ANALISI DEL TESTO vv 23-52 DE I SEPOLCRI

ANALISI DEL TESTO vv 23-52 DE I SEPOLCRI


Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusïon che spento
25 pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
30 corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
35 nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
40 le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
fra ‘l compianto de’ templi Acherontei,
45 o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d’Iddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
50 che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
contende.


vv. 23-29: Qui inizia la ribellione della Speranza, dell’Illusione che l’uomo, pur sapendo con la ragione che la Tomba non serve a niente, col cuore vuole sperare di non morire del tutto, restare vivo nel ricordo, per le imprese fatte.
“Ma perché l’uomo deve togliersi, prima del tempo, l’illusione che una volta morto, lo fa un pò fermare prima dell’Al di là? Non vive anche dopo morto, quando non vedrà la luce, se questa luce può dare a lui l’affetto degli amici e dei parenti?”

vv. 30-41: “E’ Divino questo scambio di affetto fra i vivi e i morti (quindi per prima cosa i Sepolcri servono a mantenere vivo il ricordo del morto); e per questo il vivo vive col morto e il morto col vivo, se la terra che lo raccolse da bambino, lo raccoglierà anche da morto, difendendo il suo cadavere dalle tempeste e dai piedi del volgo e una pietra (lapide) conservi il suo nome e un albero (arbore) profumato gli dia ombra (al femminile, dal latino, per un senso di dolcezza)”.

vv. 42-51: “Solo colui che non lascia amici ha poca gioia della tomba; e se pensa dopo il suo funerale, si vede nell’Inferno o nel Purgatorio; ma lascia la sua polvere alle erbacce, dove nessuno andrà a pregare, né un passeggero solitario vedrà il sospiro che la natura ci manda dalla tomba. Però una nuova legge (Editto di Saint Cloud, in Francia del 1804) impone di seppellire i morti in cimiteri comuni fuori delle città e sottrae ad essi la possibilità di avere una lapide col loro nome”.

(Le tombe, inutili ai morti, alimentano nei vivi l’illusione della sopravvivenza di coloro che furono cari, danno l’unica forma d’immortalità che l’uomo possa attingere: l’affettuoso ricordo degli altri uomini. Si stabilisce così un ideale colloquio fra i vivi e gli estinti, illusorio, ma tuttavia espressione di quella “corrispondenza d’amorosi sensi” che è la più divina dote dell’uomo, il vincolo che tiene unita la società e il fondamento primo d’ogni civiltà).

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