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la dialettica in Aristotele

la dialettica in Aristotele


Per Aristotele la dialettica è innanzi tutto un modo argomentare corretto.
Se muove da conoscenze vere diventa dimostrazione.
In tal senso una dimostrazione utilizza spesso lo strumento della confutazione delle tesi altrui, instaurando una polemica.
Pertanto vi sono dei casi in cui la polemica è utile, serve a chiarire lucidamente la portata delle questioni.
Se la dialettica muove invece da ipotesi non del tutto verificate, o anche solo da domande sul “perchè”, è un ragionamento sul probabile, ed è indifferente che esso sia condotto come monologo o come dialogo: rimane dialettica da intendersi come ricerca di principi non immediatamente necessari, ma non per questo superflui, anche perchè, come s’è detto, occorrerà sempre stabilire un “rispetto a cosa” si dice superfluo.
Nei Topici lo stagirita definisce il “probabile” come “ciò che appare accettabile a tutti, o ai più, o agli esperti, e tra questi o a tutti, o ai più, o a quelli più noti ed illustri. (Top, I, 1, 100 b e seg).
Dunque il senso della dialettica è eminentemente quello di ragionare sul probabile, o per meglio dire sul “possibile”.
Questo uso particolare, potremmo dire “ristretto” della dialettica, si rende necessario quando si esce dal campo del “necessario”.
Non è un giochetto di parole.
Se si è all’inizio di uno studio o di una ricerca particolare, ad esempio l’indagine sull’anima, che non è detto da nessuna parte che sia necessaria e rispetto a cosa lo sia, si rende almeno necessario stabilire di cosa stiamo cianciando e da dove venga questa necessità (nel senso di esigenza) di parlare dell’anima.
Il libro I del trattato “de Anima” costituisce un esempio di dialettica aristotelica, cioè un esempio di come si inaugura una ricerca su qualcosa di non ancora determinato ma, solo vagamente inquadrato.
Ecco che scrisse Aristotele:

Poichè riteniamo il sapere tra le cose belle e pregevoli e una specie più di un’altra o in rapporto all’esattezza o per esserne l’oggetto più importante ed eccellente, per questi due motivi dovremo metterne ragionevolmente in primo piano l’indagine intorno all’anima.
Sembra altresì che la conoscenza dell’anima molto contribuisca alla verità in generale e specialmente allo studio della natura, perchè l’anima è come il principio degli esseri viventi.
Noi ci proponiamo di considerare la natura e cioè l’essenza e, in secondo luogo, quante proprietà le appartengano: di queste, alcune par che siano attributi propri dell’anima, altre, invece, che per tramite suo appartengono anche ai viventi.
Ma è difficilissimo da ogni parte e sotto ogni punto di vista raggiungere una qualche certezza attorno ad essa.
Infatti, siccome è comune a molti altri oggetti di ricerca, intendo la ricerca intorno all’essenza e cioè alla sostanza, si potrebbe pensare che c’è un solo metodo per tutto ciò di cui vogliamo conoscere l’essenza, com’è il caso della dimostrazione per le proprietà accidentali: sicchè bisognerebbe cercare tale metodo.
Se invece un metodo unico e comune per la ricerca dell’essenza non c’è, il compito si fa più arduo, perchè bisognerà determinare in ogni caso la via da seguire. 
(de anima, li I, 402 a).

Come si vede facilmente questo è un esempio di dialettica che si sviluppa come un monologo anche se sembra scritto affinchè anche il lettore partecipi attivamente a questo monologo punto per punto.
Da come è scritto si può altresì evincere che fu scritto prima dei passi successivi, proprio come approccio alla materia da trattare.
Infatti la problematizzazione è disposta via via in forma preliminare, come se si scrivesse ancora senza sapere dove si andrà a parare.
L’impressione, anche se qui la forma sembra più involuta che altrove, è che Aristotele scrivesse come parlava e dunque paralsse come scriveva, senza prestare particolare attenzione allo stile.
Tutto ciò mi pare indice di una dialettica viva, cioè di un pensiero che si sviluppa per contenuto, per domande acute e pertinenti e non per linee formali.
Potremmo anche esaminare anche l’inizio di tutti i trattati, ma a me pare che questo sia sufficiente per evidenziare che si intende per dialettica in Aristotele in senso primario, ovvero il suo metodo di approccio a problemi non ancora determinati chiaramente.
Questa ricerca dei “punti di partenza” (archai) lo si ritrova pari pari nel trattato sulla “Fisica”, dove tuttavia si entra in un campo già trattato esaurientemente da altri, infatti molta parte della filosofia precedente ad aristotele è “fisica”.

Poichè in ogni campo di ricerca di cui esistono principi o cause o elementi, il sapere e la scienza (comprensione autentica) derivano dalla conoscenza di questi ultimi – noi, infatti, pensiamo di conoscere ciascuna cosa solo quando ne abbiamo ben compreso le prime cause e i primi principi e, infine gli elementi – , è evidente che anche nella scienza della natura si deve cercare di determinare anzitutto ciò che riguarda i principi.
E’ naturale che si proceda da quello che è più conoscibile e chiaro per noi (l’esperienza di tutti i giorni) verso quello che è più chiaro e conoscibile per natura (le idee e i principi fondamentali): che non sono la medesima cosa il conoscibile per noi ed il conoscibile in senso assoluto.
Perciò è necessario procedere in questo modo: da ciò che è meno chiaro per natura, ma più chiaro per noi a ciò che è più chiaro e conoscibile per natura. 
(Fisica I, 1. 184 a 10,21).

In questo caso il modo di esposizione di Aristotele è meno dialettico e problematico in quanto l’oggetto da esaminare e trattare è già stato messo a fuoco.
Tutti i possibili lettori (si spera…) sanno di che si parla quando si parla di fisica.
Tuttavia alcuni aspetti non sono chiari, infatti egli evidenzia che ci sono un modo immediato di conoscere, più chiaro per noi, ed un modo assoluto di conoscere per “natura” della cosa che stiamo studiando, che in partenza è meno chiaro.
Ciò significa, in soldoni, che se ci accingiamo a studiare la fisica e vogliamo cominciare da qualcosa, è meglio che cominciamo dalla “nostra” fisica, cioè dalla percezione sensibile che abbiamo noi delle cose, della materia, dell’energia, della dinamica, ecc piuttosto che dalla fisica che è insegnata nei manuali di fisica, la quale è già codificata in leggi che a noi non sempre sono chiare.
tutto ciò sembra un controsenso, in effetti le cose non vanno così, ma in realtà sono un controsenso quei libri di fisica che pretendono di insegnare la fisica non muovendo dalla percezione ordinaria ed immediata della realtà fisica che ci circonda ma, da teorie già date e molto complesse, ancorchè molto astratte.
Un esempio in questo senso potrebbe essere lo studio della fisica dell’andare in bicicletta.
Vi siete mai chiesti perchè pedalando si avanza?
Ed ancora: perchè muovendosi si rimane in equilibrio e stando fermi si rischia di cadere?
Il semplice esame di queste situazioni ci immette direttamente nel territorio della fisica come scienza.
Infatti le leggi fisiche che governano l’andare in bicicletta sono facilmente deducibili ed insieme incontrovertibili.
Comprendendo queste leggi e la loro necessità noi siamo scienziati al pari di Zichichi e forse più…:-)
(perchè di quel poco che siamo certi, siamo incontrovertibilmente certi).
Ciò detto è evidente che Aristotele è pervenuto ad una affermazione molto impegnativa: qualcosa di cui è certo “scientificamente”, nel senso che egli ha compreso che così, con questo approccio, è meglio, più facile, più corretto, più funzionale comprendere la fisica.
Il procedimento seguito, tuttavia, non è propriamente dialettico: infatti trattasi di una constatazione che viene dall’esperienza, da una ricerca empirica.
Tuttavia anche le semplici “constatazioni” del tipo di quelle evidenziate aiutano la ricerca dialettica, la confermano, o anche la smentiscono.
Un procedimento dialettico che si proponga di trovare “archai”, cioè punti di partenza corretti non segue a casaccio tutto quanto si presenta all’attenzione, ma comincia a discernere sia tra le opinioni sentite in proposito, sia tra enodxa, cioè opinioni particolarmente autorevoli (potremmo dire i pareri degli esperti nel ramo), riconoscibili anche premesse accettate da molti, sia tra le proprie particolari esperienze, le quali fanno comunque sempre testo.
Anzi, potremmo dire che forse si sbaglia, si è sbagliato finora, a non considerare come parte integrante degli elementi costitutivi della dialettica tesa a trovare “archai” l’esperienza individuale.
Nel libro I del trattato “Generazione e corruzione” Aristotele, dopo aver messo a fuoco in alcune pagine notevoli le contraddizioni dei filosofi che in precedenza si erano occupati del medesimo argomento, scrive alcuen parole davvero eterne:

La cagione che impedisce di osservare nel loro complesso i fenomeni comunemente accettati è la mancanza di esperienza; perciò tutti quelli che hanno maggiore dimestichezza con le cose della natura sono maggiormente capaci di postulare principi tali che possano abbracciare un vasto numero di fenomei, quelli invece che, fondandosi su un gran numero di procedimenti astratti, non partono dall’osservazione dei fatti concreti, trovano minore difficoltà a pronunciarsi, perchè hanno un bel limitato numero di cose davanti allo sguardo.
E da queste nostre considerazioni si può anche vedere quanta differenza intercorra tra quelli che eseguono l’indagine su basi fisiche e quelli che l’eseguono su basi atrattamente logiche; infatti, per quanto concerne le grandezze invisibili, questi ultimi affermano che essi esistono, altrimenti il triangolo-in-sè sarebbe molteplice, mentre Democrito, al contrario, pare che ne sia rimasto convinto mediante argomentazioni appropriate di carattere fisico.
Ma queste nostre affermazioni verranno chiarite nel proseguimento della ricerca. 
(Generazione e corruzione, I (A), 2, 316 a).

Chiarito questo punto, che cioè la definizione di dialettica resa da Aristotele non era all’altezza del metodo dialettico reale utilizzato dallo stesso Aristotele, passiamo ad esaminare alcune questione più precise.
Molti studiosi sostengono che Aristotele abbia coltivato diverse concezioni della dialettica anzichè una sola.
Nulla vieta di crederlo, specie se si fa riferimento al periodo “accademico” e se dunque si riconosce che il suo pensiero si sia evoluto nel tempo, dapprima seguendo Platone e poi differenziandosi.
C’è da considerare, infatti, che nell’uso della dialettica Platone fu davvero un maestro.
Tuttavia mi paiono più convincenti quegli studiosi che riconoscono una concezione unitaria nell’Aristotele dei Topici e degli altri trattati.
Questo per dire che il periodo post-accademico di Aristotele si presenta sostanzialmente coerente.
In particolare si tratta di rispondere al quesito: a che serve la dialettica?
Spesso, nella peggiore e più squallida delle ipotesi, solo ad avere la meglio nelle discussioni.
Aristotele la cita come risorsa nel caso di incontri occasionali e ne parla anche come ginnastica della mente.
Ma è evidente che la dialettica serve soprattutto nella ricerca del giusto capo da cui cominciare per sbrogliare una matassa.
Quindi a noi non serve tanto vincere in un dibattito ed ottenere ragione pur avendo qualche torto, qaunto scoprire la verità, cioè dove conduce quel filo che abbiamo individuato, sapere perchè è così ingarbugliato, anche a costo di perdere un occasionale dibattito.
Senza questo presupposto la dialettica sarebbe solo retorica per sofisti e demagoghi ed un’arma per affermare il proprio senso di importanza personale.
Dunque la dialettica serve a raccolgiere ipotesi, a confrontare soluzioni diverse di un identico problema, a valutare diverse convenienze e contrapposti punti di vista.
A considerare gli interessi ed i moventi di tutti quelli che esprimono il loro parere.
Aristotele dice che la dialettica serve a questo:

Questo trattato è poi utile altresì rispetto ai primi tra gli elementi riguardanti ciascuna scienza.
Partendo infatti dai principi propri della scienza in esame, è impossibile dire alcunchè intorno agli archai (punti di partenza) stessi, poichè essi sono i primi fra tutti gli elementi, ed è così necessario penetrarli attraverso gli elementi fondati sugli endoxa (opinioni autorevoli) che riguardano ciascun oggetto.
Questa per altro è l’attività propria della dialettica, o comunque quella che più le si addice: essendo infatti impiegata nell’indagine, essa indirizza verso i principi tutte le scienze. (Topici I 2, 101, a 36-b4).

Questa definizione parziale non ci ha mai soddisfatto pienamente per le ragioni su esposte e per altre che chiunque potrebbe trovare qui e là esaminando gli scritti di Aristotele.
Abbiamo cercato di evidenziare cosa mancava: il fattore esperienza individuale, e di conseguenza il fare ricorso ad altre esperienze individuali, agli endoxa, a opinioni particolarmente autorevoli.
Con ciò mi pare risulti più chiaro che cosa fu la dialettica per Aristotele e cosa potrebbe essere per noi.

La dialettica in Platone.
Tratteremo la dialettica di Platone in un apposito studio; l’argomento merita più di un approfondimento.
Qui basterà ricordare che la concezione della filosofia di Platone corrisponde alla dialettica; la filosofia è dialettica, altrimenti non è filosofia.
E proprio in quanto dialettica la filosofia finisce per essere più scienza della stessa matematica, la quale non è assoluta ma condizionata dalla verità delle ipotesi.
La dialettica, per contro, muove anch’essa da ipotesi ma non le considera come vere, è consapevole del loro carattere ipotetico.
Dunque il filosofo dialettico usa le ipotesi come fossero scalini per salire fino al principio anipotetico, cioè ad un principio di verità assoluta e non presupposta.
Menone, Fedone, Repubblica e Parmenide sono i dialoghi nei quali viene, via via, precisandosi la teoria dialettica in Platone.

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