Riassunto de La linea d’ombra

Riassunto de La linea d’ombra

Riassunto de La linea d’ombra


di Joseph Conrad

INDICE

1.1.        : Riassunto de “La linea d’ombra” di Joseph Conrad

1.2.        : Breve analisi critica de “La linea d’ombra”

1.3.        : Un romanzo tra il biografico e l’immaginario

1.1.       : Riassunto de “La linea d’ombra”.

1° CAPITOLO

Il primo capitolo si apre con il protagonista del racconto, un giovane ufficiale di marina, che narra o ci descrive per meglio dire, la sua decisione di lasciare la nave in cui aveva lavorato per 18 mesi, al servizio del capitano Kent.

Trattavasi di una nave del Porto d’Oriente, gli armatori erano arabi. Il giovane ufficiale aveva deciso di dimettersi per tornare in patria, stanco di quella vita che sembrava non gli desse più stimoli “ avevo l’impressione di non poter ricavare da essi alcuna verità”. Il riferimento è all’esperienza e a quel momento di vita.

Dopo aver salutato la flotta a bordo, non prima di aver subìto la morale del capitano Nieven, il giovane si recò nell’albergo dell’ufficio portuale: “La casa dell’ufficiale”.

Qui quattro personaggi si presentano alla sua vista:

–          il cambusiere: direttore della casa dell’ufficiale;

–          il capitano Giles: capitano da tutti stimato per le sue avventure marinaresche, di ritorno dal viaggio dall’isola di Sulù;

–          Hamilton: uomo anche lui con il ruolo di vice nelle missioni, alle intendenze dei vari capitani con cui aveva lavorato, aspirava anch’egli a diventare capitano;

i quattro personaggi, il giovane ufficiale li aveva conosciuti durante la colazione in albergo dove era andato a risiedere, ed era nato una sorta di feeling con il capitano Giles. I due infatti dialogarono per alcuni giorni a colazione e poi nella veranda dell’albergo, ed Hamilton personaggio scorbutico, si mostrava poco incline alle conversazioni, quasi con atteggiamento snobbistico, spocchioso asseriva spesso che la maggior parte degli ufficiali di marina erano dei dilettanti. La sola persona con cui dialogava era il cambusiere, ma si trattava non certo di un rapporto sereno in quanto, Hamilton lo teneva sulle spine, “ricattandolo” spesso di denunciare i conti dell’albergo all’ufficio portuale.

Il capitano Giles invece ne sapeva una più del diavolo, e non esitava a chiedere al giovane ufficiale, con aria compiaciuta, il perché si fosse dimesso.

Fu lo stesso Giles che mise al corrente il giovane che una lettera era arrivata alla casa dell’ufficiale, ed il cambusiere aveva tenuto tutto nascosto. Il giovane ufficiale si recò dal cambusiere per chiedere spiegazioni sull’accaduto, sul contenuto della lettera, il quale fu presto scoperto “era la notifica d’un posto vacante da capitano”.

Successe così, che il giovane ufficiale si recò all’ufficio portuale dove ebbe un fitto dialogo con con il sovrintendente marittimo capitano Ellis (Vicenettuno) il quale gli spiegò che un comandante di una nave britannica era morto a Bangkok, e il console gli aveva telegrafato di inviare laggiù un uomo competente a cui affidare il comando della nave.

Il giovane ufficiale entusiasta, firmo tutte le carte per prendere parte all’incarico: era diventato capitano della nave!

2° Capitolo

Il giovane ufficiale era diventato capitano dalla nave. La sua nave era ancorata nella capitale d’Oriente; si doveva arrivare al posto tramite un piroscafo.

Il tempo che intercorse fra la nomina a capitano e la salita sul piroscafo fu denso di riflessioni. Una sorta di esaltazione avvolge il pensiero del giovane ufficiale ”per Giove c’è l’ho” (esplicito riferimento alla nave) . Il giovane ufficiale di marina cominciò ad essere invaso da un bizzarro sentimento di esultanza, e si chiedeva perché proprio lui era stato scelto come capitano per quella nave: “per la lenta carriera? La ricompensa per un fedele servizio?”

Il giovane ufficiale chiese al capitano Giles come fosse riuscito a scoprire lo stratagemma dell’occultamento della lettera, ed il capitano gli rispose che: “ ben poche cose avvenivano in città di cui egli non sapesse cogliere i retroscena” e quella scoperta non gli era costato alcuno sforzo. In realtà Giles gli confidò che il cambusiere voleva Hamilton come capitano su quella nave: Hamilton sapeva troppe cose sul cambusiere, e sugli intrallazzi che faceva, poteva essere quindi personaggio scomodo. Il cambusiere poi tento il suicidio dopo essersi beccato una denuncia dal giovane ufficiale perché la verità era venuta a galla, ma venne salvato dal capitano Giles.

Ritornando alle sensazioni del giovane, era estasiato nel sapere che a breve avrebbe comandato la sua nave, pensava che il mare fosse l’unico mondo che contasse, le navi come prova di virilità, di carattere, di coraggio, di fedeltà e d’amore.

Prima di partire il capitano Giles salutò l’ufficiale con alcune parole inquietanti sulla situazione che il giovane stava per prendere in mano: “ una nave da tempo lontana dal suo porto, degli armatori irraggiungibili telegraficamente, e l’unico uomo che avrebbe potuto spiegare come stavano le cose, che era morto e sepolto ”.

Il giovane ufficiale si mise a bordo del piroscafo che l’avrebbe portato al porto dove ormeggiava la sua nave. Subito ebbe problemi con il comandante del piroscafo che lo accusò di aver perso tre ore..gli tenne il muso per tutto il viaggio, che durò non pochi giorni (tre).

Una volta arrivati alla capitale d’Oriente, si salpò nel porto dove il capitano del piroscafo mostrò per la prima volta al giovane ufficiale la nave di cui era capitano. Il giovane ufficiale fu colto da forte emozione, a cui seguirono delle riflessioni, paragonando la sua nave ad una donna, o meglio alla pari di certe donne rare.

3° capitolo

Il giovane ufficiale di marina si mise a bordo della sua nave, questa volta come capitano: dopo poche ore avvenne il primo incontro con il primo ufficiale Burns, colui il quale era stato primo ufficiale anche con il precedente capitano morto (a Bangkok). Nacquero le prime incomprensioni. Burns asseriva che una nave aveva bisogno proprio come un uomo di occasioni per mostrarsi al suo meglio, e che quella nave non aveva avuto simili occasioni dacché egli era a bordo. Si mise poi a raccontare del capitano morto: era stato questo un uomo strano, sui sessantacinque anni, con la faccia dura e poco comunicativo. Suonava il violino per ore e ore, e questo Burns non lo sopportava…aveva inoltre il vizio delle donne – continuò Burns – spiegando al giovane ufficiale che una volta dovettero stare fermi con la nave per tre settimane, causa i vizi del vecchio capitano. Durante quelle tre settimane di sosta – spiegò Burns – il vecchio capitano s’era ammalato, e ogni giorno che passava, la situazione si aggravava sempre più. Burns ricordò delle parole inquietanti che il vecchio capitano gli proferì: “se il mio desiderio si avverasse, né io, né voi, né la nave raggiungereste mai nessun porto. Spero che non ci riusciate”. Furono le ultime parole proferite dal vecchio a Burns, in quanto il vecchio capitano non voleva che si facesse ritorno a casa, infatti non scriveva né agli armatori, né più a sua moglie, aveva deciso di dare un taglio netto con tutto, non gli importava niente degli affari, delle spedizioni.

Il giovane ufficiale interpretò il racconto di Burns sul vecchio capitano, come un vero e proprio atto di tradimento del vecchio nei confronti della vita stessa.

Il giovane ufficiale scoprì poi che Burns aveva avuto velleità di diventare capitano, o meglio era stato proprio Burns a raccontarglielo in quanto invece di salpare nel porto di Singapore dove vi erano capitani in grado di prendere il posto del vecchio, morto, aveva portato la nave in un porto dove sperava d’esser confermato nel suo comando temporaneo.

Il giovane ufficiale ascoltate le ultime parole di Burns, sentì l’esigenza di difendersi, dicendogli che a lui era stato proposto l’incarico e non poteva certamente rifiutare.

Intanto anche il giovane andò incontro ai primi problemi con la nave: alcuni membri dell’equipaggio si ammalarono, un membro morì di colera. Così salì a bordo il dottore per visitare un po’ tutti. L’equipaggio non stava per nulla bene, e la nave fermatasi momentaneamente in un porto non poteva salpare. Di li a poco, si ammalò anche Burns, che non voleva che la nave partisse senza di lui. Erano gravi e disperate le condizioni del secondo ufficiale, e Ransome, cuoco dell’equipaggio si propose di sostituirlo.

Per alcuni giorni il giovane ufficiale, fece visita a Burns per monitorare le sue condizioni, finché decise di reintegrarlo in nave, La febbre sembrò passare ai marinai, il dottore diede un’occhiata alla scorta di medicinali. Si era pronti a ripartire, aspettava al giovane una traversata di sessanta giorni.

4° Capitolo

Il giovane comandante era pronto a salpare verso Sud, la nave si muoveva lentamente. Passarono alcuni giorni tranquilli, finché l’instancabile Ransome, uomo intelligente, pacato, dotato di spirito di volontà, disse al comandante che due marinai avevano contratto la febbre tropicale. Subito si partì con la somministrazione di medicinali, in particolare il chinino. Nel prendere il chinino il giovane comandante trovò una lettera scritta dal dottore, in cui gli diceva di non riporre eccessiva fiducia nei benèfici effetti del cambiamento d’aria tra terra e mera. Il dottore riteneva che il comandante avrebbe dovuto affrontare un’altra ondata di febbre tropicale.

Intanto la nave avanzava verso Capo Liant, il giovane comandante andò a parlare con Burns, che ricominciò con la maledizione del capitano morto che era stato lasciato morire ed era stato sepolto ad 8°, 2° di latitudine, proprio la stessa rotta che stava percorrendo la nave. Le condizioni di Burns miglioravano giorno dopo giorno, e la nave avanzava nel golfo di Siam. Il giovane comandante intanto rifletteva, si trattava di riflessioni su se stesso: “ la competenza per quel lavoro non mi mancava. Cosa mi aspettassi non so, null’altro che una particolare intensità dell’esistenza, forse ciò che era il succo delle aspirazioni giovanili

Ben presto anche il comandante cominciò a credere a quella maledizione mandata dal comandante morto. I venti non erano a favore della nave che si muoveva lentamente, e Ransome, continuava il suo ineguagliabile lavoro. L’equipaggio era in preda alla febbre tropicale, e il chinino era l’unico rimedio. Così il giovane comandante andò a prenderne dell’altro nella cassetta dei medicinali, altre dosi contenute in delle bottigliette di vetro. Il comandante però non trovò il chinino. Nelle bottigliette di vetro vi era della polvere bianca, il chinino era scomparso, ed il giovane comandante fu travolto dalla paura, seguirono attimi di panico, dove il comandante andò ad avvisare Burns sull’accaduto. Burns aveva ritrovato le sue forze. Come si venne a sapere il vecchio capitano morto, aveva venduto illegalmente la scorta della medicina subito prima della sua morte.

5° Capitolo

Il giovane capitano iniziava ad indebolirsi, mutava la sua percezione delle cose, ormai aveva una visione “malata” della sua nave, doveva sopportare i suoi dubbi, la sua confusione, i suoi pentimenti.

Il giovane capitano s’incolpò nuovamente, perché non aveva vigilato sull’accaduto. Volle così radunare l’equipaggio una volta per tutte, dichiarando di non poter soccorrere i malati: i marinai malati di febbre tropicale reagirono mettendo a disposizione tutte le loro forze.

Intanto Ransome, era allo strenuo delle forze. Lo chiamavano il francesino, per il suo volto. Il giovane capitano si lasciò andare ancora una volta a riflessioni su se stesso” ero come un falegname pazzo che costruisce una casa. Ciò che temevo era che mi sfuggisse una nota stridula, mandando a monte il mio equilibrio”. Il capitano soffriva per la situazione, per i marinai malati, per la nave che non si  muoveva, e si convinceva sempre di più della maledizione del capitano morto “quel demonio che aveva portato la febbre aveva risparmiato me e Ransome”.

Ransome era l’unico che non perse mai la lucidità, infaticabile, intelligente, sempre a disposizione del capitano che trovava delle forme sicurezze per la sua disponibilità. Il capitano si fece sfuggire uno sfogo intimo in chi ebbe l’impressione che tutti i suoi peccati l’avevano raggiunto, che aveva perso la gioventù spensierata, qualcosa al di là di un’ombra, e in quel momento non riuscii ad affrontare i suoi marinai, non riuscì a guardarli in viso.

Aveva, però, ancora le forze di tirare su l’equipaggio e nel contempo affidarsi alla buona sorte.

6° Capitolo

La buona sorte non sembra per nulla accompagnare il giovane capitano, e i sensi di colpa aumentano, la nave non si muove di un centimetro e presto i marinai malati sarebbero morti per la febbre se non fosse arrivati in un porto per curarsi.

I temporali non si placavano, anzi un temporale in particolare mise in difficoltà ancor di più di quanto non lo fossero, i membri dell’equipaggio. Quel temporale fu però affrontato con dignità sennonché peggioro le condizioni dei marinai. La nave venne sommersa dall’acqua che travolse tra l’altro anche Burns, che se la presa con la maledizione. Gli incubi aleggiavano anche sul giovane capitano..gli tornavano in mente tutti i casi di cui aveva sentito parlare di navi andate alla rovina.

Il temporale però ebbe a passare, e la nave riuscii a ripartire. Ransome continuava a darsi da fare, e il giovane capitano provava vergogna per non essere stato colpito dalla febbre.

Ransome notava ogni cosa, badava a tutto, portava conforto attorno a se. Lavorava in silenzio, con impercettibile sorriso incollato alle labbra, infatti fu ringraziato dal capitano, per la prima volta, per l’enorme lavoro che stava svolgendo.

Adesso ci si chiedeva come la nave sarebbe potuta entrare nel porto, e ciò se lo chiedeva anche Burns. Il problema fu presto risolto, la nave entrò nel porto, i medici salirono a bordo e trasportarono a terra l’equipaggio malato. Il giovane capitano ce l’aveva fatta! Ransome a malincuore lascio l’equipaggio per curarsi in ospedale.

L’avventura marinaresca si era divulgata in tutta la città, e il giovane comandante si era recato all’ufficio portuale: voleva salutare il capitano Ellis, ma era andato in pensione. Incontrò invece nuovamente il capitano Giles, ed a lui raccontò tutta l’avventura, dicendogli che era pronto a ripartire. Il capitano Giles gli chiese come si sentisse, e il giovane capitano disse: “Non mi sento stanco, mi sento vecchio, e credo di esserlo, e tutti voi qui al porto mi sembrate giovincelli bizzosi”. Ultimo dialogo prima di ripartire, il giovane comandante lo ebbe con Ransome: si strinsero la mano!

1.2: breve analisi critica de “La linea d’ombra”.

Si tratta di un romanzo di Conrad ricco di pathos, pubblicato per la prima volta nel 1917. I critici lo definirebbero un romanzo di formazione come essenzialmente è, per usare un tecnicismo letterario unBildungs-roman. Si assiste infatti alla crescita del giovane marinaio che in un lasso di tempo molto breve si trova ad essere capitano e va ad affrontare un’avventura marinaresca senza precedenti.

Joseph Conrad ci racconta le riflessioni, le ansie, le paure, le decisioni di questo giovane costretto a maturare troppo in fretta, desideroso di essere al comando di una nave, posto ambito da tanti suoi pari in grado, ma il timone  è toccato a lui. Dovrà condurre in porto la sua nave e il suo equipaggio in condizioni non del tutto normali. E in queste caratteristiche c’è tutto il tipico romanzo d’appendice: effettivamente il giovane si trova ad affrontare una maturazione velocissima che lo porterà a dire nelle ultime righe dell’ultimo capitolo di esser diventato vecchio.

Si tratta dell’ultimo capolavoro di Conrad, ma anche una delle sue opere più tipiche. Il viaggio in mare, non altro e di più di una sua autobiografia, vista e raccontata questa volta con occhio critico.

La struttura narrativa si snoda su un duplice piano: da una parte aleggia sempre lo spirito del vecchio capitano morto e che ha lasciato il posto al giovane; dall’altra c’è il giovane con i suoi accadimenti, con i suoi gesti, con le sue responsabilità che cerca o forse arriva alla saggezza, alla maturità. E’ su questo conflitto che si poggia il romanzo, costruito su personaggi ben delineati, chiari e nitidi, che non richiedono un’analisi complessa, e che nello svolgersi dell’azione  delineano in modo limpido e cristallino il loro carattere, proprio perché effettivamente l’autore li traspone dalla vita reale e li porta nel romanzo, breve come lo definiscono i critici, ma sicuramente denso e pieno di spunti, in cui l’esigenza di andare oltre le righe, oltre i contenuti non si avverte perché si delinea chiaro fin dal suo inizio.

La prosa sembra essere abbastanza “chiara” e “semplice” scritto con un linguaggio immediato che non allude ad altri significati, ma che rimanda direttamente all’idea che vuole esprimere.

E.M. Forster disse su Conrad: “lo scrigno segreto del suo genio è pieno di cianfrusaglie piuttosto che di gioielli; è inutile quindi di sforzarsi di capirlo dal punto di vista filosofico, poiché non c’è niente da scrivere in questo senso. Nessuna dottrina in realtà. Solo opinioni…”.

Tra gli artisti più importanti del Novecento inglese, influenzato da romanzieri come Flaubert e Maupassant, all’inizio del Novecento si delineava un’inflazionata narrativa sul tema del viaggio e sull’avventura marinaresca, talvolta senza senso e priva di contenuti.

Con la sua scrittura ne “la linea d’ombra” Conrad cerca di continuare quell’opera iniziata da Henry James alla fine dell’Ottocento il quale aveva introdotto un’innovazione: aveva privato il punto di vista del narratore della sua tradizionale affidabilità e onniscienza, lo aveva confidato ad un personaggio comune, parziale, passionale, infido come gli altri.

La stessa cosa fece Conrad con sviluppi straordinari, scaricando tutta la sua arte nel personaggio del “giovane marinaio” di The Shadow Line.

La linea d’ombra sta ad indicare un passaggio, un’evoluzione dalla gioventù alla maturità del personaggio che narra.

1.3. Un romanzo  tra il biografico e l’immaginario.

Conrad parlando del suo romanzo, dice di aver avuto ispirazione da gli anni trascorsi fra il 1883 e il 1888. Sono gli anni in cui l’autore aveva navigato prima in qualità di secondo ufficiale sul brigantino Palestinese , poi da capitano su un altro brigantino a vela, l’Otago.

Così l’esperienza marinara da lui vissuta va a confluire nel romanzo. A ben vedere molti suoi romanzi narrano o hanno una parte dell’azione svolta in mare, attraverso un viaggio in mare, attraverso il viaggio. Si può citare ad esempio “Un reitto delle isole” (1896);  Al limite estremo (1902); “Freya delle sette isole” (1912), od il famosissimo “Cuore di Tenebre” (1899) dove la via del romanzo è costituita dal fiume Congo.

I riscontri di un romanzo autobiografico possono essere sicuramente documentati:

nel Gennaio del 1888 Conrad si trovava a Singapore come primo ufficiale del Vidar. Dopo due settimane Conrad abbandonò il Vidar per salpare verso Bangkok con la nave Melita, per poi assumere il comando del veliero Otago.

Qui i critici tendono a sottolineare le caratteristiche di chi aveva capitanato l’Otago prima di Conrad. Si trattava del capitano Jhon Snadden, morto per attacco cardiaco nel dicembre del 1887 a bordo dell’Otago, durante un viaggio in mare da Haiphong a Hong Kong: l’Otago era così tornato indietro, aveva compiuto il periplo della penisola di Cocincina ed arrivato a Bangkok, all’apice del golfo di Siam; Snadden era stato sepolto in mare.

Ecco le similitudini: nel primo viaggio da capitano Conrad portò il brigantino da Bangkok a Sidne con scalo a Singapore, e il primo tratto di questa rotta viene percorsa anche nel romanzo.

C’è di più: la sosta a Bangkok si protrasse dal 24 Gennaio 1888 al 8 Dicembre 1888 dove Conrad fu costretto a rimanerci sia per le operazioni di scarico, sia per lo stato di salute dell’equipaggio. Anche nel romanzo abbiamo soste, anche nel viaggio abbiamo la febbre tropicale che infesta l’equipaggio, anche nel romanzo abbiamo i  membri dell’equipaggio trasportati in fretta e furia all’ospedale cosi come avvenne a Singapore con Conrad dove quattro vennero trasportate velocemente all’ospedale.

Altresì può essere documentato ciò che non fa parte della vita reale di Conrad e che è presente nel suo romanzo. Le indagini effettuate da uno studioso come Norman Sherry hanno dimostrato che il capitano reale, il predecessore di Conrad, una pasta d’uomo, in buoni rapporti con il capitano di bordo, affezionato alla propria famiglia e sollecito nei riguardi della bella nave, della quale era fra l’altro comproprietario.

Molto più drammatiche che nella realtà sono anche la descrizione e le motivazioni del ritardo nella partenza da Bangkok, della colpevole mancanza del chinino, come pure della malattia che scheletrì l’equipaggio, dell’abnegazione del previdente, eroico, modesto Ransome, della progressiva maturazione del giovane capitano attraverso un sofferto rito di passaggio, una vera e propria ordalìa.

Ma perché intitolarlo “La linea d’ombra”? C’è da rilevare un altro dato essenziale: scritto alla fine del 1915, il figlio di Conrad, Borys, si era arruolato all’inizio del 1916 per andare in prima linea sul fronte francese. Fra i pochissimi scritti pubblicati al tempo di guerra, questo romanzo venne dedicato a Borys e a tutti coloro che come lui hanno passato la linea d’ombra della loro generazione, istituendo così un parallelo fra una cruciale prova di coraggio nella vita del padre e in quella del figlio.

Sicché: non si tratta di un’opera autobiografica in toto. Cercare di cavare l’esperienze da Conrad vissute sia da primo ufficiale che da comandante nella vita reale, e poi cercare di individuarle nel romanzo,  sarebbe operazione ingiusta, o meglio non di importanza primaria, che non rende dignità ad un’opera che è decisamente di più della biografia dell’autore, sia per quello che racconta, sia per i simboli letterari in essi presenti, sia perché anticipatore di alcune tematiche che poi verranno riprese da altri autori inglesi del Novecento.