Il dolore antico dell’esilio Tristia 3 vv 1-26

Il dolore antico dell’esilio Tristia 3 vv 1-26

Il dolore antico dell’esilio (Tristia, 3, vv 1-26)
Testo scritto nell’esilio sul Mar Nero; in questo particolare frammento rievoca il momento della partenza.
Quando arriva in maniera imprevista alla mente l’immagine di quella notte in cui trascorsi le ultime ore in Roma, quando rievoco la notte nella quale lasciai tutte le cose a me care, scende ancora una lacrima. Già era quasi giunto il giorno nel quale Cesare aveva ordinato che io me ne andassi ai confini dell’estrema Italia.” (a Brindisi per andare in nave sul Mar Nero; sono i confini ad essere estremi, non l’Italia). “La mia mente non era preparata a questo non c’era tempo e spazio: non sono riuscito nemmeno a preoccuparmi dei preparativi. Non ebbi la possibilità di scegliere dei servi, dei compagni o delle vesti. Non rimasi stupito diversamente da colui che colpito da un fulmine di Giove vive ed è inconsapevole della sua vita.” (una persona colpita dal fulmine se sopravvive, per un breve periodo rimane incosciente; i fulmini sono il simbolo del potere oppressore). “Quando tuttavia lo stesso dolore rimosse questa nube dal mio animo e i miei sensi si riebbero, parlai per l’ultima volta mentre sono pronto per mettermi in viaggio, salutai i miei amici i quali da molti che erano ne rimasero solo un paio. La moglie che mi amava e piangente mi abbracciava, piangeva incessantemente lacrime immeritate che assomigliavano ad una pioggia sulle sue guance. La figlia era sulle coste libiche e non poteva essere informata delle mie condizioni. Dovunque guardassi risuonava il lutto e dentro la casa c’era l’aspetto di un funerale non silenzioso. Le donne e gli uomini piangevano come al mio funerale e ad ogni angolo della casa c’erano lacrime. Se è lecito servirsi di grandi similitudini per cose piccole, Troia aveva questo aspetto quando è stata conquistata.
La famiglia dentro la casa sono i servi di Ovidio.