IGNAZIO SILONE BIOGRAFIA

IGNAZIO SILONE BIOGRAFIA

IGNAZIO SILONE BIOGRAFIA


Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, figlio di una tessitrice e di un piccolo proprietario terriero, nasce il 1° maggio 1900 a Pescina dei Marsi, un comune rurale in provincia dell’Aquila. Frequenta dapprima il seminario di Pescina e poi il Liceo-Ginnasio di Reggio Calabria; nel 1903 muore la sorellina Maria di soli dodici giorni, nell’anno 1907 perde il fratellino Cairoli, di  appena dieci giorni e nel 1910 muore  Maria, un’altra sorellina di quasi un anno, nel 1911 muore il padre di 41 anni e il fratello Domenico di quattordici anni, il fratello Romolo, accusato ingiustamente, muore nel carcere di Procida nell’anno 1932. Deve abbandonare gli studi in seguito al terremoto della Marsica del 1915, in cui perderà la madre. La catastrofe naturale pone Silone, sin da ragazzo, di fronte ad episodi raccapriccianti in cui si manifesta, ad esempio, la perversa attitudine di alcuni uomini allo sciacallaggio e la furia bestiale di assassini travestiti di perbenismo. Questi episodi contribuiscono a esasperare il contrasto che già lo scrittore aveva avvertito tra la vita privata e familiare, ch’era, o almeno così appariva, prevalentemente morigerata e onesta, e i rapporti sociali, assai spesso rozzi odiosi falsi”. Da queste parole e da altre pagine di Uscita di sicurezza si può datare la conseguente scelta dei compagni e dell’impegno politico di Silone proprio in coincidenza con questa drammatica vicenda personale e sociale. Rimasto improvvisamente senza famiglia, il ragazzo va a vivere “nel quartiere più povero e disprezzato del comune e comincia a frequentare la baracca dove ha sede la Lega dei contadini. Ha inizio così il suo apprendistato di militante rivoluzionario che, sotto l’influsso di Lazzaro, l’incarnazione del cristiano autentico, del “cafone” santo, si pone sotto il segno di Cristo e della Chiesa dei poveri, degli afflitti, di coloro che “hanno fame e sete della giustizia”. Proprio nei giorni del terremoto l’autore conosce don Orione, e su quell’incontro scrive una bella pagina autobiografica dal titolo incontro con uno strano prete, pubblicata nel volume “Uscita di sicurezza” nel 1965. Appare evidente che la scelta di Silone, che lo porta a prendere precocemente posizione contro la vecchia società e il potere costituito, si può considerare una sorta di “conversione, un impegno integrale, che implicava un certo modo di pensare e un certo modo di vivere”. Il giovane, interiormente disgustato dai soprusi, dalla violenza, dall’ipocrisia, si convince che l’unica risorsa salutare sia quella di aiutare i poveri, di schierarsi al loro fianco. Già nel 1917, a soli diciassette anni, aveva inviato alcuni articoli all’«Avanti!» in cui denunciava le indebite appropriazioni di fondi destinati alla ricostruzione dopo il terremoto. Più tardi, frequenta la Lega dei contadini del suo paese e diventa segretario regionale della Federazione dei lavoratori della terra: gli amati “cafoni” di Fontamara. Prende anche parte attiva alle lotte contro la guerra e viene processato per aver capeggiato una violenta manifestazione. Nell’immediato dopoguerra si trasferisce a Roma, dove entra a far parte della Gioventù socialista, opponendosi al fascismo fin dalle origini. Come rappresentante di questo movimento politico e sociale, egli prende parte nel 1921 al Congresso di Livorno e alla fondazione del Partito Comunista Italiano. L’anno successivo diventa direttore del settimanale romano <<L’Avanguardia>> e redattore del quotidiano triestino <<Il Lavoratore>>, la cui tipografia viene più volte incendiata dagli squadristi. Compie diverse missioni all’estero, ma per via delle persecuzioni fasciste è costretto a vivere nella clandestinità, collaborando attivamente con Gramsci e occupandosi de <<L’Unità>> e di altri giornali stampati di nascosto. Nel 1926, dopo l’approvazione da parte del Parlamento delle leggi di difesa del regime, vengono sciolti tutti i partiti politici e soppressa la stampa di opposizione. Togliatti assume la direzione del centro estero del PCI e a Silone viene affidata la segreteria del centro interno. Comincia intanto a profilarsi la crisi che lo porterà, nel 1930, a uscire dal Partito, soprattutto per la sua opposizione alla politica di Stalin. L’elemento determinante del distacco stava, secondo Silone, nell’incapacità dei comunisti russi di discutere “lealmente” le opinioni contrarie alle proprie. Ogni divergenza di opinione col gruppo dirigente “era destinata a concludersi con l’annientamento fisico della minoranza da parte dello Stato”. Era il momento della “svolta” della Terza internazionale, che aveva spaccato i comunisti italiani e indotto Togliatti a espellere dal partito alcuni dirigenti di primo piano (Tresso, Leonetti e Ravazzoli), nell’illusione – suggerita da Mosca – che la rivolta operaia contro il fascismo fosse imminente e destinata alla vittoria. Da questo momento, Silone sarà un socialista cristiano, non più marxista. In questo clima di lacerazioni politiche si compie un altro dramma nell’esistenza tormentata dello scrittore. Romolo, il fratello più giovane, l’ultimo superstite della sua famiglia, viene arrestato nel 1928 con l’accusa di appartenere al Partito Comunista illegale. “Al momento dell’arresto egli era stato così duramente torturato da riceverne permanenti e atroci lesioni interne; e dovette attendere fino al 1932, nel penitenziario di Procida, la fine che ponesse fine al suo martirio”: questa tragedia gli peserà addosso per tutta la vita, riaffiorando nei romanzi come ripetizione e rispecchiamento di un dolore privato e universale. Quando il fratello fu arrestato, Silone aveva già scelto la via dell’esilio in Svizzera, dove rimase fino al 1944, ed egli considererà questa sua assenza come una colpa senza appello. Deciso ormai a condurre una vita da “socialista senza partito e cristiano senza chiesa”, Silone svolge un’intensa attività culturale. Dal 31 al 33 dirige e fonda la rivista in lingua tedesca «Information», collabora a “Le Nuove Edizioni di Capolago” per la pubblicazione di scritti degli emigrati. Sono anche anni di intensa attività letteraria: tra il 27 e il 30 scrive articoli e saggi di grande interesse sul fascismo italiano e, soprattutto, il suo romanzo più famoso, “Fontamara”. Le accese polemiche contro il nazifascismo e lo stalinismo lo portano a una nuova militanza politica attiva; cosicché nel 1939 dirige il Centro estero socialista di Zurigo. Gli echi mondiali dei manifesti e dei documenti diramati da questo centro provocano la reazione dei fascisti, che chiedono l’estradizione di Silone. Le autorità elvetiche rifiutano, ma internano lo scrittore a Davos (1942-43) e poi a Baden (1943-44) per avere svolto attività politica illegale. Nel 1941 pubblica, in tedesco, “Il seme sotto la neve” e tre anni dopo rientra in Italia, dove aderisce al Partito Socialista, assumendo una posizione intermedia, che si oppone soprattutto alla fusione PC.- PSI. Dal 1945 al 1946 dirige l’«Avanti!» e nel 1947 fonda <<Europa Socialista>>. Due anni dopo tenta una fusione su nuove basi di tutte le forze socialiste con l’istituzione del PSU, ma le delusioni che ne derivano lo convincono al definitivo ritiro da ogni militanza politica istituzionale. L’anno successivo dirige la sezione italiana del Movimento internazionale per la libertà della Cultura e nel 1956 assume la direzione, insieme con Nicola Chiaromonte, della rivista «Tempo Presente», un’emanazione dell’Associazione per la libertà di critica. Al registro ideologico, che lo ha visto sempre pronto a opporsi a ogni abuso della politica, si affianca in questi anni un’intensa attività narrativa. Dal 1952 al 1968 escono

“Una manciata di more”, “Il segreto di Luca”, “La volpe e le camelie”, “Uscita di sicurezza” e, infine, l’opera che a detta di molti rappresenta il suo capolavoro, “L’avventura di un povero cristiano”. Il 22 agosto 1978, dopo una lunga serie di malattie, Silone si spegne in una clinica di Ginevra, fulminato da un attacco cerebrale che in quattro giorni lo porta alla morte. Viene sepolto a Pescina dei Marsi, “ai piedi del vecchio campanile di San Bernardo” e con la “vista del Fucino in lontananza”. Sulla sua tomba, costruita con blocchi di roccia delle vicine montagne, non c’è nessuna epigrafe, come lui volle nel breve “testamento”, riprodotto per volontà della moglie Darina nel volume postumo intitolato “Severina”.

Le opere

“Fontamara”, pubblicato a Zurigo, in tedesco, nel 1933, è uno dei più clamorosi casi letterari di questo secolo. Il romanzo, conosciuto e amato in tutto il mondo, è completamente ignorato in patria per almeno un ventennio: narra la storia di un paese della Marsica, scelto come simbolo dell’universo contadino. I materiali autobiografici si fondono nel libro con gli strumenti di conoscenza, legandosi alla lotta di Silone contro l’ingiustizia e gli abusi del potere istituzionale. Il tema documentario è quello della lotta fra “cafoni” e borghesi, ma la sua funzione è sia di denuncia per l’oppressione e i soprusi subiti dai contadini abruzzesi e di ogni contrada, sia di auspicio per la formazione di una coscienza sociale liberata dalle ataviche rassegnazioni. Catastrofi naturali e ingiustizie, cicli stagionali e miserie diventano, infatti, nel racconto così antichi da apparire come un’eredità dei padri e della terra. Tutto ciò che avviene oltre il confine di quei monti, posti come confine di un luogo e di una condizione, ossia ogni trasformazione tecnologica e sociale del mondo di fuori, viene vista dai “cafoni” di Silone come uno spettacolo da osservare, avvinti come sono a un ruolo di miseria ineluttabile. Nel 1981, a tre anni dalla sua morte, esce a cura della moglie Darina il romanzo “Severina”, che condensa i motivi fondamentali del lavoro letterario di Silone. La protagonista, una giovane suora abruzzese, caparbia e forte, è la versione contemporanea di “Celestino V” e rispecchia la rettitudine interiore del povero cristiano. Il personaggio di Severina, oltre a essere un riflesso dell’autore, vuole anche essere un omaggio a Simone Weil, la filosofa ebrea francese che Silone ha tanto ammirato e che non volle mai abbracciare apertamente il cristianesimo, a cui si era convertita, per riservarsi uno spazio di libertà. L’indipendenza morale di Severina sta soprattutto nella speranza e nella coerenza delle proprie idee e verità, nella riaffermazione della fede in un cristianesimo originario, fuori da ogni istituzione, e nel socialismo utopico basato sull’amore per gli oppressi e i vinti di tutte le nazioni e di ogni storia, presente e passata.

La fortuna

Parlare della fortuna di Ignazio Silone significa ricordare l’inaudito divario che per un ventennio separò la critica italiana da quella di tutto il resto del mondo. Quando “Fontamara” uscì nel 1948 in Italia Silone aveva già 18 anni di fama alle spalle. Nonostante ciò, l’accoglienza fu per un verso ferocemente riduttiva, ai limiti dell’insulto e, per l’altro verso, elusiva o sprezzante. Evidenti pregiudizi politici avevano scavato intorno allo scrittore una trincea di silenzio. Malvisto sia dalla destra sia dalla sinistra, il libro di Silone poteva inoltre sembrare ai critici italiani un po’ fuori moda, una sorta di atto d’accusa contro la letteratura d’evasione o di pura costruzione formale di quel ventennio. Silone scrisse il suo romanzo a Davos, fra i tormenti del sanatorio e del confino. Due anni dopo si lascerà convincere dal romanziere austriaco Jakob Wassermann, che aveva riscontrato nel libro una semplicità e grandiosità “omerica”, a pubblicarlo in tedesco. La diffusione di “Fontamara” nel mondo fu rapidissima. Tradotto in 27 lingue e riprodotto in numerose collane economiche, provocò migliaia di giudizi e di consensi sulla stampa internazionale. Lev Trotzkij ne parla come di un’autentica “opera d’arte”; Bertrand Russell cita Silone fra gli autori prediletti della letteratura italiana; Graham Greene rileva l’affinità di intenti che apparentano la sua opera a quello dello scrittore abruzzese. Malgrado il trionfo internazionale, l’autore fu costretto a stampare l’originale italiano a proprie spese presso una tipografia parigina, dove uscì nel 1934 con la sigla fittizia “Nuove Edizioni Italiane”. Il successo in patria di “Fontamara” tarderà fino al 1965, in coincidenza con la pubblicazione di “Uscita di sicurezza”, quando cioè la critica si rese conto che era la coerenza drammatica e ossessiva del suo mondo morale a governare lo stile. Una sorte analoga, con l’eccezione di qualche voce critica attenta e scevra di pregiudizi, toccherà anche a “Vino e Pane” (titolo originario “Pane e vino”) accolto invece dai commossi consensi di esuli illustri come Thomas Mann, Arturo Toscanini, Stefan Zweig e Lionello Venturi. Sempre all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra, “La scuola dei dittatori” è stato considerato un classico della democrazia, mentre “Il seme sotto la neve” ha stimolato accostamenti fra Silone e i grandi scrittori umanitari, da Tolstoj a Bernanos, da Unamuno a Dostoevskij. In Italia, invece, anche quando uscì “Una manciata di more” la critica continuò la tendenza denigratoria, tanto che qualche critico di sinistra invitò addirittura Silone a cambiare mestiere, mentre altri gli auguravano di bruciare sul rogo degli eretici. Con la pubblicazione di quel bellissimo “nodo d’amore” – come lo chiamò Geno Pampaloni, che fu uno tra i pochi a battersi in favore di Silone – de “Il segreto di Luca” si ha un accenno di ridimensionamento critico anche in Italia, anche se la vera svolta avviene, dopo la faziosa esclusione dello scrittore dal Premio Viareggio nel 1965, con la pubblicazione di “Uscita di sicurezza”. Il lungo tempo di meditazione di questo libro – scrive Carlo Bo – “deve essere stato per Silone un tempo di delusioni e di amarezze”. Il divario fra lo scrittore e i critici del tempo era evidente: da una parte c’era un intellettuale che non aveva mai tradito la sua verità o menomato la sua coscienza, all’altra c’era una schiera di intellettuali senza alcuna esperienza di vita, totalmente ignari della politica mondiale, di quello che era stato il travaglio del socialismo nell’Europa del nostro secolo. Ci fu un tempo che era d’obbligo insultarlo o irriderlo. Quel tempo è passato ma le colpe della nostra sordità e della nostra viltà non sono state cancellate, non lo saranno neppure dopo. Quello spirito diverso che veniva identificato in un “pidocchio” è stato uno dei pochi maestri veri della nostra penultima storia. Fontamara diventa così la vicenda corale degli emarginati, uguali sotto ogni latitudine, visti nel momento cruciale e auspicato in cui rifiutano la fissità della loro condizione ed entrano in conflitto con la “società degli integrati” del momento, ossia quella fascista. Il portavoce di questa nuova coscienza è il “cafone” Berardo Viola, trascinato in una lotta istintiva, priva di ogni retorica che non sia quella della speranza, dell’uguaglianza e della verità originaria: la fratellanza evangelica. La sua morte è il sacrificio necessario per la propagazione della fede nella giustizia, che i Fontamaresi raccolgono per chiedersi insieme “che fare ?”. La natura intimamente apostolica del lavoro letterario di Silone si traduce nei suoi libri come testimonianza della libertà umana, nucleo centrale del suo mondo morale e letterario. Questa netta posizione è tuttavia evidente anche nelle opere di carattere storico-politico e ideologico che egli scrisse fra il 1934 e il 1938, soprattutto “Der fascismus” che, a detta degli storici, è uno degli studi più importanti pubblicati da contemporanei sul fenomeno fascista. A questo saggio si deve affiancare anche “La scuota dei dittatori”, scritta come meditazione, in forma di dialogo, sulle cause del trionfo della dittatura e sui valori “eterni” della libertà umana. Il secondo romanzo pubblicato durante l’esilio, “Vino e Pane”, uscito a Zurigo nel 1937, è per certi aspetti la continuazione di “Fontamara” e s’inquadra negli anni del conflitto etiopico, in un clima politico di avventura cospirativa. Nel 1941 viene pubblicato, in tedesco a Zurigo e in italiano a Lugano, “Il seme sotto la neve”, composto fra il 1939 e il 1940. Il protagonista di questo libro, Pietro Spina, è chiaramente lo stesso personaggio autobiografico di “Vino e pane”, deluso dall’ideale rivoluzionario, che interiorizza i miti di uguaglianza e di giustizia, perseguendo uno scopo di libertà e di purezza spirituale. Appare evidente che in Silone il registro del moralista e quello del narratore sono la radice e il fine della sua esigenza letteraria, e fungono da stimolo a scrivere un solo libro con più voci, complementari e testimoniali. In questo senso si deve leggere anche “Una manciata di more”, prima opera scritta e stampata in Italia dopo l’esilio, in cui si narra la crisi ideologica di Rocco de Donatis, un ex partigiano comunista, provocata dal nuovo volto assunto dal partito, che fa presagire azioni repressive e persecutorie. Rocco, costretto a espatriare, compie “l’atto più importante della sua vita”: la rinuncia alla militanza politica a favore della causa degli oppressi. Nel 1956 esce “Il segreto di Luca”, romanzo scritto nella forma di inchiesta retrospettiva su un caso giudiziario. Viene ricostruita la storia d’amore del protagonista, ergastolano ingiustamente accusato di omicidio, ove si tracciano, come in un arazzo, le trame di un sentimento platonico di vago sapore stilnovistico. Intorno alla vicenda sta il brusio della società contadina, con la sua versione dei fatti, basata su un codice di norme non scritte che s’impigliano con quelle dell’altro codice: il codice delle testimonianze ufficiali. Nel 1960 esce, nella redazione definitiva, “La volpe e le camelie”, una storia ambientata nel Canton Ticino, fuori quindi dai confini elettivi dell’Abruzzo, ma ancora legata all’esperienza biografica dell’autore e all’ambiente antifascista clandestino. Anche qui, la morte del protagonista rappresenta in qualche modo la morte della speranza nell’utopico mondo vagheggiato da Silone, quello dell’uguaglianza e della liberazione degli uomini da ogni tirannia. Si tratta però di un sacrificio necessario, poiché colui che opera al di fuori di ogni istituzione di Chiesa o di Partito muore con lo spirito del “santo” ed è quindi degno di avere dei continuatori. La lotta contro l’ingiustizia è, secondo Silone, di ogni tempo e di ogni paese. Il tema appare evidente in “L’avventura di un povero cristiano”, del 1968, dove si narra del “gran rifiuto” di Celestino V, il papa vissuto nella stessa terra d’Abruzzo e costretto a rinunciare al manto papale dopo aver lottato invano contro le menzogne e le oppressioni del potere. Uscire dalla logica delle istituzioni significa quindi, nel Medioevo come oggi, ritornare a operare accanto alle vittime e agli oppressi dì ogni storia, cercando di condividere le loro pene, nella speranza utopica di un riscatto e di un futuro di dignità e di diritti unitari. Nel 1965 Silone riunisce gli iscritti della sua speculazione morale e filosofica in “Uscita di sicurezza”, il testamento di uno scrittore che non ha mai voluto rinunciare alla “dignità dell’intelligenza”. Il racconto autobiografico si alterna ai testi saggistici, restituendo al lettore le scintille delle sue esperienze di vita, le ideologie, la psicologia e i miti del suo immaginario romanzesco. Dalla lunga confessione contenuta nel libro si comprende che in ogni sua opera Silone si è avvalso di un’intensa esperienza diretta, dal quotidiano alla storia, dalle delusioni politiche alla speranza evangelica nel riscatto degli umili, fino alla scelta di allontanarsi da ogni forma di potere istituzionale.