L’INFINITO ANALISI METRICA DI GIACOMO LEOPARDI

L’INFINITO ANALISI METRICA DI GIACOMO LEOPARDI

Analisi metrica:


L’infinito è un componimento in endecasillabi sciolti.

Presenza di elisione: quest’ermo (v. 1), s’annega (v. 14), m’è (v. 15).
Presenza di apocope: pensier (v. 7), cor (v. 8), stormir (v. 9), sovvien (v. 11), suon (v. 13), pensier (v. 14), naufragar (v. 15).
Presenza di enjabement: vv. 2-3, vv. 4-5, vv 7-8, vv. 8-9, vv. 9-10, vv. 10-11, vv. 12-13, vv. 13-14.

Analisi retorica:

Presenza di allitterazioni: c (v. 1), d,s (vv. 5-6), p (v. 7), s, c (v. 8), q (v. 9), v (vv. 10-11), e, s, r, n (vv. 11-12-13), m, s, n, r (vv. 14-15).
Anastrofe: Sempre caro mi fu (v. 1), quest’ermo colle (v. 1), il guardo esclude (v. 3), Io nel pensier mi fingo (v. 7), il vento odo stormir (vv. 8-9), pensier mio (v. 14).
Epifrasi: Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe (vv.1-2), Ma sedendo e mirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete (vv. 4-5-6), io quello Infinito silenzio e questa voce Vo’ comparando (vv. 9-10-11), mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei (vv. 11-12-13).
Iperbato: questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude (vv.2-3), profondissima quiete Io nel pensier mi fingo, ove per poco Il cor non si spaura (vv. 6-7-8), Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio (vv. 13-14).
Climax: Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe (vv. 1-2), Immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar (vv. 14-15).
Iperbole: interminati (v. 4), sovrumani (v. 5), profondissima (v. 6).
Antitesi: Infinito silenzio e questa voce (v. 10), e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni (vv. 11-12), le morte stagioni e la presente e viva (vv. 12-13).
Polisindeto: e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete (vv. 5-6), e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei (vv. 11-12-13).
Onomatopea: stormir (v. 9).
Ossimoro: e il naufragar m’è dolce in questo mare (v. 15).


Commento:

L’infinito fu composto nel 1819. In quegli anni entrano in crisi quelli che erano i riferimenti letterari e poetici di Leopardi (Recanati, 1798 – Napoli, 1837), in risposta all’acuirsi del suo pessimismo e all’avvicinarsi alla filosifia del sensismo. Questo cambiamento si traduce negli Idilli, di cui l’Infinito è il primo componimento. Pur rimanendo all’interno di un solco classico vi si riscontrano importanti aspetti innovativi, a partire dal metro, endecasillabi sciolti e senza alcuna struttura strofica, e da una ricerca sul linguaggio o, meglio sui significati, sulla semiotica del linguaggio, tanto importante per la storia della poesia italiana da giungere fino al Novecento con, tra gli altri, Ungaretti e Quasimodo.
In un’ottica moderna, in cui Dio e, di conseguenza, il suo rapporto con l’uomo, non sono più al centro di una visione dell’esistenza esaustiva e completa a se stessa, ma in cui la ricerca scientifica e filosofica, a partire dal diffondersi della rivoluzione copernicana, ne hanno ampliato la visuale e le opportunità ma allo stesso tempo creato nuove problematiche interpretative ed esistenziali, Leopardi si pone di fronte a elementi universali come lo spazio e il tempo tentando di sviluppare una sua nuova e personale poetica. Il principio da cui parte è metodologico, ovvero come confrontarsi con questi argomenti liberandosi dalle strutture filosofico teoretiche tradizionali e calandosi per contrasto nella realtà quotidiana, affrontandoli in modo soggettivo, personale, psicologico. Uscendo, in altre parole da un lirismo neoclassico di maniera, per tentare una nuova e più viva, contemporanea, fondazione di un lirismo come era stato quello petrarchesco delle origini. Gli strumenti per questo processo glieli fornì la filosofia sensista con il suo approccio alla conoscenza affidato esclusivamente ai sensi e al sentire.
Dal punto di vista del linguaggio poetico ciò si traduce in scelte lessicali e di significato tendenti al vago, al non chiaramente definito, ad un uso frequente dell’epifrasi, all’utilizzo di elementi descrittivi scevri da orpelli, quasi basilari (“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe…”), nell’utilizzo di tempi verbali volti al presente, ma un presente vago anch’esso (“sedendo e mirando”), funzionale ad un processo di astrazione (vv. 4-8), accostando le coppie spazio/tempo e finito/infinito partendo da una situazione vissuta ma allo stesso tempo resa quasi topica, con un evento concreto (“il vento odo stormir”) a fare spartiacque, da momento scatenante per il passaggio da un elemento all’altro, e infine un paragone, il quale rimanda alle categorie di morte e vita, il ritorno ad un presente, un presente trasfigurato che porta smarrimento. E piacere.