove conosce il gioco d’azzardo: con numerose puntate fortunate, trasforma il piccolo gruzzolo iniziale in 82000 £, una ingente somma all’epoca.

Ma il destino beffardo, che gli si mostra favorevole, sta preparandogli nuove sciagure.

Sul treno di ritorno per Miragno, egli legge sul giornale l’annuncio del suo suicidio, avvenuto secondo i parenti presso il molino di una sua proprietà: in realtà essi, che non lo vedevano da qualche giorno, avevano riconosciuto il suo volto in quello di uno sventurato che si era tolto la vita in quei giorni.

Sbalordito nel leggere il proprio necrologio, Mattia immagina nella morte una liberazione dalle ossessioni domestiche; spensierato e ricco, pronto a iniziare una nuova vita, egli deve ribattezzarsi con un nome che anche stavolta viene deciso dal fato.

Adriano Meis si costruisce un finto ma credibile passato, cambia il suo aspetto lasciandosi crescere i capelli (ma di Mattia rimane un occhio sbircio dalla nascita) e inizia a viaggiare, visitando le più belle città europee; dopo un anno di libertà sconfinata, Adriano si stabilisce a Milano e poi a Roma.

I suoi rapporti con la gente lo vedono sempre costretto a mentire e a condurre una vita da spettatore; Adriano diventa un misantropo, non sa più chi è veramente e soprattutto è schiavo di quella che all’inizio pareva libertà.

A Roma il signor Meis si stabilisce in affitto presso Anselmo Paleari, che divide la casa con sua nipote Adriana e con la signora Caporale.

L’ospite appare schivo e riservato e solo dopo qualche mese si decide a conversare (ma sempre in maniera misteriosa) con le signore di casa; i racconti dei suoi viaggi entusiasmano la Caporale, che si innamora di lui, ma questi, a sua volta, prova sentimento verso Adriana.

Una sera a casa Paleari arriva il cognato di Adriana, Terenzio Papiani, che era partito per Napoli dopo la morte della moglie; questo losco personaggio, non volendo restituire la dote al Paleari, trama di sposarsi con Adriana.

Tra i due c’è di mezzo Adriano Meis, che ha compreso tutto e per di più è amato, anche se in modo platonico, dalla ragazza; l’intreccio è delicato, i rapporti tra i personaggi sono tesi e di cortesia, nascosti dietro a maschere sorridenti. Per scoprire qualcosa di più sul conto del suo rivale in amore, Papiano assolda un uomo che recita la parte del cugino di Adriano, ma a nulla vale questo tentativo.

Adriano si sottopone a un’operazione all’occhio, che dopo quaranta giorni è perfettamente guarito; nel buio della sua camera, dove trascorre il tempo necessario alla guarigione, si svolgono riflessioni filosofiche sulla vita, la morte e la religione, che tanto appassionano il Paleari; egli organizza persino le sedute spiritiche a cui partecipano numerosi invitati, ma soltanto Paleari crede davvero alle manifestazioni dello spirito Max; gli altri approfittano del buio per colpirsi a vicenda o per dare sfogo al sentimento, come fa Meis con Adriana.

Le sedute spiritiche somigliano sempre di più a sedute di spirito, poiché Papiano, con l’aiuto di un collaboratore, si prende gioco di Meis e ne approfitta per sottrargli del denaro. Adriano crede per un attimo che lo spirito del morto suicida lo ammonisca; lunghe e tormentate riflessioni lo conducono a diverse conclusioni: il rapporto con Adriana non può continuare, bisogna dirle la verità, ammettere che Adriano Meis non esiste e che Mattia Pascal è morto e ancora ammogliato, poiché il peso insopportabile della moglie grava ancora nella coscienza del morto.

Adriano si accorge del furto di 12000 £ e, nonostante Adriana lo esorti a denunciare Papiano, egli sa che non può farlo, perché la polizia indagherebbe anche sul suo conto, e scoprirebbe che il sig. Meis per la legge non esiste, è solo il frutto della fantasia di un “morto”. Allora Mattia corrobora le proprie tragiche convinzioni, che lo dipingono come un morto che deve ancora perire, un uomo escluso dalla vita, l’ombra di un personaggio costretto a subire il supplizio di Tantalo.

Obbligato a scagionare Paleari, che è comunque colpito dal rimorso, Meis punisce involontariamente, con le sue menzogne, la povera Adriana.

Per non farla più soffrire, decide di farla ingelosire, di modo che lei smetta di amarlo. L’occasione buona arriva presto: i Paleari sono invitati da una potentissima famiglia spagnola che era stata molto influente all’epoca dei Borboni e ancora partecipava alla politica italiana. Ad accoglierli ci sono Pepita Pantogada, giovane e bella, la sua cagnolina e il fidanzato ufficiale, il pittore Bernaldez. Tutti e tre erano già conosciuti perché avevano preso parte alle celeberrime sedute spiritiche del Paleari.

Meis corteggia in modo plateale Pepita e arriva persino a offendere il pittore nel suo orgoglio; tra i due si prospetta un duello, fissato per il giorno seguente, e Adriano deve cercarsi due testimoni, come prevede il codice di comportamento. Paleari e Papiano rifiutano, così egli è costretto a rivolgersi a due ufficiali; i carabinieri si prendono gioco di lui, che si volge in fuga come un vigliacco, errando per la città.

Finché giunge ad un ponte e… dopo due anni, termina la vita di Adriano Meis. A morire non è un uomo, ma un vile bugiardo che non aveva potuto vivere davvero, impedito nel socializzare e nell’amare. Lasciando nel fiume alcuni oggetti di riconoscimento e un bigliettino, Mattia Pascal si libera di quell’ombra e, morendo per la seconda volta, decide di reincarnarsi.

Dopo una breve sosta a Pisa, dove riacquista il suo aspetto originario, Mattia parte per Oneglia, da suo fratello Roberto. E come in una scena dei varietà televisivi strappalacrime, i due stentano a riconoscersi e poi si abbracciano calorosamente. Roberto previene il fratello sul fatto che Romilda si è risposata con Pomino e da lui ha persino avuto un figlio; contrariato per il manchevole rispetto portato dalla moglie al lutto, Mattia si rallegra al pensiero di non dovere più condividere nulla con quella e con la ossessiva vedova Pescatore. Purtroppo però la legge, ancora una volta, gli è nemica: il secondo matrimonio si annulla se il primo coniuge si ripresenta al cospetto della moglie.

Come un Ulisse che torna ad Itaca, Mattia raggiunge Miragno, ma non c’è nessuno che lo riconosce; egli si reca a casa di Pomino e, bussando alla porta, può nuovamente dire “Sono Mattia Pascal”.

L’arrivo del morto provoca scompiglio nella famiglia; Pomino si agita alla notizia che il matrimonio andrebbe annullato, Romilda sviene per la sorpresa, la Pescatore sbraita contro tutti i presenti, Mattia si indegna con loro per averlo confuso con un altro e per non aver portato rispetto alla sua anima. La scena drammatica ha fine quando Mattia si lascia andare a un’ilarità improvvisa e libera Pomino da tante preoccupazioni: Romilda fu la moglie di Mattia Pascal, formalmente morto, e questi non farà valere i suoi diritti; per lui sarà sufficiente passare il resto dei suoi giorni nel paese natale.

L’unico a riconoscere le sue sembianze è don Eligio, l’altro bibliotecario a cui tanto era affezionato; tutti i paesani vengono finalmente a sapere che Mattia è vivo e accorrono per rivederlo. Egli rincontra anche Olivia, che ha per mano il figlio di quello che fu Mattia Pascal: non c’è altro modo per denominare questo personaggio, che sfugge a ogni identificazione. Egli continua la sua attività nella biblioteca di Miragno, scrive la sua incredibile storia con l’aiuto di don Eligio e ogni tanto si reca alla sua tomba, a vedersi morto e sepolto laggiù…


SPAZIO

L’avventura di Mattia-Adriano si svolge principalmente a Miragno, paesino della Liguria vicino a Genova, e a Roma, dove egli affitta una stanza; il protagonista compie inoltre un lungo viaggio che lo porta a visitare Torino, Milano, Venezia, Firenze e poi Colonia, Worms, Magonza…

Nonostante il gran numero di luoghi citati, l’autore non si sofferma mai a descriverli, lasciando che sia il lettore a immaginarli.

Evidentemente per Pirandello gli scenari dove le sue marionette agiscono passano in secondo piano, né egli se ne serve per caratterizzare i personaggi, come invece fa la maggior parte degli scrittori.


TEMPO

Mancano del tutto riferimenti cronologici precisi ed espliciti; si può però dedurre, dalle notizie che Mattia legge su un giornale, che la vicenda si svolga tra la fine del secolo scorso e i primissimi anni del nostro:

-Lessi che l’imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdam, a mezzodì, l’ambasciata marocchina, e che al ricevimento aveva assistito il segretario di Stato, barone di Richtofen…

-Anche lo zar e la zarina di Russia avevano ricevuto a Peterhof una speciale missione tibetana che aveva presentato alle LL. MM. i doni del Lama.

Come per i luoghi, Pirandello non ha intenzione di esplicitare il tempo in cui si svolgono i fatti, perché questa vicenda può accadere in qualsiasi epoca e paese. Come lo stesso autore ribadisce in una nota alla fine del libro, anni dopo la stesura de Il fu Mattia Pascal un uomo, che era stato rinchiuso in carcere, quando fu liberato scoprì che per legge egli era morto, riconosciuto erroneamente nel cadavere di un suicida, e nel frattempo sua moglie si era risposata…


NARRAZIONE

La narrazione è condotta in prima persona; a raccontare è Mattia Pascal, che scrive, su invito di don Eligio, la sua biografia sotto forma di diario, rivolgendosi direttamente al lettore, dialogando persino con lui.

L’ordine cronologico è regressivo, cioé lo scrittore ricorda fatti avvenuti in precedenza e va a ritroso nel tempo, salvo tornare al presente alla fine del racconto. Oltre all’analessi, che riguarda tutto il libro, ci sono anche delle prolessi; questo è possibile perché l’io narrante è onniscente e può anticipare al lettore, anche solo con brevi cenni, ciò che sta per succedere.

-Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo./ Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole ), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda…sentirete.

-…giacché mio fratello ebbe la ventura di contrarre un matrimonio vantaggioso.

Il mio invece… -Bisonerà pure che ne parli, eh, don Eligio, del mio matrimonio?

Arrampicato là, su la sua scala da lampionajo, don Eligio Pellegrinotto mi risponde:

-E come no? Sicuro. Pulitamente…

-Ma che pulitamente! Voi sapete bene che…

Don Eligio ride, e tutta la chiesetta sconsacrata con lui.


STILE

Ora capisco come Pirandello poté diventare Premio Nobel nel 1934 e restare così celebrato anche a tanti anni di distanza. Il suo stile di raccontare mi ha meravigliato, tenendomi incollato dalla prima all’ultima pagina come davanti a un film o, per meglio dire, a una commedia di teatro. Libero da ogni vincolo e ogni preconcetto, conduce la storia in tono colloquiale, arrivando al contatto diretto col lettore, creando in ogni periodo attesa per ciò che segue. Il suo stile molto originale, come mai avevo apprezzato finora, rende una storia che già di per sé è interessante ancora più stimolante per il lettore; accanto ai semplici fatti ci sono le battute di spirito, le riflessioni filosofiche e le caratterizzazioni di numerosissimi personaggi. Sempre tra il serio e il faceto, tra la realtà e la fantasia,quest’opera d’arte dipinge uno scenario reale in cui si muovono personaggi reali, che ciascuno di noi potrebbe interpretare: tutti potrebbero immedesimarsi in Mattia, perché non si sa mai che cosa la vita ci prospetterà, e l’abilità dell’autore sta proprio nell’eliminare ogni barriera tra Mattia e il lettore, facendone un unico personaggio.


PERSONAGGI

Si può dire che tante sono le stelle nel cielo, tanti sono i personaggi che Pirandello inventa, estrapolandoli dalla sua fantasia e collocandoli nella realtà (o viceversa?).

In questo libro ho contato circa trenta personaggi, ciascuno diverso dagli altri, ciascuno rispecchiante un modello diverso di vita; molti compaiono solo per una pagina, ma restano ugualmente negli occhi del lettore, perché sono descritti in un modo davvero originale e, il più delle volte, intervengono per ravvivare il racconto con battute di spirito e scene tragicomiche. Con le sue marionette, Pirandello intende rappresentare una piccola parte dell’umanità, che è estremamente eterogenea; bisogna guardarla in un caleidoscopio se si vuole comprendere veramente com’è, cioé estremamente variopinta.

Il protagonista è Mattia Pascal, uno di noi, uomo normale, né bello né ricco, che vive un caso eccezionale, morendo formalmente per due volte e scoprendo sulla sua pelle la nullità dell’uomo. La sua presentazione è diretta e molto originale; dopo aver detto il suo nome, per lui cosa non da poco, si descrive fisicamente:

-…m’afferrò per il mento, me lo strinse forte forte con le dita, dicendomi:

-Bellino! Bellino! Bellino!- e accostandomi, man mano che diceva, sempre più il volto al volto, con gli occhi negli occhi, finché emise una specie di grugnito e mi lasciò, ruggendo tra i denti: -Muso di cane!

Doveva essere la mia faccia placida e stizzosa e quei grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto per raddrizzarmi un occhio, il quale, non so perché, tendeva a guardare per conto suo, altrove. Erano per me, quegli occhiali, un vero martirio. A un certo punto li buttai via e lasciai libero l’occhio di guardare dove gli piacesse meglio. Tanto, se dritto, quest’occhio non m’avrebbe fatto bello. Ero pieno di salute, e mi bastava. A diciott’anni m’invase la faccia un barbone rossastro e ricciuto, a scapito del naso piuttosto piccolo, che si trovò come sperduto tra esso e la fronte spaziosa e grave./io avrei cambiato il mio volentieri, e così anche gli occhi e tante altre parti della mia persona. Ma sapendo bene che non si può, rassegnato alle mie fattezze, non me ne curavo più che tanto.

A sconvolgere la sua monotona esistenza da bibliotecario arriva la sorte, che al Casinò di Montecarlo lo rende ricco e libero dalle preoccupazioni casalinghe.

All’improvviso Mattia si trova davanti a una vita tutta da ricominciare e da dedicare a se stesso, senza apparenti legami col passato; e mentre leggevo anch’io mi auguravo di trovarmi, un giorno, in una situazione simile, magari disperso su una barca nell’Oceano e naufrago in una terra lontana, pronto a vivere all’avventura e deciso a non sprecare un solo secondo della mia nuova esistenza…

Il prezzo che Mattia deve pagare è però altissimo: egli si trasforma in un uomo-invenzione, in una marionetta nelle mani degli altri, in un bugiardo che, costretto a portare sempre una maschera che dia una immagine diversa di lui, è vittima delle sue stesse menzogne.

-Or che cos’ero io, se non un uomo inventato? Una invenzione ambulante che voleva e, del resto, doveva forzatamente stare per sé, pur calata nella realtà./

La mia vera, diciamo così, “estraneità” era ben altra e la conoscevo io solo: non ero più niente io; nessuno stato civile mi registrava, tranne quello di Miragno, ma come morto, con l’altro nome.

Adriano Meis è libero, ma per evitare di essere scoperto, evita rapporti durevoli e profondi con la gente che incontra e si ritrova inevitabilmente solo; in questo modo, priva di amicizia e amore, la sua vita non ha più senso ed egli ne è un impassibile spettatore.

-Ma la verità forse era questa: che nella mia libertà sconfinata, mi riusciva difficile continuare a vivere in qualche modo. Ma la vita, a considerarla così, da spettatore estraneo, mi pareva ora senza costrutto e senza scopo.

-E che uomo dunque? Un’ombra d’uomo!E che vita! Finché m’ero contentato di star chiuso in me e di vedere vivere gli altri, sì, avevo potuto bene o male salvare l’illusione ch’io stessi vivendo un’altra vita…/ M’è sembrata una fortuna l’esser creduto morto? Ebbene, e sono morto davvero. Morto? Peggio che morto; me l’ha ricordato il signor Anselmo: i morti non debbono più morire, e io sì: io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita.

Per porre fine a un’esistenza da ombra, non gli resta che uccidere Adriano; con lui muore la maschera di Mattia, che può tornare a essere se stesso.

Egli si paragona alla torre di Pisa, perché come essa è nell’incertezza e non sa da quale parte pendere; tutte le sue sicurezze di gioventù sono svanite, non sa più chi è, qual è la sua funzione nel mondo, quale posizione dovrà assumere nella società. In un amaro finale, Mattia va al cimitero per vedersi là, morto e sepolto; è finito il gioco delle parti, egli si è tolto la maschera per la rappresentazione:

-Quello che vorremmo o dovremmo essere; quello che agli altri pare che siamo; mentre quel che siamo, non lo sappiamo, fino a un certo punto, neanche noi stessi; ciascuno è la marionetta di se stesso, finché non giunge un calcio che manda all’aria la baracca.

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