LOGICA E REALTA IN ARISTOTELE

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LOGICA E REALTA IN ARISTOTELE

Sebbene in Aristotele non si trovi mai la parola concetto, che è di origine posteriore (in greco si può solo dire con “logos” che significa un mare di altre cose), proprio da Aristotele viene il concetto come lo intendiamo noi, cioè l’avere nozione di “cosa è” una certa cosa, ad esempio una pera.
La differenza tra l’idea platonica ed il concetto aristotelico sta nel fatto che l’idea è in Platone la causa reale della cosa, mentre in Aristotele è la cosa che causa realmente il concetto.
Aristotele parla di “universali”, di “nozioni” e di “termini”.
Va inteso che quando utilizza queste espressioni egli parla di simboli, cioè segni, voci convenzionali che rinviano a qualcosa di concreto e, possibilmente sperimentato.
Pertanto in Aristotele si realizza nuovamente una corrispondenza tra piano del linguaggio e piano della realtà.
Ciò detto, esaminiamo cosa intendeva Aristotele per logica.
Il linguaggio, il logos, è una combinazione di segni che significano cose, e dunque di per sè sono nozioni di cose.
E’ possibile un linguaggio perchè oltre ai segni od al suono che significa qualcosa, nel linguaggio subentra un elemento che lega ed esprime un essere, un avere, un fare, cioè un verbo o categoriale, o descrittivo, per esempio l’andare, il fare, il costruire, il dire, il distruggere.
Aristotele non chiama “logica” la logica, la chiama “analitica” in quanto è un fare che scompone il linguaggio nei suoi elementi costitutivi.
L’analitica così intesa è sia Organon, cioè strumento di tutte le scienze, sia scienza di per sè, base di tutte le altre scienze.
Per Aristotele sono strumenti delle logica sia i giudizi che i ragionamenti che portano ai giudizi.
In generale prima si fanno indagini, su queste basi si elaborano ragionamenti, infine si danno giudizi, i quali sono sempre improntati al rispetto a cosa.
Che nella realtà accada spesso il contrario è perfino evidente.
Anche i bambini, soprattutto i bambini fanno spesso così, specie se hanno doti intuitive o sono molto sensibili.
Ma quante volte ci siamo sbagliati da bambini?
Se si danno spesso prima i giudizi, poi si cercano ragionamenti in grado di sostenere i giudizi stessi.
E se mancano gli argomenti ci iventiamo qualche balla.
E passare a una balla ad una calunnia è facilissimo, è come bere un bicchier d’acqua.
Pertanto, una volta chiarito che così, purtroppo, tante volte vanno le cose, cerchiamo di capire meglio la logica di Aristotele.
Aristotele distingue due tipi di ragionamenti: quelli dimostrativi, cioè scientifici, cioè basati sui fatti dell’indagine, e quelli eristici, cioè i tipici ragionamenti sofistici rivolti a dar ragione anche a chi ha torto.
Aristotele parla anche di ragionamenti dialettici, e dedicò un trattato “I Topici”, alla spiegazione di come argomentare correttamente, per esempio nel campo delle opinioni politiche, esponendo modalità precise.
Il senso del ragionamento dialettico lo si può trovare ad esempio in una riunione di famiglia: se entrambi i coniugi hanno a cuore il futuro del figlio cercheranno di capirsi e quindi presteranno particolare attenzione alle osservazioni dell’altro.

La teoria del giudizio.
Il testo che contiene la trattazione completa di una teoria (ma attenzione perchè non si tratta propriamente di una “teoria” o di una dottrina) del giudizio è conosciuto sotto il classico titolo “De interpretatione”.
In esso Aristotele espose il rapporto delle parole, o “termini”, con i pensieri e dei pensieri con le cose.
Come egli stesso scrisse: i termini sono: affezioni dell’anima che sono le medesime per tutti e costituiscono immagini di oggetti che sono identici per tutti.
Egli distingue tra nomi e verbi.
I nomi sono privi di indicazione di tempo, cioè della categoria del quando, mentre i verbi hanno questa intrinseca possibilità di riferirsi ad un’azione passata, presente, futura attraverso la coniugazione.
Ad esempio: “io”, senza tempo, “verrò”, indicante che non sono ancora venuto, che non sto venendo, ma che verrò in futuro.
Quando si uniscono un nome o un verbo si dà luogo ad una proposizione.
Si dice semantica un proposizione del tipo preghiera, comando, domanda.
“Ti ordino di portamri da bere”, “ti prego di darmi da bere”, ti domando: “perchè non mi dai da bere?”.
Queste proposizioni non possono essere nè vere nè false in sè, anche se, a rigor di logica, andrebbe osservato che l’intenzione con cui le pronuncio potrebbe essere anche falsa.
Si dice apofantica una proposizione enunciativa che esprime un giudizio, od anche una semplice constatazione.
Queste proposizioni devono necessariamente risultare vere o false, e non sia danno vie di mezzo, a meno che non si voglia volutamente rimanere nell’ambiguità, o nell’incertezza.
Dire che “forse Luigi sta venendo a casa” descrive questo stato di incertezza.
Dire che ” Luigi sta venendo” mentre invece è fermo, è falso.
Dire che “Luigi sta venendo” e sta proprio venendo, è vero.
Sull’argomento non credo sia necessario riassumere ulteriormente il pensiero di Aristotele se non per ricordare che i giudizi, cioè questo tipo di constatazioni possono essere di tipo universale, particolare o individuale.
Emettiamo una constatazione individuale se parliamo di Bill Clinton.
Facciamo una constatazione particolare se parliamo dei Presidenti degli Stati Uniti.
Facciamo una constatazione universale se parliamo di tutti i presidentei del mondo, od ad esempio degli uomini in generale.
E’ molto importante sapere che i giuizi e le constatazioni si ditinguono per modalità, cioè a sedona che esprimiamo possibilità, impossibilità, contingenza o necessità.
La cosiddetta logica modale, infatti, nasce proprio grazie a queste precisazioni di Aristotele.
Secondo questa logica noi possiamo dire “è possibile che domani piova, vedo nuvole”.
Sarà vero o no? Dipende da cosa accade domani.
“E’ impossibile che domani piova, non vedo nuvole”.
Sarà vero o no? Dipende da cosa accade domani.
“Domani ci sarà una battaglia tra Serbi e Albanesi”.
Sarà vero o no’
Sarà la contingenza di domani a stabilire a stabilire cosa accadrà.
Per adesso la mia previsione può risultare sia vera che falsa, è contingente.
Infine “due + due=quattro”.
Vero.
Vero nel senso che non xci raccapezziamo più se si negano questo tipo di affermazioni.
Dunque la logica modale dice che è necessario che due più due faccia sempre quattro.
Questa questione della necessità è verificabile sotto due diversi punti di vista.
Sotto il profilo convenzionale occorre che la quantità di cose che designiamo col numero quattro rimanga immutata nel tempo.
Altrimeni, appunto, non ci raccapezziamo più.
Sotto il profilo semantico occorre che quattro sia sempre il segno che significa quattro unità di una certa specie.
In sostanza, introducendo questo concetto di necessità, Aristotele risponde a più di un’esigenza, ma vi risponde sotto un profilo pratico.
Anche la matematica è una pratica e per essere praticata necessita dunque di regole e procedure indispensabili.
Tra queste, la più importante ancora una volta, si fonda sul principio di non-contraddizione.
Se diciamo “4” lo diciamo per enumerare quattro distinte unità.
non posso dire “4” in un altro senso.
Per avere “4” possiamo sommare le unità a due a due, oppure una per una, oppure aggiungendo tre a una.
Non posso ricavare “4” da altro se parlo di unità disponibili in una addizione.
Posso ricavare quattro anche da sottrazioni, cioè sottraendo sei unità da un gruppo di diceci.
Paiono questioni di lana caprina, ma non lo sono, se ci pesniamo bene.
Infatti procedendo oltre ed arrivando alle due altre operazioni fondamentali dell’aritmetica, scopriamo che per ricavare “4” da una divisione, mi occorre un gruppo di unità che sia multiplo di quattro, altrimenti rimangono dei resti.
Quando divido 16 per 4, non dico che divido quattro unità per quattro unità, ma calcolo il quante volte devono sottrarre “4” unità al mucchio.
Lo stesso vale per la moltiplicazione.

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