Il pensiero politico di Aristotele

Il pensiero politico di Aristotele

Il pensiero politico di Aristotele


Il singolo individuo non basta a sé stesso. La sua natura lo porta ad unirsi sia con la donna sia con altri suoi simili. L’unione con la donna fa nascere la famiglia, che ha il fine di soddisfare i bisogni quotidiani. Ma nemmeno la famiglia basta a sé stessa ed è quindi naturale che più famiglie si associno per dar vita ad un villaggio, il cui fine è superiore alla famiglia perché da maggiore sicurezza e può provvedere alla difesa da attacchi esterni.
Epperò, poiché il fine dell’uomo non è solo quello di sopravvivere, ma di vivere bene, cercando di realizzare i propri desideri e la felicità, ecco che né la famiglia, né il villaggio posson bastare, ecco che il villaggio si ingrandisce, o si unisce ad altri villaggi, insomma: ecco la città, la polis, che non è solo un agglomerato di case e famiglie, ma qualcosa di più ampio e profondo.
Alla base di questa tendenza comune, secondo Aristotele, è la natura dell’uomo, che è socievole, e che è fatto per vivere nelle città. Per questo lo chiama anche animale politico. Fuori delle città possono vivere solo le bestie, e gli agricoli od i pastori (ed i nomadi) dei quali Aristotele non aveva una grande opinione. Oppure gli dei, perché autosufficienti.
La parola che lega ed insieme da un senso alla vita in città è lògos: ragione e discorso, ragione discorsiva e dialettica; diverso è il lògos dal muggito e dal grugnito di un animale, una ‘voce’ che può esprimere solo piacere e dolore. Il lògos consente di discutere su cosa è giusto ed ingiusto, bene o male. Solo attraverso il lògos si perviene all’amicizia tra gli uomini, quindi alla collaborazione, alla giustizia distributiva e correttiva, allo scambio economico.
In altre parole: la città, come società politica, si fonda sulla natura umana, la quale non è solo l’istinto del primitivo, anzi non lo è più, da quando l’uomo ha imparato a vivere nelle città. Nel suo pieno sviluppo, la natura umana è dunque città come civiltà, termine che tuttavia Aristotele non conosce ancora, ma che certo esprime meglio di ogni altro il concetto di polis maturato nel filosofo.

La famiglia
Prima di studiare il tema della città, Aristotele trova giusto esaminare a fondo il problema della famiglia, l’òikos, che significa casa, guardando in particolare a quello che è il problema di fondo di tutte le case e la famiglie, quello di procurarsi il necessario per vivere bene. Praticamente, questo ragionamento, oikonomia, o governo della casa, rappresenta il luogo di nascita della scienza economica, anche se il significato inteso da Aristotele è diverso da quello moderno, perché limitatato al procurarsi il necessario per vivere bene e non all’accumulo di ricchezze.
Il primo punto indagato è quello dei vari rapporti esistenti nella famiglia. Ve ne sono tre fondamentali: quello tra marito e moglie, quello tra genitori e figli, quello tra padrone e schiavi. E’ molto importante avere chiara la natura di questi rapporti perché essi, in qualche modo, servono da pietra di paragone per i rapporti sociali più ampi nella società politica.
Il rapporto tra uomo e donna è, per Aristotele, una relazione tra liberi ed uguali, dove però la donna manca di autorità ed è quindi giusto che sia l’uomo a comandare. Il rapporto tra genitori e figli è diverso perché i figli non solo mancano di autorità, ma anche della necessaria esperienza del mondo: è quindi un rapporto tra disuguali il quale giustifica il comando dei genitori in quanto viene fatto nell’interesse dei figli.
Infine vi è il rapporto tra padrone e schiavi, dove il padrone comanda ed il servo deve obbedire e dove è anche chiaro che il comando ha per oggetto il solo interesse del padrone e dei suoi familiari, non quello dello servo.

La schiavitù
Il problema della schiavitù costituisce un punto controverso nella filosofia politica di Aristotele perché, se da un lato è evidente che gli va il merito di aver affrontato la questione in termini problematici, è anche vero che egli finisce per giustificare la schiavitù in base a due criteri ampiamente discutibili. Il primo è che essa è necessaria in quanto serve a svolgere lavori di fatica indegni di un uomo libero ed il secondo è che lo schiavo è servo per natura. La sua soluzione è che la schiavitù è giusta quando, in sostanza, sono schiavi coloro che non sanno condursi da sé. Non considerando che questa incapacità è un effetto della condizione servile e non la sua causa, egli rovescia ideologicamente i termini del problema e finisce quindi col fornire una difesa del sistema vigente, sostanzialmente iniquo e disumano.
Tale considerazione poggia anche sulla persuasione, peraltro comune a molti greci ed a molti filosofi, che sia i barbari occidentali (dotati di forza fisica ma privi di intelligenza) che gli asiatici (in particolare i persiani, dotati di intelligenza ma privi di coraggio) siano inferiori ai greci, capaci di unire forza ed intelligenza e per questo più liberi e compiuti, per natura, quindi più adatti a condursi ed autodisciplinarsi.
Ciò detto, rimane il fatto, implicito, che la condizione dello schiavo familiare, quella esaminata espressamente da Aristotele, era certo largamente preferibile a quella degli schiavi impiegati nelle miniere e nei lavori pubblici, oppure da artigiani nelle piccole manifatture. Per quanto lo schiavo sia considerato al più come “strumento animato” (sono esattamente le parole impiegate da Aristotele), lo schiavo di famiglia è comunque molto più di un semplice attrezzo di lavoro, in sostanza è un parente povero ed utile che, una volta svolto il servizio, è comunque esentato dal preoccuparsi eccessivamente dei problemi di sopravvivenza. A tutto provvede il padrone.

L’economia o crematistica
Il padre-padrone, capofamiglia è la figura centrale della società politica descritta da Aristotele. Essendo la massima autorità della famiglia egli deve provvedere al suo mantenimento e conoscere a fondo l’arte degli acquisti, la crematistica (da chrèmata, che significa gli averi). Questa sapienza particolare è indispensabile per il buon vivere e regge l’indispensabile attività dello scambio dei beni che è uno dei motivi principali del costituirisi delle città. Ma a questo tipo di sana crematistica, si oppone la sua degenerazione che è l’accumulazione di beni e denaro, che Aristotele considera ingiusta e vergognosa, indegna di uomini liberi ed equilibrati. E’ questa crematistica la vera economia moderna, che tuttavia origina proprio dalle città, dallo sviluppo dei mercati e dalla nascita di un capitalismo mercantile antico.
Non tutti lo sanno, ma la prima distinzione tra valore d’uso e valore di scambio di un oggetto, categorie ampiamente usate da Marx, risalgono ad Aristotele, che ne svolse un acutissimo esame.

Le città e le loro costituzioni
La domanda fondamentale che si pone Aristotele circa la costituzione politica di una città è quale sia la migliore. In tal senso sappiamo che prima di formulare un giudizio impegnativo egli raccolse 158 diverse costituzioni analizzandole minuziosamente insieme ai suoi allievi. Purtroppo questo prezioso lavoro di ricerca storico-politica è andato perduto e rimane disponibile la sola costituzione degli ateniesi. Oltre che studiare le costituzioni realmente esistenti, Aristotele prende anche in esame gli scritti di Platone, in particolare Repubblica e Le leggi, contestandole in grande misura.

Secondo Aristotele, Platone sbagliò nel proporre l’abolizione della famiglia e della proprietà privata, perché si tratta di disposizioni naturali, e perché oltretutto la proprietà è indispensabile alla famiglia per mantenersi.
Anche Le leggi, che pure ammettono l’esistenza della famiglia, sono criticabili perché tendenti ad instaurare un’oligarchia, cioè il governo di pochi cittadini in una formulazione in cui prevale per la gran massa solo l’obbligo dell’obbedienza, mentre sembra escluso il diritto alla partecipazione.
Su queste basi, Aristotele riprende la classificazione delle varie costituzioni attingendola dal Politico, dialogo platonico molto importante, nel quale era stato introdotto il concetto di governo a seconda di chi lo esercita: se uno, se pochi, se molti.
La bontà di un qualsiasi governo non è data dal sistema, ma dal suo grado di degenerazione. Il regno (cioè il governo di un re) ha la sua degenerazione nella tirannide, l’aristocrazia (cioè il governo dei migliori per merito) decade nell’oligarchia (cioè il governo dei ricchi indipendentemente dal merito), e la politìa nella democrazia, che è spesso sinonimo di demagogia. Col termine politìa Aristotele intende la “costituzione” ideale per le città più sviluppate, dunque la più adatta a città come Atene, “società di liberi ed uguali”. La politìa è di fatto la città nella quale tutti i capifamiglia possono partecipare al governo della città mediante l’elezione ed il sorteggio delle cariche e delle magistrature e deliberare nelle assemblee, come appunto accadeva ad Atene..
Secondo Aristotele, che tuttavia non esprime preferenze in modo esplicito per un sistema o per l’altro, ma insiste su quale sia il più adatto ad ogni città e popolazione, la politìa è un buon sistema in quanto realizza una mediazione tra due difetti opposti, l’oligarchia e la democrazia, la quale è una sorta di dittatura dei poveri, che sono generalmente una moltitudine portata agli eccessi ed alla litigiosità. In sostanza, secondo Aristotele, la politìa, esprime gli interessi della classe media e questa è una garanzia di moderazione e tendenzialmente di buon governo, e di giustizia distributiva. A questo proposito c’è da notare che per giustizia distributiva Aristotele non intende la distribuzione delle ricchezze, ma la distribuzione delle cariche e degli oneri fiscali. C’è giustizia distributiva quando tutti gli uomini liberi possono accedere alle cariche pubbliche e pagare le tasse in egual misura nell’interesse della città e non per arricchire ulteriormente gli oligarchi.
L’altra forma di giustizia considerata da Aristotele è la giustizia correttiva, la quale ha il compito di punire i reati e risarcire i danneggiati da azioni prepotenti o delittuose.

La stabilità delle costituzioni
Secondo Aristotele, la politìa rappresenta in assoluto la costituzione più stabile, perché è la meno esposta ai cambiamenti rivoluzionari, molto più possibili in regimi oligarchici e democratici in senso deteriore. Le rivoluzioni si rendono inevitabili quando il popolo è oppresso da gravi ingiustizie ed i “buoni” capifamiglia sono esclusi dalle cariche e dagli onori della città. Una grave offesa all’onore ed alla dignità dell’individuo può provocare reazioni ancora più violente di quelle originate dalla penuria e dall’indigenza. Purtroppo, non sempre le rivoluzioni portano ad un ordine migliore del precedente. Per dimostrare i rischi delle rivoluzioni, Aristotele non esita a ricorrere a diversi esempi storici di oligarchie trasformate in “democrazie” che oggi definiremmo repubbliche delle banane.

Tuttavia, in un celebre passo, lo stesso Aristotele critica aspramente quelle forme di conservatorismo che fondano i loro argomenti sul buon vecchio tempo antico e sulla presunta superiorità delle costituzioni originarie. Anche queste avevano dei vizi, che poi si sono perpetuati ed amplificati, come nella costituzione spartana, che si incaricava solo di opprimere l’uomo e lasciava l’altra metà del mondo, cioè l’universo femminile, senza regola e senza legge, favorendo così la licenziosità e la lussuria più sfrenata, che fu uno dei motivi della degenerazione della famiglia e quindi dello stato spartano.
In realtà, per Aristotele, c’è solo un modo per garantire la stabilità: quello del “buon governo” cioè un modo di comandare che sia finalizzato alla felicità dei cittadini anziché all’interesse di chi governa. In sostanza questo è il fine del governo e tale dovrebbe essere sempre. Secondo Aristotele, la città più felice (dove il termine non va frainteso in senso moderno) è quella armoniosa e pacifica che realizza l’ideale del tempo libero a disposizione dei capifamglia, i quali potranno così dedicarsi alle attività teoretiche che sono le sole che realizzano l’uomo nella sua integrità.

Ciò non significa che il darsi alla politica sia disdicevole, tutt’altro, essa è l’attività più nobile dopo quella teoretica, ma deve essere svolta in modo disinteressato, rivolta al bene di tutti, e non solo al bene egoistico. In alcuni passi si ha però la sensazione che Aristotele consideri l’attività politica, cioè il partecipare alle assemblee ed a svolgere le cariche e le magistrature più come un dovere (e quindi un obbligo per diversi aspetti fastidioso) che un diritto ed un piacere. Per questo egli applaude alla turnificazioneateniese, dove il servizio politico, non diversamente dal servizio militare, è svolto solo per periodi limitati.
Si tratta, come si vede facilmente, di una concezione che muove dalle persuasioni etiche di Aristotele, più che da considerazioni oggettive sulle tensioni e sui conflitti della società reale e sulla psicologia degli individui concreti.
In generale, dunque, Aristotele vide nell’attività politica più un mezzo che un fine in sé. Il mezzo per realizzare una società pacifica, non aggressiva, anche se in grado militarmente di difendersi da aggressioni.

L’ideale panellenico
La ricerca storica non è finora stata in grado di determinare con esattezza quanto fossero in qualche modo giustificate le accuse rivolte ad Aristotele in quanto simpatizzante dei macedoni e sostenitore dell’unità della Grecia sotto l’egemonia di Alessandro. E’ evidente dalla lettura dei testi di Politica, che egli nutriva per iscritto convinzioni del tutto diverse. Quando parla di barbari, parla anche di macedoni, quando proclama la superiorità del modo di vita ed organizzazione del mondo greco su quello occidentale ed asiatico, ha in mente soprattutto il tema della libertà che in questi mondi è piuttosto relativa in quanto non esistono cittadini con diritti, ma solo sudditi obbligati ad obbedire, pena la morte. Da queste convinzioni profonde, sembra piuttosto problematico estrarre un logico sostegno alla politica filomacedone, se non come assunzione del minore dei mali in una situazione precaria ed instabile.

Il vero ideale di Aristotele era una Grecia federale, capace di mettere fine alle discordie intestine per procedere ad un dominio del mondo non di tipo militare ed aggressivo, ma di tipo culturale e civile. Il modello era fornito dalla società politica ateniese, quella che Aristotele stimava maggiormente e nella quale vedeva una concreta speranza.

L’educazione pubblica
Secondo Aristotele, l’educazione (paideia) è fondamentale nell’addestramento del cittadino alle virtù etiche e dianoetiche. Pertanto è bene che il legislatore abbia a cuore questa problema perché solo un uomo virtuoso potrà essere un buon governante nel tempo che verrà, od anche solo un buon governato, cioè un buon cittadino..
«Passando quindi a determinare come deve essere tale educazione, Aristotele osserva che essa deve preparare sia a comandare che ad essere comandati, dato che , nella costituzione da lui considerata migliore e più conforme alla natura della città come società di liberi ed uguali, tutti i cittadini devono avvicendarsi, a turno, nel comando. L’educazione al comando è, ovviamente, l’educazione all’attività politica, mentre l’educazione ad essere comandati non deve essere intesa come semplice educazione a non fare niente, bensì come educazione a svolgere le attività riservate al tempo libero, cioè fondamentalmente le attività teoretiche, nelle quali consiste la felicità.» (Enrico Berti, Profilo di Aristotele – Edizioni Studium, 1979)
Vi è dunque un compito specifico del legislatore delle città che sta nel prevedere un tipo di educazione “mista”, in parte privata (da padre a figlio) in parte pubblica (da mediatori dello stato, cioè insegnanti, ad allievi) volto a promuovere tale scelta educativa.
«Ciò significa che l’educazione deve essere integrale, cioè formare non solo alle attività strumentali, pratiche o tecniche, ma anche e soprattutto alle attività fini a se stesse, cui l’uomo si deica nel tempo libero, perché in queste egli realizza pienamente la propria umanità…» (idem)
Dopo aver ribadito che “essendo unico per tutti il fine della città”, l’educazione deve essere curata dallo stato, Aristotele giunge ancha ad elencare le materie che devono essere insegnate.
«Queste sono sono la grammatica (cioè la capacità di leggere e scrivere), la ginnastica, la musica ed il disegno. La prima e l’ultima sono utili alla vita, la seconda sviluppa il coraggio, mentre la musica ha un fine tutto particolare, quello di offrire uno svago nobile al riposo. A proposito di quest’ultima anzi Aristotele precisa che essa serve sia come educazione al carattere, sia come divertimento, sia infine come svago intellettuale, e pertanto illustra gli esercizi che si devono compiere per apprenderla e i tipi di armonie e di ritmi che si devono coltivare.» (idem)

Con queste note sul ruolo e sul senso della musica si conclude davvero significativamente la riflessione politica di Aristotele. E’ evidente che secondo lo stagirita il senso della politica stessa risiede, infine, nella ricerca della vita felice e beata per i cittadini, o almeno, una particolare categoria di questi, cioè quelli che disponendo di tempo libero, e di denaro in grado di comprare determinati servizi, potrebbero procurarsi tutto ciò che serve alla stessa: libri, musici (oggi diremmo CD e DVD), opportunità di sapere e strumenti d’informazione.
Al di là delle evidenti e clamorose parzialità insite in questa visione, ancor oggi non possiamo sottrarci al suo fascino ed alla sua funzione equlibratrice.