MARIA GRAZIA COSIMA DELEDDA VITA E OPERE

MARIA GRAZIA COSIMA DELEDDA VITA E OPERE

MARIA GRAZIA COSIMA DELEDDA VITA E OPERE


Nota scrittrice italiana, originaria della Sardegna, ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1926.

“Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi

(Motivazione per l’assegnazione del premio)

Biografia e opere

Nacque a Nuoro il 27 settembre 1871 in una famiglia benestante. Il padre, Giovanni Antonio, era un imprenditore, poeta e fu anche sindaco di Nuoro nel 1882; la madre, Francesca Cambosu, era una donna religiosissima e allevò i figli con estremo rigore. Deledda dopo la frequentazione della scuola elementare venne seguita privatamente da un professore poiché i costumi del tempo non consentivano alle ragazze un’istruzione completa oltre a quella primaria. Infine approfondì i suoi studi letterari da autodidatta.

Iniziò a scrivere giovanissima, pubblicò la sua prima novella a soli quindici anni e dopo poco iniziò a collaborare con l’allora famosa rivista femminile “Ultima moda”. Le sue ambizioni letterarie vennero duramente ostacolate dalla famiglia e criticate dalla società sarda, ancora impregnata di tutte quelle convinzioni che costringevano le donne ad occuparsi solo della vita domestica. Grazia non si scoraggiò e esordì dopo poco come scrittrice con alcuni racconti pubblicati sulla rivista per la quale lavorava e in seguito iniziò la pubblicazione di numerosi romanzi:

•Fior di Sardegna (anno pubblicazione1892) •Sino al confine (1911)
•Le vie del male (1892) Marianna Sirca (1915)
Racconti sardi (1895) L’incendio nell’oliveto (1918)
Anime oneste (1895) La madre (1920)
•Il vecchio della montagna (1900) •Il Dio dei venti (1922)
Cenere (1904) •La fuga in Egitto (1925)
Nostalgie (1905) •Il sigillo d’amore (1926)
L’ edera (1906) Cosima (1937)
•Colombi e sparvieri (1912) •Il cedro di Libano (1939)
  • Canne al vento (1913)

Continuò nel frattempo a collaborare per le riviste “La Sardegna”, “Piccola rivista” e “Nuova antologia”.

Le opere che la portarono al successo furono Cenere (racconto che ruota intorno alla tragica e tormentata storia di una madre e di un figlio prima abbandonato e poi ritrovato; questo romanzo l’ha resa meritevole del Premio Nobel), Canne al vento e Cosima (opera incompiuta che i curatori pubblicheranno con il sottotitolo Quasi Grazia). Si tratta soprattutto di opere composte con intenzione sempre più autobiografica e introspettiva.

Sposò il funzionario del Ministero delle Finanze, Palmiro Madesani.

Fu anche un’ottima traduttrice, in particolare di romanzi in lingua francese.

Morì a Roma il 15 agosto del 1936.

Poetica

La narrativa della Deledda tratta di vicende d’amore, di dolore e di morte, del senso del peccato e della colpa. Per questo spesso si vuole associare la scrittura di questa autrice con il verismo di Verga. Tuttavia la Deledda esprime una scrittura del tutto personale che affonda le sue radici nella conoscenza della cultura e della tradizione sarda.

“ Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza, ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il

modo di pensare e di vivere, quasi religioso di certi vecchi pastori […]”

Molti critici riconoscono l’originalità della sua poetica: nonostante abbia scritto in italiano si potrebbe tuttavia dire che appartiene alla letteratura sarda. Il tono e il contenuto vagamente verista della sua produzione le procurò le antipatie degli abitanti di Nuoro. I suoi concittadini erano infatti dell’opinione che descrivesse la Sardegna come terra grezza ed arretrata. In realtà non era intenzione dell’autrice assumersi un impegno sociale come quello che spesso caratterizzò il verismo.

Lingua e stile

Grazia Deledda stessa ha voluto chiarire più volte la distanza fra la cultura e la civiltà sarda e la cultura e civiltà italiana. Di conseguenza l’autrice ha messo in evidenza anche quanto fossero diverse la lingua sarda (comunemente definita dialetto) rispetto a quella italiana.

“Leggo relativamente poco ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Scrivo ancora male in italiano perché sono ancora abituata al dialetto sardo che è di per sé una lingua diversa dall’italiano.”

La lingua italiana, per lei sarda, è una lingua quindi che deve conquistarsi e la composizione in lingua italiana per lei, che trae la materia della sua narrazione dall’universo sardo, presenta molte difficoltà. Dall’epistolario della stessa scrittrice è evidente un chiaro senso di noia e sforzo per riuscire ad imparare la lingua italiana. Ecco quindi che spesso, riguardo alla produzione della Deledda, si parla di bilinguismo, di perfetta comunicazione fra due sistemi linguistici diversi.

Una scrittura mista, se così può essere definita, risulta molto moderna e quindi ben si adatta alla narrazione cinematografica, (il regista Febo Mari negli anni ’10 aveva iniziato le riprese per “Cenere”).

Nei dialoghi domina la vivacità della comunicazione orale di cui si sforza di riprodurne l’intonazione e ricalcarne l’andamento ritmico. Accetta e usa ciò che è marcato: imprecazioni, rime, detti e proverbi (raccolti nella “Rivista di tradizioni popolari”).

L’influenza degli scrittori russi

Quando Grazia Deledda collaborò alle riviste di moda si rese conto della distanza che esisteva tra la prosa italiana di quei giornali e la sua esigenza di donna sarda di impiegare una lingua italiana più vicina alla realtà della società in cui viveva. Gli anni del suo inizio erano quelli in cui gli scrittori delle varie piccole nazioni si proponevano di creare un ponte fra il sistema letterario dal quale provenivano e quello alto e nobile delle grandi letterature europee. È proprio in quest’anni in cui la scrittrice si dedica alla ricerca di un proprio stile

concentrando la sua attenzione sulle opere e sul pensiero di alcuni importanti scrittori russi. In particolare l’interesse della scrittrice era per Tolstoj e Dostoevskij.

L’influenza della letteratura russa sulla produzione di Deledda era percepibile soprattutto nella descrizione dei personaggi tragicamente turbati da una realtà nella quale si realizzavano il bene e il male, il delitto e il castigo, nella quale esistevano rapporti conflittuali fra padri, madri e figli e si ripeteva frequentemente il contrasto-conflitto fra tradizione e progresso.

La scrittrice non dimenticò però le sue radici profonde, infatti il paesaggio, la storia e la psicologia erano quelli tipici della propria casa.

Brani tratti dal romanzo “Cosima”

L’attività di scrittrice costa a Cosima critiche e pregiudizi da parte della gente del paese, di uomini ma anche di donne, ancora legati allo stereotipo di donna-moglie-madre. Tuttavia non mancano le ammiratrici della nuova scrittrice, sostenitrici del nascente movimento d’ emancipazione femminile e di parità dei sessi.

Il libro ebbe un successo femminile: lo lessero le fanciulle, e vi si ritrovarono, coi loro amori più libreschi che reali. […] La madre ne fu atterrita, la sera gli girò attorno con la diffidenza spaventata di un cane che vede un animale sconosciuto. […] Per la scrittrice fu un disastro morale completo: non solo le zie inacidite, ma i ben pensanti del paese, e le donne che non sapevano leggere ma consideravano i romanzi come libri proibiti, tutti si rivoltarono contro la fanciulla: fu un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine. […] Ma a consolare l’umiliazione sdegnosa di Cosima arrivarono le prime lettere delle sue ammiratrici.

Un giorno, in maggio, quando le prime ebbrezze della sua avventura letteraria erano dileguate, per lasciar posto, in lei, ad uno scoraggiamento pesante, per colmo di disdetta, le arriva una lunga critica, manoscritta, della sua povera ma sincera fatica: il romanzo, la novella, persino un timido racconto per bambini pubblicato in una rivistina per ragazzi, tutto e stroncato, e non con debole malizia, ma a vigorosi colpi di accetta: – conclude il critico – Torni, torni, la piccola grafomane, nel limite dell’orticello paterno, a coltivare i garofani e la madreselva; torni a fare la calza, a crescere, ad aspettare un buon marito, a prepararsi ad un avvenire sano di affetti famigliari e di maternità -. Cosima piange di rabbia, di umiliazione.

Questa volta la fortuna le arrise compiuta. Ella tentò presso un editore di una certa notorietà, che non solo accettò e pubblicò il romanzo, ma lo fece accompagnare dalla prefazione di uno scrittore illustre: ed ecco d’un tratto la figura di Cosima balzò sull’orizzonte letterario, circonfusa d’un’aureola quasi di mistero. […]

D’un colpo ella diventa celebre: giornali e riviste le domandano novelle: e l’editore manda denari.

La madre di Cosima, rivolgendosi al servo, parla così di sua figlia:

– […] quella stordita che se ne va in giro come una capra. –

  • Non abbia timore, – rispose l’uomo, con una voce fra roca e dolce, ma anche quasi canora, che la padroncina non gli conosceva; – c’è Ippolito che è andato a raccogliere sterpi per il fuoco, e la sorveglia. Poi non si è quasi mai sentito niente, in questi posti. Chi vuole che veda la signorina? E poi è tanto savia, quella: non c’è pericolo che abbia dato appuntamento all’innamorato.
  • Non si sa mai, insisteva la madre, le ragazze sono tutte stordite: quella, poi, ha certe idee in testa. Tutte quelle scritture, quei cattivi libri, quelle lettere che riceve. E non è venuto anche, a trovarla, un omaccione rosso come la volpe? e da lontano, è venuto, e poi ha scritto di lei sui giornali? La gente mormora. Cosima non troverà mai da sposarsi cristianamente: e anche le sorelle ne risentiranno, perché in famiglia tutto sta a sposar bene la primogenita.

Bibliografia

Di Sacco, Baglio, Camisasca, Mangano, Perillio, Serio, La letteratura – Il Novecento –, Edizioni Scolastiche Bruno Mondatori, 2000

Guerriero A.R., Calmieri N., Lugarini E., Prisma letterario – Fin de siècle e primo Novecento –, la Nuova Italia Editrice, 2000

Sitografia

Wikipedia _ Antonio Piromalli, Grazia Deledda, Firenze, La Nuova Italia, 1968

_ Gianni Olla, Scenari sardi. Grazia Deledda tra cinema e televisione, Cagliari, 2000