Le opere latine di Petrarca

Le opere latine di Petrarca

Petrarca identifica letteratura e vita: le sue opere sono caratterizzate da un forte autobiografismo, evidente soprattutto nel Canzoniere, in cui la vera protagonista non è Laura, ma l’interiorità del poeta; tuttavia l’autobiografismo dei testi non deve far dimenticare che il poeta rivisita i fatti allo scopo di dare di sé un’immagine ideale (e in questo si ricollega alla tradizione). Ciò è particolarmente vero per le opere latine.

Le opere latine di Petrarca sono solitamente suddivise in due gruppi: le opere religiose – morali e quelle umanistiche; in ogni caso occorre ricordare che si tratta di una distinzione di comodo, poiché i tratti comuni, nei temi affrontati e nello stile, sono molti.

Le opere morali e religiose

Il Secretum: l’opera, ispirata ad eventi risalenti agli anni 1342-1343, fu composta tra il 1347 e il 1353, quindi nel periodo di quella crisi esistenziale che raggiunge il culmine nel 1348 e che genera nel poeta la volontà di cambiare vita (la mutatio animi di cui parla Petrarca). Il titolo originale, De secreto conflictu curarum mearum (Sul segreto conflitto delle mie angosce), ci permette di capire che l’opera, esprimendo le contraddizioni e i contrasti dell’animo del poeta, è dinamica e non statica.

Il testo, in tre libri, è in forma di dialogo (il modello è rappresentato dai dialoghi di Platone e di Cicerone); i protagonisti sono Francesco e Agostino, il filosofo che Petrarca considera come la sua guida spirituale. Il dialogo si svolge in tre giorni, alla presenza della Verità, raffigurata come una donna bellissima, che assiste in silenzio (l’impianto allegorico è tipico della mentalità medioevale). Nel dialogo Agostino è l’alter ego di Petrarca: è come se il poeta si sdoppiasse in due personaggi, che sono proiezioni della sua interiorità inquieta e lacerata. Agostino è la coscienza del poeta e lo rimprovera per la sua debolezza: tra i sette peccati capitali, quello che più affligge Francesco è l’accidia, ovvero l’inerzia morale, la debolezza della volontà. Agostino rivela a Francesco che due catene di diamante lo tengono legato alla terra, impedendogli di elevarsi spiritualmente: esse sono l’amore per Laura e il desiderio di gloria. Francesco si inganna nel ritenere che l’amore per Laura sia solo spirituale e sia fonte di virtù; al contrario, dimostra Agostino, da esso ha avuto inizio la sua degradazione morale.

Al termine del dialogo Francesco non riesce a risolversi a cambiare vita: il conflitto è irrisolto. Proprio questa conclusione aperta rende l’opera molto moderna.

La crisi del poeta si inserisce in una fase di transizione tra la spiritualità medioevale e la civiltà umanistico-rinascimentale. Petrarca è ancora attratto dall’ascetismo medioevale, ma sente già il richiamo della realtà mondana; tuttavia non può godere dei piaceri della vita senza sensi di colpa.

Il conflitto che affligge il poeta non si riflette nello stile dell’opera: il latino usato da Petrarca è sintatticamente perfetto e armonioso.  Come accadrà nel Canzoniere, Petrarca filtra la realtà attraverso il modello dei classici, riuscendo a guardare alla propria sofferenza con chiarezza e rigore. E’ come se il poeta superasse i suoi conflitti nella forma elegante e calibrata del testo.

Il De vita solitaria: L’opera, scritta tra il 1346 e il 1347, è un elogio della solitudine, tema molto amato dalla letteratura ascetica del Medioevo. La solitudine a cui pensa Petrarca è però piuttosto l’otium letterario, in cui il poeta si dedica alla lettura dei suoi amati classici. Nel De vita solitaria vi è il proposito di conciliare la religiosità cristiana con la letteratura classica, vista come uno strumento per migliorare sé stessi. Per Petrarca la saggezza dei classici è in continuità con il messaggio cristiano.

Il De otio religioso: Il testo (1347-1357) fu composto dopo una visita alla certosa di Montrieux, dove si era ritirato il fratello Gherardo. Il poeta elogia la scelta compiuta da chi rinuncia ai piaceri mondani per le gioie del chiostro, ma è consapevole di non essere in grado di compiere una scelta così radicale.

Le opere umanistiche e il rapporto con i classici

Anche nel rapporto con i classici Petrarca si differenzia da Dante, confermandosi come un autore già proiettato verso una visione umanistica degli antichi.

Dante non è consapevole della frattura esistente tra il mondo antico e l’età medioevale e può quindi adattare i classici alla sua visione della realtà.

Petrarca ha invece una chiara coscienza del distacco; per questo non assimila più il mondo antico al presente, ma cerca di coglierlo nella sua fisionomia più autentica. Da qui nasce l’attività filologica di Petrarca: il poeta cerca di riportare i testi classici alla loro purezza originaria, eliminando tutte le contaminazioni e tutti gli errori compiuti dagli amanuensi e dai commentatori medioevali. Visita le biblioteche di molti monasteri, alla ricerca di nuove versioni dello stesso testo e di opere dimenticate (trova infatti le Epistole ad Attico e l’orazione Pro Archia di Cicerone) e annota a margine i suoi commenti eruditi.

Petrarca ammira profondamente i classici e li considera modelli insuperabili, ma è consapevole che essi appartengono al passato e li guarda con struggente nostalgia, cercando di emularli, di ispirarsi ad essi. Egli compie quindi un’operazione opposta a quella degli scrittori medioevali, che trasportavano i classici nel proprio tempo, in un eterno presente: è lui a trasportarsi idealmente in mezzo ad essi.

Tra le opere umanistiche spicca l’epistolario, al quale egli si dedicò per tutta la vita, raccogliendo e riordinando le lettere scritte in prosa latina ad amici e signori d’Italia. Il risultato di questo intenso lavoro è costituito da 24 libri di epistole Familiari (“Libri di cose familiari”) di e 17 di Senili, risalenti agli ultimi anni della sua vita. Ad essi si aggiungono le lettere Sine nomine, che affrontano il tema della corruzione della Chiesa e quindi, per prudenza, non contengono il nome del destinatario, e le Variae, lettere rintracciate in seguito da amici e collaboratori.

Ovviamente l’epistolario ricalca gli epistolari antichi, che sono pensati per la pubblicazione e quindi non hanno nulla della spontaneità delle vere lettere, destinate all’intimità. Petrarca rielabora con cura i testi, selezionando le informazioni, e trasfigurando i sentimenti e le situazioni attraverso il modello dei classici.

L’intento di Petrarca è quello di delineare la figura ideale dell’intellettuale, che crede in una cultura disinteressata, prova fastidio verso le occupazioni quotidiane che lo distraggono dalla meditazione e dalla scrittura letteraria, sogna una vita appartata in un paesaggio idillico e si ritiene portatore di una missione civilizzatrice. Questo modello di intellettuale avrà molta fortuna nei secoli successivi.

Anche nell’Epistolario emerge il classicismo petrarchesco, nella selezione e nell’idealizzazione, nella separazione degli stili, caratteristiche assenti in Dante, che al contrario fonde la realtà bassa e quotidiana con il sublime.

Tuttavia, nonostante la perfezione classica della forma, anche qui emergono le contraddizioni e l’inquietudine proprie dell’animo del poeta: l’aspirazione all’ascetismo, la consapevolezza della vanità dei piaceri della vita, l’angoscia per lo scorrere inesorabile del tempo.

Tra le opere umanistiche ricordiamo il poema epico Africa, dedicato alla seconda guerra punica, e ispirato all’Eneide di Virgilio. Anche in questo testo emergono i temi cari al poeta, come la vanità delle cose umane, l’inquietudine e la morte.

Altre opere umanistiche sono il De viris illustribus (Gli uomini illustri), il cui modello è lo storico latino Svetonio, una raccolta di biografie di personaggi della storia romana; i Rerum memorandarum libri, raccolta di aneddoti destinati a celebrare alcune virtù; il Bucolicum carmen, ispirato alle Bucoliche di Virgilio.