LA SCUOLA DEI DITTATORI

LA SCUOLA DEI DITTATORI

Romanzo di Ignazio Silone

Prima edizione nella traduzione tedesca ( Zurigo, Europa Verlag, 1938 ). Prima edizione italiana in Italia: Milano, Mondadori, << Narratori italiani >>, 1962.


La passione per la libertà, che anima i primi due libri di Silone, dà vita anche al terzo, scritto nel ‘37-’38.C’è un rapporto stretto fra questo saggio e i romanzi che lo precedono: il motivo d’ispirazione è il medesimo, pagine di saggistica sono frequenti in Vino e Pane e non mancano, anche se in forma elementare, in Fontamara. E insieme c’è uno svolgimento: La Scuola dei Dittatori segna lo spostarsi deciso dell’obiettivo sull’altro termine del contrasto, dal dramma dei Fontamaresi, dal travaglio di Pietro Spina, dalle vittime, cioè, ai soverchiatori, ai dittatori e al regime dittatoriale, analizzato nel suo formarsi e affermarsi. Il saggio, inoltre, rispecchia l’esigenza dell’autore di dare più ampio respiro al dibattito politico, presente nei romanzi, ma contenuto per ragioni artistiche.
In primo piano sono qui fascismo e nazismo, ma la panoramica del libro abbraccia tutti i regimi, dell’Est e dell’Ovest, che, sotto diverse etichette, hanno in comune il denominatore del totalitarismo.

Perché così di frequente, invece di fascismo, dite totalitarismo? Forse per non far torto ai comunisti?

Tommaso il Cinico-Silone risponde:

Per l’appunto. Ma anche per un giusto riguardo alle possibilità dittatoriali di qualche audace gruppo democratico o liberale.
Esaminando la situazione italiana dopo la prima guerra mondiale e quella tedesca alla vigilia della presa del potere nazista Tommaso mette in luce i fattori che preparano e promuovono l’avvento del totalitarismo. Essi sono:
la crisi della democrazia, con il degenerarsi di alcuni aspetti delle sue stesse istituzioni. Il logorarsi del regime parlamentare, il decadere della funzione legislativa, spesso ridotta a dibattito inconcludente, la caduta del livello morale degli eletti, la tendenza generale allo statalismo, alla centralizzazione del potere nelle mani di uno Stato-Provvidenza.
L’inettitudine del Partito d’opposizione, nei casi esaminati del socialismo, a sfruttare a proprio vantaggio la crisi dello Stato, ad attirare a sé le masse.
L’inefficienza dei Partiti al potere, della classe dirigente che, per la sua posizione conservatrice, non è in grado di fronteggiare una situazione d’emergenza; la mancanza di dinamismo, l’incapacità di infondere alle istituzioni ideali nuovi. Dall’altra parte la debolezza verso i centri di potere sempre più autonomi, il timore di osteggiare radicalmente la violenza, quando questa comincia a manifestarsi.
In queste condizioni matura il colpo di Stato, che deve essere appoggiato dall’esercito. Ma la condizione fondamentale è la disponibilità delle masse, non educate al culto della libertà e della democrazia, e quindi pronte ad abboccare a nuovi slogans.
Delineando la figura del dittatore, di cui si traccia anche una biografia indicativa, Tommasi individua la caratteristica inconfondibile nella esclusiva e sfrenata passione di dominare, nella quale trovano compenso altre frustrazioni. Alla libido dominandi si accompagnano di solito velleità artistiche e letterarie. Tommaso gli attribuisce quelle che sarebbero solo forme inferiori dell’intelligenza: la furbizia e la scaltrezza; ma soprattutto ne fa dipendere la grandezza esclusivamente dal favore delle masse. Il successo del dittatore è legato pertanto alla sua capacità di suggestione, che a sua volta dipende dal potere di autosuggestione, e che egli eserciterà adoperando l’identificazione delle speranze del popolo con i suoi programmi e con l’ispirare un credo, una mistica, un culto, con riti, simboli e feticci.
Quanto alle arti da impiegare, il dittatore, prima di tutto, non avrà programmi. La sua sarà la politica del possibile, saprà trasformarsi secondo le esigenze del momento. Unica regola che dovrà seguire con rigore sarà quella di impedire la discussione, essendo il dubbio il nemico del totalitarismo. L’interesse del saggio sta nella ricostruzione pacata e lucida degli eventi dai quali germinarono fascismo, nazismo e comunismo, ma soprattutto nella diagnosi acutissima dei mali che la democrazia porta in sé, nelle stesse istituzioni, che possono, degenerando, assumere una pericolosità mortale, e inoltre nell’evidenza data alla forza che le masse rappresentano nella civiltà di oggi e al ruolo decisivo che hanno nel gioco politico, con il loro numero e la loro disponibilità, là dove non siano state educate al culto degli ideali democratici, primo fra tutti quello della libertà:
Il numero senza la coscienza è zavorra servibile a tutti gli usi personalistici.
Le dittature infatti trovano la materia a cui imprimere la loro forma nei popoli stanchi dell’inefficienza di un regime democratico e pronti a seguire l’uomo che ne catalizzi le energie, accendendone l’immaginazione e accogliendone aspirazioni e speranza.
Sono pagine di impressionante attualità, come mirabilmente divinatorie sono quelle dell’ultimo capitolo, sia dove, parlando della fine della dittatura, tra le possibili occasioni l’autore pone in primo piano la guerra, calamità dei dittatori (ricordo che il libro è del ’38), sia, ancor più in là, dove prevede, dopo la dittatura, la difficoltà a organizzare la politica in forme veramente libere. Dal canto suo Tommaso, pur ammettendo di fare “congetture astratte”, auspica l’approdo a un umanesimo libertario, che liberi l’odierna civiltà di massa dall’eccesso di statalismo.
Nelle prime pagine, tra gli esuli che furono creatori di scienza politica, Tommaso cita per primo Machiavelli. Il riferimento può essere interessante per rilevare, in un abbozzo di confronto, alcuni caratteri di questo trattatello di Silone, tanto più che l’accostamento tra i due scrittori è diventato un luogo obbligato della critica. Al Principe può richiamarsi, in parte, lo schema del dialogo, ma ancor più il metodo di lavoro dell’autore, che trae, per così dire, leggi generali sulla formazione del totalitarismo, partendo dalla “verità effettuale”, dallo studio delle simulazioni e dei fatti relativi alla storia del fascismo e del nazismo, integrato da richiami alle tirannidi dell’antica Grecia, ai colpi di stato dell’Ottocento e del Novecento in Europa e in America, che possono servire a confermare una legge o a illustrare le varianti di un fenomeno. Dal Principe l’opera si stacca tuttavia per molti caratteri fra cui la forma dialogica di tono conversativo, l’ironia di cui il discorso è screziato, il fatto che all’osservazione lucida degli eventi politici, diplomatici e militari si unisce una viva attenzione all’aspetto economico e sociale e la conoscenza, oltre che della politica, della sociologia, della psicologia e ella psicanalisi, integrate da nozioni di antropologia ed etnografia, il complesso cioè delle nuove scienze che permettono non solo di sondare l’animo degli individui, ma anche di penetrare negli istinti e negli umori delle masse, di quel popolo che per il Principe è vulgo, strumento passivo di dominio, per il dittatore è l’elemento da cui egli trae la sua forza.
Ma ciò che discrimina in maniera sostanziale le due opere è la condanna, da parte di Silone, della visione politica come arte, come tecnica:
La tendenza a considerare la politica come mera tecnica è un residuo intellettuale del Rinascimento.
Una frase che nel contesto della pagina in cui è inserita trova il suo chiarimento nell’opposizione scienza-istinto; l’istinto, che per un uomo politico, un dittatore, vale, ai fini pratici, più della scienza, ma nel contesto dell’intera opera siloniana assume il significato di un rifiuto a subordinare l’uomo allo Stato. Senza contare che quello stesso partire dalla verità effettuale per rievocare la serie degli eventi, cogliendone il rapporto causa-effetto, e più ancora l’indagare la personalità dei capi e dei loro gregari e le reazioni dei popoli risponde in Silone a un bisogno fondamentale: quello di capire e di chiarire come e perché i popoli perdano la libertà, chi siano i dittatori coi quali a un certo momento le masse si identificano, a che cosa debbano la loro fortuna. Così se il fine dichiarato dallo scrittore è di insegnare ai capi come instaurare una dittature, il fine vero viene a coincidere con quello del manuale di Tommaso, che vuole mettere in guardia i cittadini dai pericoli che insidiano un paese libero, dalle facili tentazioni e dalle esaltazioni collettive.