IL SOGNO

IL SOGNO

IL SOGNO

di giacomo leopardi


Il mattino era arrivato e il sole faceva filtrare tra le fessure delle imposte del balcone la prima luce biancheggiante nella mia buia stanza; quando il sonno più lieve e più dolce oscura gli occhi, l’immagine, di colei che prima mi insegnò l’amore e poi mi lasciò nel pianto, mi venne accanto e mi guardò nel viso. Non mi sembrava morta, ma triste, e aveva l’aspetto di essere infelice. Avvicinò la sua mano destra al mio capo e, sospirando, mi disse: <<Tu vivi ancora e ti rimane qualche ricordo di me?>> Risposi: <<Da dove e come vieni, o cara beltà? Quanto, oh quanto dolore ho provato per te e quanto ne provo: né avrei creduto allora che tu saresti venuta a saperlo e questo rendeva il mio dolore ancore più intenso. Ma tu stai per lasciarmi un’altra volta? Io ho gran paura di ciò. Ora dimmi: che cosa ti è accaduto? Sei quella di prima? Che cosa ti tormenta internamente?>>. Ella rispose: <<l’oblio offusca i tuoi pensieri, e il sonno della morte li cancella. Io sono morta e sono trascorsi molti mesi da quando tu mi vedesti l’ultima volta>>. A queste parole, un immenso dolore mi oppresse il cuore. Poi ella proseguì: <<sono morta nel fior degli anni, quando il vivere è più dolce, e prima che il cuore diventi consapevole di come l’umana speranza sia tutta inutile. L’infelice mortale non mette molto tempo a desiderare la morte che lo tragga fuori dagli affanni; ma la morte si porta via i giovani in modo disperato, sconsolatamente, e il fato è crudele nello spegnere le speranze giovanili, che muoiono definitivamente sottoterra. Il voler sapere ciò che la natura nasconde è inutile ai giovani, il cieco dolore è più forte della conoscenza ancora immatura della vita>>. Risposi: <<Oh sfortunata, oh cara, taci, taci, perché tu con questi discorsi mi spezzi il cuore.

 

Dunque sei morta, o mia diletta, ed io sono vivo, ed era stabilito dal cielo che la tua tenera salma dovesse provare gli estremi sudori della morte, e che il mio misero corpo dovesse rimanere integro? Oh quante volte, quando ripenso che tu non vivi più, e che io non ti ritroverò più al mondo non lo posso credere. Ahi, ahi, ma che cos’è questa cosa che si chiama morte? Oggi credo che io potrei intenderlo direttamente, morendo, e così potrei sottrae il mio capo indifeso agli atroci odi del destino. Io sono giovane, ma la mia giovinezza si consuma e si disperde come se fosse vecchiaia della quale io ho paura anche se essa è ancora lontana da venire. Ma la mia giovinezza differisce poco dalla vecchiaia>>. La fanciulla rispose: <<tutti e due  nascemmo per il pianto; la felicità non sorrise al nostro vivere, e il cielo si compiacque delle nostre disgrazie>>. Risposi: <<Ora, se io porto il cuore pieno d’angoscia, se ho gli occhi pieni di pianto, se ho il viso di pallido colore, dimmi, se qualche fiamma d’amore o di pietà, qualche volta, ti assalì il cuore verso questo misero amante, mentre vivesti? Io vivevo i giorni e le notti ora disperato e ora sperando; oggi la mia mente si logora nell’inutile dubbio. Se una volta il tuo dolore ti prese per la mia vita infelice, non me lo nascondere, ti prego, dal momento che il ricordo di te mi aiuta a vivere oggi poiché il nostro futuro ci è stato tolto dalla morte>>. La fanciulla rispose: <<Fatti coraggio, o sventurato. Io, mentre vissi, non ti fui avara di pietà e non lo sono neanche ora, perché anch’io fui misera. Non lamentarti di questa povera ed infelice fanciulla>>. Risposi: <<In ricordo delle nostre sventure, in nome dell’amore che mi tormenta, in nome della diletta gioventù, in nome della perduta speranza dei  nostri giorni, concedi, o cara, che io tocchi la tua mano destra>>. E lei, con modi gentili e soavi, la porgeva. Ora, mentre io la ricoprivo di baci e la portavo al cuore ansimante, e mentre palpitavo d’affannosa dolcezza, il volto e il petto si riempivano di sudore, la voce diventava grossa e la luce del giorno traballava davanti ai miei occhi. Dopo che lei ebbe fissato teneramente gli occhi (suoi) negli occhi miei, disse: <<Già dimentichi, mio caro, che io sono priva della mia bellezza? E invece, tu, o sfortunato, ti scaldi  e fremi inutilmente d’amore. Ora finalmente ti dico addio. Le nostri miseri menti e i nostri miseri corpi sono disgiunti per sempre. Non vivi per me e non vivrai più per me; il destino ha sciolto l’amore che mi hai giurato>>. Allora io, volendo gridare per l’angoscia e, spasimando, aprii gli occhi pieni di desolato pianto e mi disciolsi dal sonno. Eppure lei mi restava negli occhi, ed io credevo ancora di vederla nel lucente raggio del sole.


Sintesi della poesia

Nel canto “Il Sogno” Leopardi racconta, su suggestioni petrarchesce, di avere sognato una giovane donna che, nella sua breve vita, per il poeta aveva manifestato sentimenti di affetto e di amore (molto probabilmente Teresa Fattorini). Nel sogno, la giovane donna si avvicina al poeta e gli chiede se lui si ricorda ancora di lei. Il poeta le risponde che si ricorda certamente di lei e le chiede che cosa la tormenti. La giovane donna gli risponde che lui l’aveva vista morire e che era morte nel fiore della sua giovinezza quando è inutile sapere che cosa la natura nasconde ai giovani ancora inesperti della vita. Il poeta ribatte che il cielo aveva destinato a lei una vita breve e, invece, conservava lui ancora in vita. La giovane donna conferma che ad entrambi il destino aveva riservato una vita al pianto. Il poeta, poiché è colmo di pianto per la morte di lei, le domanda se qualche volta avesse provato qualche sentimento di amore per lui. Se questo fosse stato vero, il poeta avrebbe avuto un ricordo affettivo importante dal momento che il futuro per loro due era ormai spezzato. Lei rincuora il poeta e gli dice che, durante la sua vita, non era stata avara di pietà per lui. Il poeta allora la prega di avvicinare la sua mano destra al suo petto e lei gentilmente corrisponde alla richiesta. Il poeta allora, ansimante e pieno di sudore, accosta la mano destra della ragazza al suo cuore e la bacia. La giovane donna, guardandolo attentamente negli occhi, gli dice che ormai lei è priva di bellezza fisica e ancora lui freme di amore inutilmente. La ragazza dice al poeta che ormai lui non vive e non vivrà più per lei perché il destino ha spezzato l’amore e la fedeltà che lui le aveva giurato in vita.
A questo punto il poeta, ansimando e piangendo, si risveglia dal sonno anche se gli sembra di vedere la fanciulla ancora negli occhi e nella luce tenue della stanza.


Il tema della poesia.

Nel canto “Il sogno” Leopardi sintetizza ed armonizza due esigenze vivide. Da un lato manifesta il suo profondo bisogno di esprimere l’acuto dolore per la morte di Teresa Fattorini che il poeta ascoltava e guardava dal suo balcone prima che lei morisse. Ma, probabilmente, l’ispirazione di scrivere “Il Sogno” venne al poeta dall’intenso desiderio di dare un bacio ad una giovane donna di Recanati, Teresa Brini. Dall’altro lato Leopardi esprime, in forma poetica, sia il suo dolore per la scomparsa della Fattorini sia il suo bisogno reale ed istintivo per la Brini, con le letture di Petrarca il quale aveva descritto, in forma onirica ed elegiaca, il suo incontro con Laura morta. In questo modo, trasferendo tutto nel sogno, il giovane Leopardi immaginava di potere soddisfare il desiderio di dare un bacio reale a Teresa Brini. Il canto sintetizza ed armonizza, in forma poetica ed elegiaca, il mondo interiore e sentimentale del poeta, negli anni tra il 1820 e il 1821, in una forma poetica e culturale simile a quella di Petrarca.
Queste spiegazioni della genesi del canto il poeta le ha lasciate in memoria in uno scritto dal titolo “Ricordi di infanzia e di adolescenza” alla fine del quale il poeta scrive: <<che io allora solo in sogno per la primissima volta provai che cosa sia questa sorta di consolazione con tal verità che svegliatomi subito e riscosso pienamente vidi che il piacere era stato appunto qual sarebbe reale e vive e restai attonito e conobbi come sia vero che tutta l’anima si possa trasfondere in un bacio e perder di vista tutto il mondo come allora proprio mi parve e svegliato errai un pezzo…>> (da Giacomo Leopardi – Canti – a cura di Lucio Felici – Newton & Compton editori – Pag. 308).



Testo della poesia Il sogno

Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,  5
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl’infelici è la sembianza. Al capo 10
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: né mi credea  15
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?
Io n’ho gran tema. Or dimmi, e che t’avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge 20
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L’ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m’oppresse a queste voci il petto. 25
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand’è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com’è tutta indarno
L’umana speme. A desiar colei
Che d’ogni affanno il tragge, ha poco andare 30
L’egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl’inesperti della vita, e molto  35
All’immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss’io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era 40
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai  45
Non avverrà ch’io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s’addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.  50
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m’è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell’età mia. Nascemmo al pianto, 55
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De’ nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d’angoscia  60
Porto gravido il cor; dimmi: d’amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t’assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;  65
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto 70
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch’io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.  75
Per le sventure nostre, e per l’amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto 80
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d’affannosa
Dolcezza palpitando all’anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava  85
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d’amore, o sfortunato, indarno  90
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d’angoscia 95
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell’incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora. 100