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PIPINO IL BREVE DAI MEROVINGI AI CAROLINGI

PIPINO IL BREVE DAI MEROVINGI AI CAROLINGI

PIPINO IL BREVE DAI MEROVINGI AI CAROLINGI


Alla morte di Carlo Martello (741), la “Francia” era priva di re, ma non di maggiordomi di palazzo, coi figli di Carlo Pipino il Breve e il più giovane Carlomanno più forti che mai. Il regno era di fatto diviso tra Carlomanno (che controllava il nord con Austrasia, Alemannia e Turingia) e Pipino (che aveva potestà sul sud con Neustria, Borgogna e Provenza.
Ma tanto potere non conferiva ai fratelli maestri di palazzo quella legittimità necessaria per regnare sul popolo franco, e infatti essi misero sul trono Childerico III, dalla genealogia incerta, eloquentemente soprannominato il re fantasma, essendo solo un fantoccio nelle loro mani.
Nel 747 Carlomanno abbandonò volontariamente il campo e si ritirò nell’Abbazia di Montecassino, lasciando il regno e il figlio a Pipino, così che Pipino stesso si trovò ad essere di fatto l’unico uomo di potere. Ma l’opposizione si faceva sentire con forza, e anzi ne prese le redini proprio quel Grifone, fratellastro di Pipino, che era stato emarginato e che però rivendicava qualche diritto all’eredità del padre Carlo Martello. Unitosi ai nemici Sassoni, nel 748 prese il potere in Baviera, esautorando la sorellastra Hiltrude. La reazione di Pipino arrivò l’anno seguente: invase la Baviera e tolse di mezzo Grifone, che si rifugiò in Aquitania dove, nel 753, venne assassinato mentre cercava alleanze tra iLongobardi[10].
I tempi erano maturi per tentare la legittimazione del potere, e in questo contesto Pipino si decise, nel 751, a fare il passo fondamentale, inviando a papa Zaccaria degli ambasciatori per saggiarne la disponibilità ad incoronarlo re. Proprio in quegli anni la Chiesa di Roma stava attraversando un momento difficile, segnato, oltre che dal timore della minacciosa espansione dei Longobardi verso Roma, anche dai grossi contrasti teologici e politici con l’Impero d’Oriente, ed era dunque in cerca di alleati forti. Il papa colse dunque al volo l’occasione, che già con Carlo Martello era sfumata, ed oltre a dichiarare che avrebbe dovuto essere re chi veramente deteneva il potere ordinò, sulla base dell’autorità apostolica, di far re Pipino: un atto che non solo interferiva pesantemente nella politica secolare di uno Stato sovrano, ma poneva le basi di una dipendenza del potere monarchico (e poi imperiale) da quello papale.
Appurata la disponibilità del papa ed in ossequio al suo ordine (del quale peraltro non fu in grado di valutare la portata storica), Pipino fece rinchiudere il suo signore Childerico III in un monastero e si proclamò re al suo posto.
La fine del regno dei Merovingi fu marcata, secondo la tradizione franca dei “re capelluti”, dalla rasatura che venne imposta a Childerico.
Pipino divenne così il primo re dei Franchi carolingi.
Fu cruciale per la storia europea l’atto, giuridicamente illegittimo, della legittimazione papale (fino ad allora i re erano stati solo benedetti, mentre lo status giuridico a regnare doveva provenire dall’unico erede dell’Impero romano, il sovrano bizantino), sia che Pipino stesse usurpando un titolo di sovrano “sacrale” verso i popoli Germanici, sia che il papa si stesse arrogando un potere di legittimazione che non aveva fondamento giuridico definito. Ma nella pratica la sacralità della persona e del gesto papale compensò la fine della sacralità della dinastia merovingia. Inoltre, la progressiva decadenza dei possedimenti occidentali del trono di Costantinopoli, unita all’eresia iconoclasta supportata dall’Imperatore orientale Leone III, causava un vuoto di potere che il papa aveva già manifestato di voler colmare.
Nacque in quella circostanza anche la cerimonia dell’unzione regale con uno speciale olio benedetto, un atto estraneo al mondo germanico o romano, che si rifaceva direttamente all’unzione dei Re d’Israele di tradizione biblica. La nuova sacralità arrogata dai Carolingi era dunque “più alta” della tradizionale sacralità con risvolti pagani arrogata dai Merovingi.

Lo scontro con i Longobardi

Sentendosi sempre più minacciato dai Longobardi, il nuovo papa Stefano II compì per la prima volta un gesto che, oltretutto, servì a rinsaldare e rendere evidente il legame tra il nuovo re dei Franchi e la Chiesa di Roma: all’inizio del 754 si recò nel regno di Pipino il Breve per chiedergli sostegno e protezione. Pipino non poteva rifiutarsi, ma l’opposizione al cambiamento della linea politica fu fortissima; addirittura arrivò dal ritiro nell’Abbazia di Montecassino suo fratello Carlomanno (probabilmente su pressione del re longobardo), che tentò di mettersi alla testa dell’opposizione, ma il papa lo relegò in un monastero franco e Pipino, per non correre ulteriori rischi, costrinse i figli di Carlomanno a prendere i voti, rendendoli in tal modo inoffensivi. Ma le dure resistenze non si placarono, e il re fu costretto lui, questa volta, a chiedere aiuto al papa. In realtà temeva per la successione al trono, ed aveva bisogno di un alleato che, un domani, legittimasse il diritto dei suoi figli. Il giorno di Pasqua del 754 il re si impegnava per scritto a “restituire” alla Chiesa l’Esarcato (la regione tra Ravenna e Ancona, che nel 751 i Longobardi avevano tolto ai Bizantini), mentre il papa nominava Pipino e i suoi figli patrizi romani (cioè protettori di Roma), conferiva alla moglie di Pipino Bertrada di Laon il titolo di regina ed emanava il divieto per i Franchi di nominare un re che non fosse discendente di Pipino e Bertrada: una nuova pesante interferenza della Chiesa nell’autonomia politica di uno stato sovrano.
Nell’estate di quello stesso anno 754 Pipino inaugurò la nuova politica di ostilità nei confronti dei Longobardi ed inviò i suoi eserciti in Italia. Re Astolfo accettò di pagare un tributo e cedette i territori dell’Esarcato, che vennero subito girati al papa. Fu poi necessario un secondo intervento militare nel 757 contro il nuovo re Desiderio per risolvere la questione dell’Italia centrale, anche se il problema si trascinò ancora per quasi un ventennio.
Uno dei perni principali su cui era basata la politica interna riguardava il rafforzamento del potere nobiliare ecclesiastico e gli attenti rapporti con la Chiesa. Furono tra l’altro scrupolosamente adottati alcuni decreti papali che riguardavano la famiglia e il matrimonio e che di fatto erano volti ad impedire eccessive concentrazioni di proprietà terriere nelle mani di poche famiglie laiche, mentre veniva favorito l’arricchimento delle istituzioni ecclesiastiche grazie a cospicue donazioni.
Pipino morì il 23 settembre 768, non prima di aver designato eredi e successori, con l’approvazione della nobiltà che contava e dei vescovi, entrambi i figli ancora in vita, Carlo e Carlomanno.

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