GIOSUE CARDUCCI VITA E  OPERE

GIOSUE CARDUCCI VITA E  OPERE

GIOSUE CARDUCCI VITA E  OPERE


VITA:

Giosuè Carducci nacque a Val di Castello (Pietrasanta, Lucca) il 27 luglio del 1835. Il padre era un medico condotto che educò il figlio agli ideali risorgimentali e repubblicani.

La fanciullezza Giosuè la trascorse spensierata nei borghi della Maremma a Bolgheri ma nel 1948 il padre, per aver partecipato ai moti liberali, perdette l’impiego e dovette trasferire la famiglia a Firenze, dove Giosuè frequentò le scuole degli Scolopi, distinguendosi negli studi letterari e retorici. Nel 1853 vinse un concorso e ottenne un posto di convittore alla Scuola normale di Pisa, poi si iscrisse alla Facoltà di Lettere, dove conseguì il diploma di magistero svolgendo un tesi sulla poesia cavalleresca. Nel soggiorno di Pisa il giovane scrisse agli amici fiorentini numerose lettere, che interessano per gli spunti vivamente polemici nei riguardi dell’insegnamento conservatore e della letteratura italiana di quegli anni di tendenza politicamente moderata, troppo legata all’imitazione dei modi manzoniani e all’ideologia cattolica. Si era unito a Giuseppe Chiarini, Ottavio Targioni Tozzetti e Giuseppe Tomaso Gargani nella società letteraria degli “ amici pedanti” i quali intendevano ribellarsi alla moda romantica in nome delle tradizioni nazionali.

Nel 1856 ottenne una cattedra al ginnasio di san Miniato al Tedesco, dove pubblicò il primo libro di Rime. In quello stesso anno morì suo fratello, Dante, suicidatosi forse dopo un litigio con il padre e dopo circa un anno morì suo padre che si uccise o per il dolore della perdita del figlio o per il rimorso.

Il 7 marzo 1859 sposò sua cugina Elvira Menicucci, dalla quale ebbe cinque figli. Nel 1870 fu di nuovo colpito da gravi lutti famigliari con la morte della madre e del figlioletto Dante a cui dedicò la poesia “Pianto antico”. La famiglia Carducci si trovò in condizioni economiche difficili, e il poeta dovette lavorare come editore e curatore di testi. Sospettato dalla polizia per le sue idee filo‐repubblicane il 9 aprile del 1858 venne sospeso dall’insegnamento ma l’anno dopo riottenne un incarico di insegnante di Latino e Greco presso il Liceo Classico Nicolò Forteguerri di Pistoia. Con decreto del 26 settembre 1860 gli venne affidato dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Terenzio Mamiani Della Rovere la cattedra di Eloquenza Italiana, in seguito chiamata Letteratura Italiana presso l’Università di Bologna dove rimase fino al 1904. Pubblicò nel frattempo Juvenilia, che raccoglie tutte le poesie del decennio precedente. Da quell’anno in poi il Carducci trascorse una vita assai tranquilla, dedicandosi completamente alla poesia e all’insegnamento, circondato dal favore crescente del pubblico e considerato sempre più come una gloria nazionale. Nel 1890 venne nominato senatore e sostenne la politica di Crispi e nel 1906 ricevette il premio Nobel per la letteratura, consegnatogli poco tempo prima della morte, seguita nel 1907 per una grave malattia che lo affliggeva dal 1899.

TEMI:

All’interno delle opere del Carducci si vede chiaramente un ritorno ai classici e la ricerca di una nuova lingua che avesse dignità letteraria. Le maggiori fonti di ispirazione del poeta sono senza dubbio il sentimento della vita, con i suoi valori di gloria, amore, bellezza e eroismo, ma, accanto a questo tema, c’è quello non meno importante del paesaggio. Il paesaggio non viene esaltato e non è nemmeno pittoresco, ma è il terreno mirabile di forza contro il quale si scagliano tutte le creature. Un altro grande tema ricorrente nelle opere carducciane è quello della memoria che non fa disdegnare al poeta la nostalgia delle speranze deluse e il sentimento di tutto quello che non c’è più, anche se tutto viene accettato come forma della vita stessa. La costruzione della poesia di Carducci è di ampio respiro, spesso impetuosa e drammatica, espressa in una lingua aulica senza essere sfarzosa o troppo evidenziata.

La presenza dei temi appena descritti si può riscontrare particolarmente nelle raccolte di poesie più famose come Giambi ed Epodi e Rime Nuove.

La prima è caratterizzata dalla polemica, dall’invettiva, sdegno civile ma anche feroce ironia. A provocare la rabbia di Carducci è l’Italia contemporanea perché è completamente diversa dall’Italia risorgimentale e dall’antica grandezza di Roma.

La seconda e caratterizzata da tematiche più varie fondate su ricordi autobiografici e memorie storiche. “Traversando la maremma toscana” descrive le sensazioni provate dal poeta durante un viaggio in treno verso Roma osservando i paesaggi dove aveva trascorso la sua fanciullezza e gli ritornano in mente i momenti spensierati e senza

preoccupazioni di un tempo. Da questo nascono malinconie e rimpianti e la certezza della vanità del vivere.

“San Martino” evoca la semplice vita del paese nel giorno in cui si effettua la vinatura, cioè il travaso del vino dai tini alle botti.

“Pianto antico” è invece una poesia dedicata al figlioletto Dante morto in tenera età che affronta il tema della vita, della morte e del dolore dell’uomo per la perdita dei propri cari. Il gioco degli aggettivi della poesia esprimono il netto contrasto tra la vita (“luce”, “calor”) e la morte (“pianta… inaridita”, “terra fredda”, “terra negra”) tanto più dolorosa quando coglie una pargoletta mano non più capace di trattenere nelle sue mani la vita. Inoltre Carducci sottolinea l’inevitabile divario tra la morte individuale per gli uomini e il ciclico rifiorire della natura: lui si accorge del rinverdire primaverile del melograno che non potrà più associare, se non nel ricordo, al figlioletto. La morte è perciò totalmente desolazioni per chi, come il Carducci, non crede alla sopravvivenza dell’anima , ma una concezione materialistica del mondo.

Un’altra opera da ricordare è “Inno a Satana” composto nel 1863, che contiene la più compiuta espressione della polemica anticlericale. Non è casuale che l’inno anticipi di un anno la promulgazione del “sillabo” con cui Pio IX enumera gli errori del secolo criticando il mondo moderno. Carducci, al contrario, esalta il progresso, la civiltà e elogia di Satana la libertà di pensiero, la forza viale e la gioia di vivere: al conservatorismo religioso egli oppone l’inevitabile scorrere e progredire della vita e dell’umanità.

Una caratteristica importante di Carducci è il suo rifiuto per il romanticismo, mentre esalta un classicismo energico e coraggioso. Il romanticismo promuove la riscoperta del sentimento e il rigetto del concetto illuminista della ragione, l’esaltazione della libertà individuale, il culto della storia intesa come definizione di una tradizione civile e culturale, l’idea di popolo e di nazione e il rifiuto dei temi mitologici.

Carducci stesso si definisce “scudiero dei clessici” sottolineando così la necessità di inserirsi nella scia della grande tradizione letteraria italiana, di riappropriarsi della lingua e dei modi degli antichi per esprimere lo spirito nuovo dei propri tempi. Era la sua un’esigenza di ritrarre la realtà ammantandola però di forme classiche, di esprimere i riferimenti alla vita contemporanea nobilitandoli con la perfezione della lingua dei classici.

L’espressione del naturalismo, della sensualità e di una concezione seria e forte della vita lo allontanano dal sentimentalismo e dall’emotività con cui i romantici esaltano gli stati d’animo individuali e soggettivi.


SAN MARTINO

La nebbia a gl’irti colli

Piovigginando sale,

E sotto il maestrale

Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo

Dal ribollir de’ tini

Va l’aspro odor de i vini

L’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi

Lo spiedo scoppiettando:

Sta il cacciator fischiando

Su l’uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi

Stormi d’uccelli neri,

Com’esuli pensieri,

Nel vespero migrar.

PIANTO ANTICO

L’albero a cui tendevi

La pargoletta mano,

Il verde melograno

Da’ bei vermigli fior

Nel muto orto solingo

Rinverdì tutto or ora,

E giugno lo ristora

Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta

Percossa e inaridita,

Tu de l’inutil vita

Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,

Sei ne la terra negra;

Né il sol piú ti rallegra

Né ti risveglia amor.

Produzione poetica (cronologia delle opere)

  • 1863 ‐ Inno a Satana
  • 1866‐1867 ‐ Della varia fortuna di Dante
  • 1867 ‐ Lavora all’ Idillio maremmano che terminerà nel 1872
  • 1868 ‐ Levia Gravia
  • 1868 ‐ Inizia a lavorare sul saggio Dello svolgimento della letteratura nazionale che termina nel 1871
  • 1871 ‐ Pianto antico
  • 1871 ‐ Poesie
  • 1872 ‐ Primavere elleniche
  • 1873 ‐ Nuove poesie di Enotrio Romano
  • 1874 ‐ Davanti a San Guido e Nostalgia
  • 1875 ‐ Faida di comune, Tedio invernale, Alla stazione in una mattina d’Autunno, Mors nell’epidemia difterica
  • 1876 ‐ Alle fonti del Clitumno
  • 1877 ‐ Odi barbare
  • 1878 ‐ Alla regina d’Italia
  • 1880 ‐ Sogno d’Estate
  • 1881 ‐ Nevicata
  • 1882 ‐ Nuove Odi barbare, Giambi ed Epodi, Confessioni e battaglie a cui seguiranno altri due volumi nel 1883 e 1884
  • 1883 ‐ San Martino, Visione, Ça ira
  • 1885 ‐ Il comune rustico
  • 1887 ‐ Rime Nuove
  • 1888 ‐ Jaufré Rudel
  • 1889 ‐ Terze Odi Barbare
  • 1890 ‐ Piemonte
  • 1892 ‐ Storia del Giorno di Giuseppe Parini
  • 1893 ‐ Raccolta definitiva delle Odi Barbare
  • 1899 ‐ Rime e Ritmi
  • 1900 – Commento alle Rime di Francesco Petrarca