PARINI LA VITA

PARINI LA VITA

PARINI LA VITA


Figlio di un modesto negoziante di seta, nacque a Bosisio, in Brianza, nel 1729. Nel 1752 pubblicò la raccolta Alcune poesie di Ripano Eupilino[1], di chiara impronta arcadica. Nel 1754 fu ordinato sacerdote, rispettando la volontà di una prozia che, in punto di morte, aveva condizionato quella scelta di vita all’eredità di una piccola rendita annua. Nello stesso anno entrò al servizio del duca Serbellonicome precettore dei figli, nel 1762 lasciò il Serbelloni (dopo una discussione con la duchessa, che aveva maltrattato la figlia del maestro di musica) e passò presso il conte Imbonati, come precettore del figlio Carlo. La fama di letterato impegnato civilmente (fra il 1756 e il 1769 scrive le Odi civiliLa salubrità del’aria, L’innesto del vaiuolo, Il bisogno, L’evirazione, ecc.; fra il 1763 e il 1765 pubblica le prime due parti del Giorno: il Mattino e il Mezzogiorno)  gli valse prima l’ammissione all’Accademia dei Trasformati[2] e poi, negli anni dell’illuminato e riformatore governo di Maria Teresa, l’invito ad assumere incarichi ufficiali nell’amministrazione dello Stato (la cattedra di “belle lettere” presso le Scuole Palatine, la sovrintendenza nelle scuole di Brera, la partecipazione a varie commissioni governative). Ma quando a Maria Teresa succedette Giuseppe II – un riformatore autoritario, intenzionato a favorire lo sviluppo delle scienze e ad asservire la letteratura – Parini, come altri intellettuali illuministi, scelse il disimpegno. Una scelta che si accentuò quando la rivoluzione francese, pur accolta agli inizi con favore e speranza, degenerò negli eccessi del Terrore; e vieppiù nel 1796, quando i Francesi entrarono in Milano. Sono gli anni delle ultime Odi, in cui si affievoliscono i motivi polemici della battaglia illuminista: emerge la figura morale del poeta (ne La caduta, 1784, esprime la fierezza per la propria dignitosa ed incorrotta povertà) e compaiono i tipici temi neo-classici (Il pericolo, Il dono, Il messaggio, Alla musa: si esaltano la bellezza e la forza trasfiguratrice della poesia); e sono anche gli anni del lavoro, rimasto incompiuto, sulle ultime due parti del Giorno (il Vespro e la Notte), della revisione (improntata, sempre secondo i canoni neo-classici, alla ricerca di una maggiore chiarezza, semplicità ed equilibrio) delle prime due parti. Morì nel 1799, pochi mesi dopo il ritorno degli Austriaci a Milano.

La posizione ideologica

La sua posizione ideologica fu sempre quella di un moderato riformismo, e quindi di diffidenza nei confronti degli estremismi sia anti-religiosi che egualitari. In particolare, per quest’ultimo aspetto, va detto che la critica alla nobiltà è critica alla degenerazione di una classe sociale che è divenuta, oltre che immorale[3], oziosa e improduttiva, sperpera la ricchezza, non si adopera – con gli investimenti produttivi, con gli studi, con l’impegno politico – per il progresso  e per il benessere della collettività. E’ dunque una classe sociale che non va eliminata, ma rieducata ai fini di un suo reinserimento produttivo nel corpo sociale.[4] Da notare anche come, sul piano economico, in contrapposizione ai fratelli Verri (che guardavano all’Inghilterra come modello e si battevano per uno sviluppo commerciale e industriale, fiancheggiando la classe sociale, la borghesia, portatrice di tale interesse), Parini (certamente influenzato dalla sua formazione letteraria che esaltava la sanità della campagna e deprecava la corruzione della città)  sia un sostenitore del primato dell’agricoltura (e quindi, oggettivamente, un difensore degli interessi della nobiltà fondiaria)[5].

La poetica

Parini, pur condividendo con la cultura settecentesca l’entusiasmo per la scienza e l’idea di una utilità civile della letteratura (lo sostiene nel Discorso sopra la poesia, del 1768, e lo dimostra praticamente nelle sue Odi civili, ispirate da problemi di stringente attualità[6]) resta convinto del valore e dell’autonomia del bello poetico: si tratta di miscere utile dulci, secondo il precetto oraziano, o, come dice lui stesso a conclusione de La salubrità dell’aria, “va per negletta via / ognor l’util cercando / la calda fantasia, / che sol felice è quando / l’utile unir può al vanto / di lusinghevol canto”. In particolare la poesia, secondo la cosiddetta poetica del sensismo (una poetica chiaramente influenzata dalle teorie di Condillac, per il quale le sensazioni fisiche sono prioritarie e determinanti la stessa vita spirituale dell’uomo), deve essere capace di stimolare la vita interiore destando forti sensazioni, attraverso l’uso di parole energiche e precise (icastiche), che suscitino nel lettore immagini intensamente visive, tattili, foniche, olfattive.[7] Pur tuttavia Parini non riesce a distaccarsi dal linguaggio consacrato dalla tradizione classica: si conservano i latinismi, l’aggettivazione esornativa[8] e  i riferimenti mitologici[9], la sintassi mantiene la complessità e le inversioni proprie[10] del periodare latino.[11]

Un’ode esemplare

La salubrità dell’aria (1759) è un testo esemplare della poesia di impegno civile. La contrapposizione città-campagna evocata nelle prime strofe sembra riproporre un tradizionale tema arcadico. E certamente il filtro letterario è rintracciabile sia in certe espressioni (“oh fortunate genti” riecheggia il virgiliano “oh fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas!”), sia nel modo in cui il poeta rappresenta se stesso (sotto una “fresc’ombra”, con “la mente sgombra”, intento a cantare il lavoro dei contadini). Ma a uno sguardo attento non può sfuggire che quei contadini brianzoli sono vivi e reali, quelle contadine dai “baldanzosi fianchi” non sono le Filli e le Amarilli della poesia pastorale; che quella campagna non corrisponde al topos del locus amoenus, ma è una campagna concreta, vista con lo spirito scientifico dell’igienista (ci sono effetti fisiologici di quell’aria salubre) e del geografo (c’è una configurazione fisica del territorio che determina un clima favorevole); e che anche la città non è vista genericamente (e letterariamente) come il luogo delle passioni corrotte, ma come un luogo concreto in cui la salute pubblica è messa a rischio sia dagli speculatori che badano soltanto al loro profitto (portano malattie le acque stagnanti delle risaie e delle marcite[12], a ridosso della città), sia dall’inerzia di chi tollera (cittadini e amministratori) condizioni igieniche inaccettabili (orinali svuotati dalle finestre, carogne di animali abbandonate per la strada, carri-cisterna che raccolgono i liquami dei pozzi neri).

Il Giorno

Il Giorno è un poemetto satirico-didascalico in endecasillabi sciolti, a cui Parini lavorò fino alla morte. Le prime due parti, il Mattino e il Mezzogiorno, furono pubblicate rispettivamente nel 1763 e 1765; l’opera di revisione cui si accinse successivamente rimase incompiuta, talchè ci restano solo delle redazioni manoscritte; la terza parte, la Sera, fu sdoppiata in il Vespro e la Notte, ma anche queste parti non furono portate a termine e risultano frammentarie.

L’impianto si basa su una finzione, per cui il poeta si presenta al lettore come “precettore d’amabil rito” nei confronti del “giovin signore”, cioè come colui che intende insegnare al giovane aristocratico in quali modi e con quali attività deve occupare la sua giornata. Il poema ha dunque anzitutto una struttura non narrativa, ma descrittiva: non si narra lo sviluppo di una vicenda, ma si descrive la giornata tipo dell’aristocratico settecentesco. In secondo luogo è evidente l’impostazione antifrastica, perché il precettore finge di appartenere a quello stesso mondo, ne loda i comportamenti futili e immorali che si dispiegano durante la giornata, ma il lettore non può non avvertire l’enfasi ironica, e dunque la condanna e il disgusto del poeta per quella classe sociale improduttiva, parassitaria e sprezzante della vita umana. Valgano come esempio, oltre alle parti in cui il “giovin signore” adempie al suo compito di “cavalier servente” (o cicisbeo), la descrizione iniziale del rientro a palazzo, quindi del risveglio e della colazione dello stesso o l’episodio della “vergine cuccia”.

Il “giovin signore” ritorna a casa dopo i bagordi notturni (ha passato la notte “tra le veglie e le canore scene / e il patetico gioco”) e, dopo essersi deliziato con “pruriginosi cibi” e vini raffinati, chiude gli occhi quando il gallo “li suole aprire altrui”. Tutto ciò, in forte contrasto con la vita del contadino e dell’artigiano (precisamente, un fabbro), che la sera si sono seduti “a parca mensa”, poi si sono coricati “in male agiate piume”, quindi all’alba si alzano per andare l’uno a lavorare i campi e l’altro a riaprire “la sonante officina”. Il “giovin signore” si sveglia in tarda mattinata (con la massima attenzione i servi scostano le tende per non fare entrare troppa luce, e lui sbadiglia arcuando deliziosamente la bocca; a contrasto con la bocca “sgangherata” di un capitano che all’alba grida i suoi ordini alle truppe) e un “damigello” lo invita a scegliere per colazione il caffè o la cioccolata: e certo “fu dritto” – commenta ironicamente il precettore-poeta – che i conquistadores massacrassero gli indigeni dell’America Latina con le armi da fuoco “poiché nuove così venner delizie, / o gemma degli eroi, al tuo palato”.

Esemplare l’episodio della “vergine cuccia”. Durante il pranzo un vegetariano, poco sensibile alle sofferenze umane, esprime la sua compassione per gli animali destinati al macello. Ciò suscita la commozione dell’uditorio, in particolare della dama del “giovin signore”, la quale ricorda il terribile evento di quando la sua cagnetta (“vergine cuccia de le Grazie alunna”), avendo morso (“giovanilmente vezzeggiando”) il piede di un servo, fu da questi scalciata. Al servo non valsero meriti precedenti, pentimento e preghiere: fu licenziato e, come autore di tale “misfatto atroce”, non fu più assunto da alcun casato; finì per la strada a chiedere l’elemosina.

Che l’atteggiamento del poeta nei confronti del mondo nobiliare sia di ferma condanna è indubbio. Tuttavia si può ravvisare una sottile ambiguità, traspare, in certe dettagliate descrizioni di oggetti e rituali, una sorta di compiacimento sensuale nel rappresentare l’eleganza e la raffinatezza di quel mondo. Del resto la polemica antinobiliare – in corrispondenza con la delusione storica, e quindi con la disaffezione per l’impegno militante, determinata dai modi impositivi di Giuseppe II e poi dagli estremismi della rivoluzione francese – sembra attenuarsi nelle ultime due parti: l’asprezza dello sdegno morale sembra cedere il passo ad una satira di costume, che mette in ridicolo i passatempi maniacali degli oziosi aristocratici[13] o le schermaglie amorose tra il “giovin signore” e la sua dama. Infine la stessa revisione delle prime due parti segnala, a livello del lessico e della sintassi, delle scelte certamente improntate alla ricerca di una maggiore compostezza ed armonia secondo i canoni del neo-classicismo, ma anche il venir meno dell’originario spirito battagliero.[14]

[1] Ripano è l’anagramma di Parino (è il vero cognome del poeta, che poi lo modificò in Parini), Eupili è il nome latino del lago di Pusiano, presso cui il poeta era nato.

[2] I Trasformati erano moderati, fautori di una conciliazione fra la tradizione classica e le esigenze di una letteratura impegnata. Al contrario, l’Accademia dei Pugni (di cui facevano parte i fratelli Verri e Cesare Beccaria) era più decisamente battagliera, anti-purista sulla questione della lingua (Alessandro Verri aveva scritto la Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca) e anticlassicista in letteratura.

[3] Ne è prova evidente la pratica diffusa del cicisbeismo, che mina il valore della famiglia, in quanto non è altro che una forma di legalizzazione dell’adulterio.

[4] E’ vero che nel Dialogo sulla nobiltà (1757: un nobile e un poeta di origine plebea, nella stessa sepoltura, discutono della reale consistenza della nobiltà e concludono sulla assoluta uguaglianza degli uomini) si sottolinea come essa abbia avuto origine non dai meriti, ma dalla violenza e dalla rapina (tesi cui si accenna anche nella favola del Piacere del Mezzogiorno); tuttavia nella revisione del Mattino (nell’episodio dei ritratti degli antenati) si riconosce una funzione positiva alla nobiltà del passato, capace di difendere la patria con le armi e di ricoprire proficuamente cariche pubbliche.

[5] In ciò concorda con le teorie della scuola fisiocratica, secondo cui solo l’agricoltura è fonte di ricchezza (ciò che i contadini producono serve non solo a soddisfare i loro bisogni, ma anche quelli di tutte le altre classi).

[6] Ne L’innesto del vaiuolo esalta il progresso della medicina che sta sperimentando l’inoculazione dei germi della malattia per ottenere l’immunizzazione; ne Il bisogno riprende le idee di Beccaria secondo cui è la miseria a generare il crimine, che quindi va prevenuto piuttosto che punito; ne L’evirazione polemizza contro l’usanza di evirare i giovani cantanti per mantenere loro la voce da soprano.

[7] Ne La salubrità dell’aria“polmon capace”, “dorsi molli”, “fetido limo”, “vaganti latrine”, “Sali malvagi”, “aliti corrotti”.  Nel Giorno: “patetico gioco”, “pruriginosi cibi”, ecc..

[8] Nel Giorno“cimmeria nebbia”, “nettarea bevanda”.

[9] Ne La salubrità dell’aria è Temi, dea della giustizia, che minaccia pene a chi inquina; nel Giorno per parlare della vanga e della zappa del contadino si richiamano Cerere e Pale, divinità dell’agricoltura e della pastorizia; ecc..

[10] Ne La salubrità dell’aria: “alta di monti schiena”.

[11] Già Manzoni avvertiva il contrasto tra una forma tradizionale e un contenuto nuovo.

[12] Qui si inserisce una polemica sdegnosa, ripresa poi nella chiusa del Mattino, nei confronti della nobiltà che con quel fieno nutre i propri cavalli, da attaccare alle proprie carrozze e quindi correre per le strade travolgendo con noncuranza la plebe appiedata.

[13] Nella Notte i due amanti si ritrovano ospiti nel palazzo di un’anziana dama e qui si descrive una galleria di personaggi con manie di comportamento: uno suona la tromba, un altro fa schioccare una frusta, un terzo disfa degli arazzi trasformandoli in matasse di fili.

[14] Valgano due esempi: l’epiteto sprezzante di “stallone ignobil de la razza umana” riferito al marito della dama, è sostituito dal meno incisivo “ignobil fabbro”; il v. 60 del Mattino (“come è dannato a far l’umile volgo”), riferito alla vita misera e faticosa del contadino che a sera si deve coricare in “male agiate piume”, diventa “qual nei tuguri suoi / entro a rigide coltri il volgo vile”, dove si perde la sdegnata denuncia morale implicita in quel “dannato”.