ISOCRATE AREOPAGITICO

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ISOCRATE AREOPAGITICO

Molti di voi credo siano meravigliati del fatto che mi sia presentato con l’intenzione di parlare della salvezza, come se la città fosse in pericolo o la sua situazione vacillasse, invece possiede non più di duecento triremi, amministra in pace la parte continentale e controlla i mari e inoltre ha molti alleati  pronti, nel caso, a recarci soccorso e molti di più che versano le contribuzioni e obbediscono agli ordini. Data questa situazione si potrebbe affermare che sia giusto essere baldanzosi quando si è lontano dai pericoli, mentre ai nostri nemici tocca avere paura e deliberare sulla propria salvezza. Sono dunque consapevole che voi, accogliendo questo ragionamento, non tenete in alcun conto la mia iniziativa e coltivate la speranza di impadronirvi di tutta la Grecia grazie a questa potenza, ma io proprio per questo mi trovo ad aver paura, perché vedo che le città che pensano di trovarsi nelle migliori condizioni assumono le peggiori deliberazioni e quelle che sono estremamente baldanzose si ritrovano nei più grandi pericoli. La causa è il fatto che tra gli uomini nessun bene e nessun male si forma da solo, ma alla ricchezza e alla potenza si impone e si accompagna la stoltezza e, insieme a questa, la sfrenatezza, mentre alla povertà e alla miseria si aggiunge la saggezza e un gran senso della misura. Perciò è difficile capire quale di questi aspetti si debba decidere di lasciare ai propri figli: è infatti possibile vedere che spesso le situazioni si dispongono al meglio a partire da una condizione che sembra di debolezza, mentre sono solite volgere al peggio a partire da una condizione che appare piuttosto buona. Di questa realtà posso presentare moltissimi esempi tratti dalle situazioni private (perché queste subiscono trasformazioni molto frequenti), ma certamente esempi più grandi e più chiari per chi ascolta sono quelli tratti dalla storia nostra e dei Lacedemoni. Per quanto riguarda noi, quando la città venne distrutta dai barbari, grazie al fatto di avere paura e di  rivolgere l’attenzione alla buona amministrazione, raggiungemmo il primato tra i Greci, mentre, quando pensammo di possedere una potenza invincibile, poco mancò che cadessimo in schiavitù. I Lacedemoni, prendendo anticamente le mosse da città deboli e misere, grazie a una condotta di vita accorta e alla disciplina militare riuscirono a conquistare il Peloponneso, ma in seguito, esaltatisi oltre il dovuto, dopo aver ottenuto il potere sulla terra e sul mare, incapparono nei nostri stessi pericoli. Chiunque sia dunque consapevole che cambiamenti tanto grandi sono avvenuti e tali potenze si sono dissolte così rapidamente e tuttavia ha fiducia nel presente, è insensato oltre ogni limite, soprattutto perché la nostra città ora è molto più debole di quel tempo e si sono rinnovati l’odio dei Greci e l’inimicizia del re, che allora ci sconfissero.

Non so che cosa pensare, se a voi non importi nulla dello Stato, oppure vi interessi, ma siete arrivati a tal punto di stupidità, da non accorgervi del livello di confusione in cui è precipitata la città. Vi comportate in maniera simile a quegli uomini, che, dopo aver perso tutte le città della Tracia, aver inutilmente speso per gli stranieri più di mille talenti, esser caduti in sospetto presso i Greci e divenuti nemici dei barbari, esser stati inoltre costretti a salvare gli amici dei Tebani e aver perso i nostri alleati, noi per tali azioni già due volte abbiamo celebrato con sacrifici, come fosse una buona notizia, mentre con una certa trascuratezza ci riuniamo in assemblea proprio per quelli che compiono interamente il proprio dovere. E non senza motivo ci troviamo implicati in questa situazione, perché niente può essere svolto correttamente se non si prendono le giuste deliberazioni sul complesso dell’amministrazione, ma anche se si riesce a sistemare una parte della situazione per fortuna o grazie al valore del singolo, basta poco per incappare nuovamente nelle stesse difficoltà. E tale verità la si può constatare in base a quello che è capitato a noi: quando tutta la Grecia cadde sotto il controllo di Atene, dopo la battaglia navale di Conone e la strategia di Timoteo, non fummo in grado di conservare la situazione favorevole neanche per un momento, ma subito mandammo tutto all’aria e dissipammo la fortuna. Noi non abbiamo né cerchiamo con il giusto zelo uno Stato che sia bene amministrato. Eppure sappiamo tutti che la condizione favorevole la predispongono e la conservano non coloro che si circondano di mura bellissime e grandissime o coloro che si riuniscono nello stesso luogo insieme a un elevatissimo numero di persone, ma chi amministra la propria città nella maniera migliore e più accorta. L’anima di una città non è nient’altro che la costituzione, che possiede tanta forza quanta ne ha nel corpo l’intelligenza. È la costituzione che assume le deliberazioni riguardo a qualsiasi argomento, custodisce i beni e allontana le disgrazie: ad essa è giusto che si conformino sia le leggi, sia gli oratori, sia i privati cittadini e agiscano in accordo con la costituzione che si trovano ad avere. Noi non ci preoccupiamo di esserne privati e non pensiamo a correggerla, ma, sedendo nelle botteghe, accusiamo le istituzioni e diciamo che mai abbiamo avuto un cattivo governo sotto il potere del popolo, mentre proviamo compiacimento della nostra situazione e dei nostri pensieri più che della costituzione lasciataci dagli antenati. Sulla costituzione intendo ragionare e per questo mi sono iscritto a parlare. Sono infatti sicuro che solo la costituzione sia in grado di allontanare i pericoli incombenti e liberarci dai mali presenti, a patto che vogliamo riprendere quel potere popolare che istituì Solone, la persona più vicina al popolo, e ristabilì dal principio Clistene, dopo aver cacciato i tiranni e riportato nuovamente in città il popolo: non potremmo trovare una costituzione né più democratica, né più utile alla città. Eccone la prova più grande: chi ha utilizzato quella costituzione, dopo aver compiuto molte nobili imprese e acquisito fama presso tutti gli uomini, ha ricevuto spontaneamente dai Greci il comando, mentre quelli che desiderano la costituzione che c’è ora, dopo essersi attirati l’odio di tutti e aver subito molte dure sconfitte, per poco non sono precipitati nella disgrazia estrema. E dunque bisogna lodare o tollerare questa costituzione che in passato è stata causa di tanti mali e ora, anno dopo anno, volge al peggio? O non dobbiamo temere che, con un tale aumento di mali, finiremo per incorrere in difficoltà più aspre di quelle passate?

Ma affinché voi non ascoltiate solo un discorso generale, ma possiate compiere delle scelte e formulare dei giudizi conoscendo i particolari, è vostro compito prestare piena attenzione a quello che vi dico; io cercherò di spiegarvi, il più sinteticamente possibile, gli aspetti di entrambe le costituzioni.

Coloro che amministrarono la città in quel tempo istituirono una costituzione che non veniva chiamata con un nome molto umano e mite, ma che nei fatti appariva diversa a chi la sperimentava: essa non educò i cittadini in modo tale che scambiassero il potere popolare per sfrenatezza, la libertà per assenza di leggi, l’uguaglianza per licenza, la felicità per possibilità di agire in questa maniera, ma, odiando e punendo simili persone, rese tutti i cittadini migliori e più saggi.

Questa scelta fece sì soprattutto che amministrassero bene la città: vi erano due forme considerate dispensatrici di uguaglianza, l’una che attribuiva lo stesso a tutti, l’altra che considerava i singoli; non trascurarono quella più utile, ma scartarono come ingiusta quella che non faceva distinzioni tra le persone di qualità e le persone prive di qualità e scelsero quella che assegnava ricompense e punizioni in base al merito e con questo sistema amministrarono la città, senza sorteggiare le cariche tra tutti i cittadini, ma scegliendo per ciascuna funzione i migliori e i più capaci. Speravano che in questo modo anche gli altri si sarebbero conformati all’esempio di chi guida lo Stato. Ritennero poi che questo sistema fosse più vicino al popolo di quello fondato sulla sorte, perché nel sorteggio arbitro sarebbe stata la sorte e spesso avrebbero potuto ottenere le magistrature le persone favorevoli all’oligarchia, mentre nel sistema di scelta dei più adatti il popolo sarebbe stato padrone di scegliere coloro che hanno particolarmente a cuore la costituzione esistente. E se questa costituzione piaceva alla maggioranza e le cariche non erano soggette a disputa lo si deve al fatto che avevano imparato a lavorare e risparmiare, a non trascurare le questioni riguardanti la propria casa e a discutere sulle questioni altrui, a non amministrare i propri beni con le risorse pubbliche, ma a fornire alla comunità quello che ciascuno possedeva, se ve ne fosse il bisogno, e a non conoscere con maggior precisione le entrate derivanti dalle magistrature rispetto a quelle derivanti dalle proprie attività. Si tenevano così a grande distanza dagli affari cittadini che era più difficile trovare in quei tempi qualcuno che volesse assumere delle cariche che oggi qualcuno che ne sia privo. Ritenevano che la cura dello Stato non fosse una forma di commercio, ma un servizio, e, quando assumevano una carica, non cercavano di scoprire fin dal primo giorno se i magistrati precedenti avessero lasciato qualche entrata, ma se avessero trascurato un affare da concludere con urgenza. Per dirla in breve, essi avevano deciso che il popolo dovesse creare le magistrature come un tiranno, punire chi commettesse reati e giudicare delle controversie, mentre chi conduceva la vita nell’ozio e possedeva risorse adeguate dovesse occuparsi dello Stato come se si occupasse dei suoi schiavi: se si comportavano secondo giustizia, venivano lodati e dovevano contentarsi di questo onore, mentre se governavano ingiustamente, non potevano ottenere alcuna forma di perdono, ma erano sottoposti a severissime pene. Si potrebbe davvero trovare una forma di governo popolare più salda e più giusta di questa, che aveva preposto agli affari pubblici i più capaci e aveva reso il popolo padrone di costoro?

Questo era dunque il sistema della loro costituzione. Da questi elementi è possibile dedurre che negli affari quotidiani di ogni singolo giorno agissero sempre giustamente e secondo la legge, dato che chi ha fornito di solide basi l’intera impalcatura dello Stato, necessariamente ha solide anche le singole parti.

Innanzi tutto, riguardo agli dei (perché è giusto iniziare da qui) non se ne occupavano e non celebravano riti in maniera disuguale o disordinata. Né conducevano in sacrificio trecento buoi, quando sembrava opportuno, né trascuravano i sacrifici tradizionali, quando capitava. Non celebravano in maniera splendida le feste straniere, a cui si aggiungono anche i banchetti, ma compivano sacrifici in base alle risorse raccolte nei santuari più sacri. E solo a questo badavano, a non eliminare alcuna delle tradizioni patrie e a non aggiungere niente alle consuetudin, perché ritenevano che la devozione verso gli dei non stesse nel lusso, ma nel non rimuovere nulla di quanto trasmesso loro dagli antenati. E i doni provenienti dagli dei non li utilizzavano in maniera volubile o confusa, ma al momento opportuno, destinandoli al lavoro della terra e alla raccolta dei frutti.

In maniera simile a quanto abbiamo detto si comportavano tra di loro, dato che non solo andavano d’accordo riguardo agli interessi comuni, ma nei rapporti reciproci regolavano le loro relazioni così come devono fare le persone intelligenti e che hanno a cuore la patria. I cittadini poveri erano talmente lontani dal provare invidia per i ricchi, che si preoccupavano ugualmente delle grandi case come delle proprie, ritenendo che la felicità di quelli andasse a loro vantaggio. E quelli che possedevano le ricchezze non disprezzavano affatto i più bisognosi, ma, considerando come propria vergogna le ristrettezze dei cittadini, andavano incontro alle loro necessità, concedendo ad alcuni campi ad affitto modesto, inviando altri a commerciare, offrendo aiuti ad altri per i diversi lavori. Non temevano di subire uno dei due mali, perdere tutto o, gestendo molti affari, recuperare una parte delle risorse investite: avevano uguale fiducia riguardo alle somme concesse all’esterno come per quelle depositate all’interno. Vedevano che chi giudicava le cause sui contratti non usavano clemenza, ma obbedivano alle leggi e, negli altri processi non creavano la possibilità di commettere reati, ma si adiravano con chi sottraeva dei beni più che con le vittime, ritenendo che chi violasse fraudolentemente i contratti danneggiasse i poveri più che i ricchi: infatti gli uni, se smettessero di esporsi, perderebbero entrate modeste, mentre gli altri, se rimanessero senza mezzi di sussistenza, incapperebbero nella disgrazia estrema. E grazie a questa concezione nessuno nascondeva le proprie ricchezze o esitava a metterle in gioco, ma consideravano con più piacere chi chiedeva prestiti che li li restituiva. Avevano entrambi i pregi che vogliono possedere gli uomini assennati: al tempo stesso prestavano aiuto ai cittadini e rendevano produttive le loro risorse. Ma questo era il cardine del vivere bene insieme: le proprietà di chi viveva secondo giustizia erano sicure e potevano essere utilizzate in comune da parte dei cittadini bisognosi.

Qualcuno forse potrebbe tenere in poco conto ciò che è stato detto, dato che lodo le azioni intraprese in quei tempi senza elencare i motivi per i quali si relazionavano tra di loro e amministravano la città così bene. Io credo di aver già detto qualcosa a questo riguardo, tuttavia cercherò di aggiungere qualcosa e di esporre più chiaramente questo aspetto.

Loro non avevano molte persone che sovrintendessero all’educazione: quando raggiungevano l’età adulta, potevano fare quello che volevano, ma nei momenti importanti erano sottoposti a un controllo maggiore dei ragazzi. I nostri antenati, infatti, avevano talmente a cuore la moderazione che assegnarono il controllo sull’ordine al consiglio dell’Areopago, a cui potevano accedere solo le persone di nascita nobile e che avevano dato prova nella vita di grande qualità e moderazione: perciò a ragione si distingueva tra i consigli greci. Si possono presentare delle prove sulle istituzioni di allora e su quelle presenti: ancora oggi, benché tutti disprezzino il principio della scelta e della valutazione, possiamo vedere che le persone che si rivelano intollerabili nelle altre questioni, quando salgono sull’Areopago, esitano a manifestare la propria natura e danno retta alle consuetudini del luogo più che alla loro malvagità. Una così grande paura infusero nei disonesti e un così grande monumento della loro qualità e moderazione lasciarono in quel luogo.

A tale consiglio, come ho detto, assegnarono il potere supremo di controllare l’ordine ed esso ritenne che fossero in errore coloro che ritengono che gli uomini migliori si trovino lì dove siano istituite leggi accuratissime: niente può infatti impedire che tutti i Greci siano uguali, dato che è piutosto facile scambiarsi le leggi scritte. Ma non è da questo che consegue l’accrescimento della qualità, ma dalle abitudini quotidiane. La maggior parte delle persone, infatti, diventano uguali per gli usi a cui ciascuno viene educato. E il gran numero e l’accuratezza delle leggi è segno che questa città viene male amministrata, dato che si è costretti a promulgare molte leggi per porre ostacoli ai reati. Coloro che vogliono avere un buon governo non devono riempire i portici di iscrizioni, ma coltivare nell’anima il senso di giustizia, perché non con i decreti, ma con gli usi si amministra bene la città. Chi ha ricevuto una cattiva educazione avrà comunque l’ardire di violare anche le leggi accurate, ma chi è stato ben educato vorrà rispettare anche leggi scritte con semplicità. Quando pensavano questo, non badavano a cercare innanzi tutto gli strumenti per punire i violatori dell’ordine, ma i mezzi con cui evitare che si macchiassero di qualcosa meritevole di pena: ritenevano, infatti, che questo fosse il loro compito e che toccasse invece ai nemici preoccuparsi delle punizioni.

Si prendevano cura di tutti i cittadini, ma soprattutto dei giovani. Vedevano, infatti, che le persone di quell’età vivono in maniera estremamente disordinata e sono preda di moltissimi desideri d è quindi necessario domare i loro animi con l’interesse per occupazioni belle, che mescolino fatiche e piaceri: permane, infatti, in queste sole occupazioni chi riceve un’educazione da uomo libero e si abitua alla grandezza d’animo. Non era possibile assegnare a tutti la stessa attività, dato che avevano stili di vita differenti: prescrivevano dunque a ciascuno un compito che si adattasse alla relativa ricchezza. Indirizzavano i più bisognosi all’agricoltura e al commercio, consapevoli del fatto che la povertà nasce dalla pigrizia e la delinquenza dalla povertà. Eliminando la fonte dei mali pensavano che avrebbero allontanato anche gli altri reati che ad essa si accompagnano. Spinsero chi possedeva redditi sufficienti a occuparsi dell’arte equestre, dei ginnasi, della caccia e della filosofia, vedendo che grazie a queste occupazioni alcuni si distinguevano, altri si tenevano lontani dalla maggior parte dei mali. E dopo aver istituito queste leggi, non sprecarono il tempo restante, ma, divisa la città in quartieri e il territorio in demi, osservavano la vita di ciascuno e conducevano davanti al consiglio chi trasgredisse l’ordine. E il consiglio alcuni li ammoniva, altri li minacciava, altri ancora li puniva come meritavano. Sapevano, infatti, che esistono due sistemi per incitare all’ingiustizia e far cessare la delinquenza: laddove non è istituita alcuna sorveglianza su simili persone e le sentenze non sono scrupolose, sono destinate a corrompersi anche le nature oneste, ma dove i malfattori non riescono a sfuggire con una certa facilità e, se scoperti, a ottenere il perdono, allora le cattive inclinazioni tendono a scomparire. Sapendo questo, riuscivano a controllare i cittadini usando entrambi i sistemi, sia con le punizioni, sia con l’attenzione e chi aveva commesso un reato era tanto lontano dal farla franca che individuavano già da prima quelli che stavano per delinquere. Perciò i giovani non passavano il tempo nelle case da gioco o tra le flautiste e neanche in quelle riunioni nelle quali ora trascorrono le giornate, ma permanevano nelle occupazioni alle quali erano stati destinati, provando ammirazione per quelli che primeggiavano in queste attività. Si tenevano talmente distanti dalla piazza che, se qualche volta erano costretti ad attraversarla, sembravano farlo con molta vergogna e modestia. Contraddire e insultare gli anziani lo consideravano più terribile di quanto sia considerato ora far violenza ai genitori. Nessuno, neanche un bravo schiavo, avrebbe osato mangiare o bere in una bettola, perché ci tenevano a ostentare serietà, non a fare i buffoni. E le persone scurrili e capaci di prendere in giro gli altri, che ora vengono considerate simpatiche, loro le ritenevano sciagurate.

Nessuno pensi che io sia maldisposto verso chi ha quest’età. Non penso che siano responsabili loro della situazione e so che alla maggior parte di loro non piace affatto questo stato di cose che consente loro di vivere in modo così sfrenato: perciò non sarebbe opportuno prendersela con loro, invece è molto più giusto accusare coloro che hanno amministrato la città poco prima di noi. Sono loro che hanno incitato all’incuria e hanno abbattuto il potere del consiglio, mentre, quando il consiglio aveva il diritto di vigilare, la città non era piena di processi, accuse, tributi, povertà e guerre, ma le relazioni interne erano tranquille e vivevano in pace con gli altri. Si mostravano degni di fiducia ai Greci e terribili ai barbari, perché i primi li avevano salvati, mentre degli altri si erano presi una tale vendetta, che erano contenti se non subivano altri mali. Perciò vivevano in tanta sicurezza, grazie a questi fatti, che le case e le strutture nei campi erano più belle e molto più sontuose di quelle dentro le mura e molti cittadini non venivano in città neanche per le feste, ma preferivano rimanere tra i propri beni, piuttosto che godere di quelli comuni. E se venivano per gli spettacoli, non vi partecipavano con dissolutezza o superbia, ma con intelligenza. Ritenevano, infatti, che la felicità non derivasse dalle processioni, dalle gare per le coregie o da simili ostentazioni, ma dal vivere con accortezza l’esistenza quotidiana e dal fatto che nessun cittadino fosse privo del necessario. In base a questi elementi bisogna ritenere che vivessero veramente bene e amministrassero la città in maniera non sconveniente. Ora, invece, quale persona assennata non proverebbe dolore nelle circostanze presenti, vedendo che molti cittadini si affidano alla sorte davanti ai tribunali per riuscire a ottenere il necessario per vivere, mentre i Greci che sono disposti a far andare le navi pretendono di essere mantenuti, vanno in giro con mantelli d’oro e passano l’inverno dove non voglio dire, e si verificano altri fatti simili e contrari al buon governo, che arrecano grande vergogna alla città? Niente di tutto questo accadeva sotto la vigilanza del consiglio: esso aveva tenuto lontani i poveri dalle difficoltà con il lavoro e l’aiuto da parte dei ricchi, i giovani dalla sfrenatezza con le occupazioni e l’attenzione nei loro confronti, i governanti dall’avidità con le punizioni e la certezza di non farla franca se colpevoli, gli anziani dallo scoraggiamento con l’assegnazione di cariche pubbliche e il rispetto da parte dei giovani. Potrebbe davvero esistere una costituzione più valida di questa, che si era presa cura così bene di tutto?

Abbiamo dunque analizzato la maggior parte degli aspetti delle istituzioni del passato. Per quanto riguarda tutto quello che abbiamo tralasciato, da ciò che si è detto è piuttosto facile dedurre che anche in quello utilizzavano lo stesso sistema. Alcuni, ascoltando le mie analisi, mi hanno già rivolto le lodi più alte e hanno considerato felici gli antenati, perché amministravano in questo modo la città, tuttavia non credevano che vi sareste convinti ad adottare tale sistema, ma, per l’abitudine alle circostanze presenti, avreste preferito soffrire piuttosto che trascorrere una vita migliore con una costituzione più accurata. Hanno anche aggiunto che io, fornendo i consigli migliori, correvo il rischio di attirarmi l’odio del popolo e avrei dato l’impressione di voler consegnare la città all’oligarchia. Ora, se io avessi ragionato su istituzioni sconosciute e non comuni e, a questo riguardo, vi avessi esortato a scegliere dei consiglieri e dei commissari, grazie ai quali innanzi tutto venisse abbattuto il potere del popolo, questa accusa contro di me sarebbe giusta. Ma io non ho detto nulla di simile, ho invece parlato di una forma di governo non occulta, ma chiara a tutti, che tutti conoscete come appartenente alla nostra tradizione e apportatrice di moltissimi vantaggi alla città e agli altri Greci e, oltre a questo, sapete che è stata istituita e regolata da uomini di tale qualità, che nessuno potrebbe negare che siano stati i cittadini più favorevoli al popolo. Perciò mi capiterebbe l’ingiustizia più grande di tutte se io, consigliando una simile costituzione, dessi l’impressione di voler destabilizzare le istituzioni. Inoltre anche da questo è piuttosto facile comprendere le mie intenzioni: considerando la maggior parte dei miei ragionamenti, sarà apparso chiaro che io disprezzo l’oligarchia e l’avidità, mentre approvo le forme di governo basate sull’equità e sull’uguaglianza, ma non tutti, solo quelli ben regolamentati e non per caso, ma secondo razionali principi di giustizia. So che i nostri antenati con questa costituzione si sono molto distinti dagli altri e che i Lacedemoni hanno un bellissimo governo proprio perché è il popolo che ha il pieno potere: nella scelta delle magistrature, nella vita quotidiana e nelle altre attività sappiamo, infatti, che presso di loro più che presso gli altri avevano vigore i principi di equità e di uguaglianza ed è a questi principi che le oligarchie fanno guerra, mentre permangono dove il potere del popolo è ben regolamentato. Se volessimo indagare, troveremo che la democrazia più che l’oligarchia risulta utile alle città più famose e più grandi, poiché, se paragonassimo questa nostra costituzione, che tutti critichiamo, non con quella di cui ho parlato, ma con quella istituita dai trenta, non vi sarebbe nessuno che non la considererebbe un dono degli dei.

Anche se qualcuno dirà che vado fuori argomento, intendo ora mostrare ed esporre quanto la costituzione di ora sia diversa da quella del passato, affinché nessuno creda che io indaghi con eccessivo scrupolo gli errori del popolo, tralasciando, invece, se ci sono, gli aspetti belli e nobili. Il discorso non sarà né lungo, né inutile per gli ascoltatori.

Quando perdemmo le navi all’Ellesponto e la città precipitò in quella sciagura, chi tra gli anziani non sa che le persone riconosciute come favorevoli al popolo erano disposte ad affrontare qualsiasi sofferenza, per non sottostare alle imposizioni, e ritenevano vergognoso che si vedesse che la città un tempo alla guida dei Greci fosse sottoposta ad altri, mentre i sostenitori dell’oligarchia erano pronti ad abbattere le mura e a sopportare la schiavitù? E chi non sa che quando il popolo era padrone dello Stato, noi imponevamo guarnigioni alle acropoli degli atri, mentre quando i trenta si impadronirono della costituzione, i nemici occupavano la nostra città? E chi non sa che in quei tempi i Lacedemoni erano i nostri padroni, mentre quando gli esuli tornarono e osarono combattere per la libertà e Conone vinse in mare, giunsero da parte loro gli ambasciatori a conferire alla città il controllo sul mare? E inoltre chi tra i miei coetanei non ricorda che sotto il potere del popolo abbellirono la città con edifici sacri e civili a tal punto che ancora adesso chi vi arriva ritiene che sia degna di comandare non solo sui Greci, ma anche su tutti gli altri, mentre i trenta li trascurarono e li saccheggiarono e vendettero per tre talenti, perché fosse distrutto, quell’apparato navale per il quale la città aveva speso non meno di mille talenti? Ma non si potrebbe giustamente lodare neanche la loro clemenza più di quella del popolo, dato che gli uni, dopo essersi impadroniti della città per decreto, uccisero senza processo mille e cinquecento cittadini e più di cinquemila costrinsero a fuggire al Pireo; mentre gli altri, dopo aver prevalso ed esser ritornati in armi, eliminati i principali responsabili dei mali, regolarono le relazioni con gli altri in modo talmente corretto e legale che chi li aveva cacciati non ottenne meno di chi era tornato. E questa è la prova più bella e più grande tra tutte dell’equità del popolo: quelli che erano rimasti in città avevano preso in prestito dai Lacedemoni cento talenti per l’assedio di quelli che avevano occupato il Pireo; allora, convocata l’assemblea sulla restituzione della somma, benché molti sostenessero che fosse giusto che i Lacedemoni fossero pagati non da chi aveva subito l’assedio, ma da chi aveva ottenuto il prestito, il popolo decise che della restituzione si facesse carico la comunità. E con questa decisione riacquistammo un tale livello di uguaglianza e facemmo progredire la città a tal punto che i Lacedemoni, che sotto l’oligarchia poco mancava che ci dessero ordini ogni singolo giorno, in democrazia venivano a supplicare e a pregare che non tollerassimo che fossero annientati. Questa è la caratteristica distintiva di entrambe le mentalità: gli uni ritenevano giusto comandare ai cittadini ed essere schiavi dei nemici, mentre gli altri ritenevano giusto comandare agli altri, e condividere gli stessi diritti con gli altri cittadini.

Ho esposto questi fatti per due motivi: innanzi tutto per dimostrare che io non sostengo né le oligarchie, né l’avidità, ma una costituzione giusta e ordinata, poi per far capire che le democrazie, se sono mal regolate, generano disgrazie inferiori, mentre se beneficiano di un buon governo, si distinguono per il fatto di essere più giuste, più imparziali e più piacevoli per i cittadini.

Ci si potrebbe forse chiedere perché io cerchi di persuadervi a cambiare una costituzione che ha conseguito molti bei meriti e per quale motivo ora abbia ricoperto di tante lodi la democrazia e poi, appena ne ho l’occasione, cambio parere e critico e accuso le istituzioni esistenti. Io biasimo e penso che siano più sciocchi di quanto convenga i privati che fanno poche cose giuste e molte ne sbagliano e deploro le persone nate da uomini valenti, che sono poco più onesti di chi supera i limiti per malvagità e si rivelano molto peggiori dei padri, e vorrei consigliare loro di smetterla con simili comportamenti. Lo stesso penso dello Stato: ritengo, infatti, che non abbiamo niente di cui andar fieri ed esser contenti se siamo più corretti delle persone deliranti e folli, mentre dobbiamo piuttosto adirarci e sopportare malvolentieri se ci ritroviamo ad essere peggiori degli antenati, dato che è con il loro senso di giustizia che dobbiamo competere, non con la malvagità dei trenta, e oltretutto a noi tocca essere migliori di tutti gli uomini. E questo ragionamento non l’ho fatto ora per la prima volta: queste cose le ho già dette altre volte e a molte persone. So, infatti, che in ogni singolo luogo la natura dei frutti, degli alberi e degli animali possiede caratteristiche specifiche e si distingue molto dagli altri, così la nostra terra è in grado di produrre e allevare uomini non solo particolarmente ben disposti riguardo alle arti, alle attività pratiche e al ragionamento, ma che si distinguono anche per il coraggio e le qualità. La prova si ricava dalle antiche battaglie che sostennero contro Amazzoni, Traci e tutti i Peloponnesiaci e dai pericoli generatisi nelle guerre persiane, durante le quali, dopo aver combattuto sia per terra, sia per mare, sia da soli, sia insieme ai Peloponnesiaci, vincemmo i barbari e conseguimmo le più alte lodi: niente di questo avrebbero potuto fare, se non fossero stati superiori per natura.

E nessuno pensi che questo elogio riguardi noi che governiamo ora, anzi tutto il contrario. Tali discorsi costituiscono una lode per gli antenati che si sono mostravano degni di qualità, ma rappresentano un’accusa per coloro che infangano la loro nobile nascita con la negligenza e la malvagità. Ed è questo che facciamo noi, diciamo la verità. Benché, infatti, avessimo una natura simile, non l’abbiamo conservata, ma siamo precipitati nella follia, nel disordine e nel desiderio di scelleratezze. Ma temo di allontanarmi troppo dall’argomento, se continuo a criticare la situazione esistente e ad accusare le attuali istituzioni. Su questo aspetto ho già parlato prima e nuovamente parlerò, a meno che non vi persuada a porre fine a simili errori e dopo aver esposto brevemente gli elementi su cui ho impostato fin dall’inizio il discorso, lascerò spazio a chi voglia offrire altri consigli su questi argomenti.

Se continuiamo ad amministrare la città come facciamo ora, necessariamente prenderemo decisioni, faremo guerre, vivremo, subiremo e compiremo quasi tutto così come accade ora ed è accaduto in passato, mentre, se cambiamo la costituzione, e lo facciamo secondo il sistema adottato dagli antenati, avremo anche le loro istituzioni, dato che, necessariamente, dalle stesse forme di governo derivano azioni sempre uguali e simili. Dobbiamo decidere quale forma di governo scegliere dopo aver confrontato le due forme principali. E in primo luogo dobbiamo osservare come sia i Greci, sia i barbari si disponessero nei confronti di quella costituzione e come si relazionano con noi ora, dato che queste stirpi contribuiscono alla prosperità per una parte non piccolissima, quando entrano in relazione con noi.

I Greci avevano una tale fiducia in quelli che governavano in quei tempi che per la maggior parte asi affidavano volentieri alla città, mentre i barbari evitavano talmente di intromettersi nelle faccende greche, che con le lunghe navi non arrivavano a Faselide e con l’esercito non oltrepassavano il fiume Alys, ma se ne stavano tranquilli. Ora la situazione è arrivata a un punto tale che gli uni odiano la città e gli altri ci disprezzano. E riguardo all’odio dei Greci avete ascoltato gli strateghi; quale sia l’animo del re nei nostri  confronti, è stato mostrato chiaramente dalle lettere che ha inviato.

E inoltre da quel buon sistema di governo gli opliti ricevevano una tale educazione al valore, che non si molestavano tra loro, ma combattevano e vincevano tutti quelli che invadevano il territorio. Noi tutto il contrario: non lasciamo passare alcuna giornata senza arrecarci reciproche offese e trascuriamo a tal punto gli affari militari, che neanche osiamo schierarci se non veniamo pagati. E questo è il punto più importante: allora nessun cittadino era privo del necessario né disonorava la città chiedendo l’elemosina a chi incontrava, mentre ora i poveri sono più dei possidenti. E i poveri bisogna perdonarli se non si preoccupano affatto dello Stato, ma pensano solo a come riuscire a sopravvivere giorno per giorno.

Io sono dunque intervenuto e ho esposto questo discorso nella convinzione che riusciremo ad allontanarci da queste disgrazie e a diventare i salvatori non solo della città, ma anche di tutti i Greci, solo se imiteremo gli antenati. Sta a voi, dopo aver considerato tutto questo, decidere quello che a voi sembri più utile alla città.

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