I LIMONI DA OSSI DI SEPPIA ANALISI

I LIMONI DA OSSI DI SEPPIA ANALISI

Metro: versi liberi (con prevalenza degli endecasillabi).

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

ANALISI DEL TESTO

Tono discorsivo e colloquiale: Rivolgendosi direttamente al lettore, in forma pacata e quasi confidenziale («Ascoltami»), il poeta introduce un tono discorsivo e sommesso, che corrisponde ai contenuti e alle caratteristiche della sua poesia; una poesia che tende alla colloquialità (ancora «Vedi», con cui si apre simmetricamente la terza strofa), senza rinunciare alle spezzature e sprezzature del parlato, come al v. 4: «Io, per me, amo le strade» (anche se il discorso può poi impennarsi nell’uso raro e ricercato di un termine, come la particolare accezione di « riescono agli », sostituito alla precedente stesura «portano nei fossi / erbosi», con l’ulteriore ricorso alla figura retorica dell’anastrofe). Rifiuto della poesia aulica: Il significato programmatico del testo consiste nel rifiuto di una versificazione aulica e sublime, qual è quella, ufficiale e tradizionale, propria dei «poeti laureati», fatta di nobili presenze e di termini selezionati. Ad essa Montale contrappone una realtà comune, costituita da un paesaggio povero e scabro, che vive di presenze consuete e concrete: «erbosi / fossi », « pozzanghere / mezzo seccate » (con « qualche sparuta anguilla »), « viuzze », « ciglioni », « ciuffi delle canne », « orti ». La parola concreta e oggettiva: E’ questo il percorso della poesia indicato da Montale, che (sulla linea proposta dal Pascoli) rifiuta l’uso generico e indeterminato della parola, ma se ne serve per indicare con precisione cose e oggetti dalla fisionomia specifica, nettamente individuale e determinata. Al culmine si pone qui l’immagine risolutiva e simbolica dei «limoni», emblema di una realtà nuda e aspra, ma intensamente viva e colorata. La natura: La natura descritta in questi versi è una realtà tangibile e animata, seppure nell’immobilità quasi stagnante di un’atmosfera che resta strettamente legata alla sua dimensione terrena, quasi per il timore di smarrirsi in orizzonti troppo vasti e indefiniti. Lontano resta l’«azzurro», in cui le <<gazzarre degli uccelli /si spengono», mentre permangono, tenaci, «i sensi di quest’odore / che non sa staccarsi da terra» (vv. 15-16). Realtà elementare e aspra: Solo in questa realtà, così elementare e brulla, è possibile strappare («a noi poveri») un po’ di pace e di felicità («la nostra parte di ricchezza»), che consiste appunto, emblematicamente, nell’«odore dei limoni»; un «odore» (con evidente ripresa del termine dal v. 15) e una «ricchezza» che sono ugualmente lontani dalla profondità del cielo (l’astrazione di una poesia in cui il soggetto si pone in immediato contatto con l’assoluto) e dal clamore del mondo, dalle «passioni» e dalla «guerra» della storia, con una significativa reminiscenza gozzaniana (dai vv. 181-198 della Signorina Felicita, T67, e in particolare dal v. 197: «Meglio fuggire dalla guerra atroce »). Significato esistenziale: Nel denso e gravido silenzio della natura, le «cose» sembrano abbandonarsi, come se fossero sul punto di rivelare il «segreto » della loro elementare presenza, lasciando intravedere « il punto » o « il filo » da cui sdipanare il misterioso e incomprensibile disegno dell’esistenza. Come ha scritto Guglielminetti, « la tematica povera di Montale si rivela capace d’insospettabili aperture metafisíche. La scelta di argomenti minori, in altri termini, è in funzione della loro allusività al significato ultimo dell’esistenza: la ricerca d’una verità che sia in grado di rendere ragione delle pause e degli intervalli in cui si libera talora la vita autentica della Natura». Difficoltà e limiti della conoscenza: Solo di qui, da questa riduzione al “grado zero” di una nuda ed essenziale realtà, quasi vicina alle ragioni di una identità originaria e immutabile, sembra potersi aprire un varco alla conoscenza: quella, difficile e faticosa, cui allude in particolare il v. 31 (<<la mente indaga accorda disunisce>>), in cui l’assenza di punteggiatura sottolinea il carattere affannoso dell’operazione, mentre l’ultimo verbo ne vanifica lo sforzo. Anche gli spiragli che parevano aprirsi non lasciano scorgere, in fondo, la chiarezza di alcuna luce: l’immagine del divino che in queste “epifanie” sembra di scorgere nella natura è ingannevole. L’esaurirsi delle speranze: L’avversativa del v. 37 segna infatti il chiudersi di ogni prospettiva di speranza («Ma l’illusione manca…»), che non a caso coincide con il mutare del paesaggio: alla campagna immersa nella calura estiva si sovrappone (e si sostituisce) «il tempo/nelle città» («rumorose», e quindi tali da impedire ogni capacità di attenzione e di concentrazione), dove la natura è scomparsa e anche il cielo, l’ azzurro si mostra/ soltanto a pezzi»; la pioggia autunnale e «il tedio dell’inverno sulle case» soffocano la vita, togliendo la luce alle cose e portando la morte nell’«anima» (si noti il bisticcio « avara » / « amara »). Ma nell’alterna vicenda delle stagioni, e nel loro significato esistenziale, la scoperta dei «gialli dei limoni», che si intravedono all’interno di un cortile, riporta il calore della vita e la felicità di una rinata illusione. Il rinascere dell’illusione: E’ una delle poche poesie dì Montale cui si possa attribuire, alla fine, un significato e un messaggio posìtivi, in quanto lasciano aperta una prospettiva di speranza; ma la speranza consiste unicamente, in Montale, nell’estrema riduzione dell’oggetto del desiderio, in un elemento povero e comune, su cui concentrare, simbolicamente, le certezze limitate di un’effimera gioia, senza ulteriori attese di palingenesi e di rinnovamenti.

“Non chiederci la parola”
Metro: tre quartine formate da versi di varia lunghezza, con rime ABBA, CDDC, EFEF (la rima del v. 7 è ipermetra).

Non chiederci la parola che squadri

da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,

agIi altri ed a se stesso amico,

e l’ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


ANALISI DEL TESTO
Il Lettore: Anche qui, come nel testo precedente, Montale si rivolge direttamente a un ipotetico interlocutore, che si identifica con il lettore dei suoi versi; in questo caso, tuttavia, il poeta usa per se stesso la prima persona plurale, coinvolgendo quindi anche gli altri poeti e, per estensione, la poesia. Un documento di poetica: Il testo costituisce infatti un documento essenziale di poetica, in cui si afferma l’impossibilità – sul piano della conoscenza – di comunicare qualsiasi messaggio positivo, che si basi su una concreta proposta di contenuti e di valori. L’insufficienza della parola come strumento conoscitivo: La parola, di cui dispone il poeta, non è in grado di definire la natura dell’uomo e di rivelarne i rapporti con la realtà. Il concetto, esposto nella prima quartina, viene presentato, attribuendo all’astratto una forma concretamente sensibile, attraverso l’immagine incerta di un «animo informe», che non può essere ” squadrato”; poi si materializza nell’immagine di « un croco » (simbolo della luce, come i « limoni » del testo precedente), il cui nitido splendore, allontanato e offuscato («perduto in mezzo a un polveroso prato»), era già rifiutato dalla negazione con la quale inizia il componimento (e che ne introduce così significativamente la tematica). Il «polveroso prato» propone il tema, caro agli Ossi di seppia, dell’aridità, assunto come correlativo oggettivo di una desolata condizione esistenziale. La quartina centrale vale come elemento di cerniera e di raccordo. L’interiezione d’apertura rappresenta un segno di rammarico, ma soprattutto di totale e polemica estraneità, nei confronti dell’uomo deciso e sicuro, in pace con se stesso e con gli altri. L’immagine del conformismo: E’ l’immagine del conformista, interamente appagato e integrato nel mondo in cui vive, a differenza del poeta e dei suoi lettori; egli non si pone domande, né si preoccupa della sua « ombra », simbolo del mistero, dell’indecifrabilità e della precarietà del reale, dello stesso animo umano. Il parallelismo della ripresa: Il collegamento della quartina conclusiva con quella iniziale è sottolineato dalla ripresa ostentatamente parallela del verso che le introduce: a «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato» corrisponde adesso « Non domandarci la formula che mondi possa aprirti» (v. 9), con una netta cesura prima del pronome relativo. Le varianti sono di tipo puramente espressivo e non intaccano l’identità del contenuto; la «parola» – «formula», che non è in grado di definire la realtà e di ricondurla a una prospettiva sicura di salvezza, viene ridotta (v. 10) a «qualche storta sillaba e secca» (inerte, sul piano spirituale) «come un ramo» (che vale come antitesi, a distanza, del «croco»). E’ anche questa una dichiarazione di poetica, una definizione del proprio linguaggio antilirico, scabro e antimusicale (nel senso del rifiuto di una facile cantabilità). I riferimenti al paesaggio: Anche i riferimenti del paesaggio indicano l’esistenza di una realtà che vive in se stessa, nei suoi contorni aspri e duri, ma non può divenire fonte di consolazione per il poeta, risultando piuttosto il correlativo di un mondo estraneo e oscuro, impenetrabile e “chiuso” (per implicita relazione con il verso precedente), pur nella sua tangibile corporeità. La negatività della condizione esistenziale: Il distico finale, riassumendo le ragioni, dell’intero componimento, esprime con estrema lucidità la condizione di un’esistenza priva di certezze conoscitive e di valori alternativi; di qui l’inutilità di ogni speranza, sul piano storico e metafisico, che solo una forma di pensiero negativo è in grado di cogliere nella sua nuda essenza (si noti la forza icastica dei non sottolineati, che, al centro degli emistichi del verso conclusivo, nettamente scanditi e accentati nella loro simmetria epigrammatica, raccolgono e ribadiscono le motivazioni introdotte dalle negazioni in apertura della prima e dell’ultima strofa). Il rifiuto delle illusioni: Il rifiuto non riguarda, in Montale, la vita, bensì la possibilità di reperirvi facili illusioni o definitive consolazioni, che derivino dall’avvenuto accertamento di una qualche verità. La coscienza etica montaliana non accetta soluzioni vittimistiche o narcisistiche, che cerchino nell’autonomia del soggetto la risposta ad una constatata e conelamata crisi di valori. Il compito della poesia: Di questa assurda posizione di stallo deve farsi carico, conservando i termini di una “oggettiva ” contraddizione, la poesia, che, pur senza possedere – fra i suoi strumenti – una funzione propositiva, vale unicamente come testimonianza di una sofferta condizione esistenziale. Incertezza e coerenza formale: La sua stessa coerenza formale resta un segno di questa incertezza o perplessità, se è vero che l’impossibilità di conoscere il mistero delle cose impedisce anche la ribellione e la protesta (che implicano, sempre, una fiducia nel presente e una convinzione per il futuro). Una soluzione di compromesso: La poesia di Montale non propone soluzioni rivoluzionarie, ma ha la sua genesi psicologica e ideologica – sul piano di una paralisi o impotenza conoscitiva – in una sorta di compromesso fra l’accettazione delle regole tradizionali (la realtà costituita) e la loro infrazione (l’incapacità di identificarsi in essa). Se si pensa che gli Ossi uscirono nel 1925 nelle edizioni di Piero Gobetti, questa incapacità di identificazione suona anche come rifiuto di una data condizione storica, quella determinata dal fascismo. Le rime: In questo testo le rime sono costanti, ma non garantiscono un sistema di chiusura perfettamente compiuto, lasciando sussistere, per così dire, qualche smagliatura o apertura (la rima ipermetra ai vv. 6-7 « amico » / « canicola »; la variazione del loro ordine nella terza strofa). La misura dei versi: Analogamente gli ultimi due versi di ogni strofa hanno il ritmo e la misura dell’endecasillabo (la «e » con cui inizia il v. 7 può essere riassorbita dal verso precedente). Diverse le misure dei versi iniziali: più lunghi nella prima e terza strofa, come se assecondassero la faticosa articolazione del pensiero; più brevi nella seconda, quasi per rendere la « sicurezza” della figura che rappresentano, ma anche, si direbbe, per sbrigarsene più rapidamente, in quanto estranea all’universo concettuale del poeta. Da segnalare, infine, l’intensità coloristica della rima baciata « fuoco » / « croco », che sottolinea, per contrasto, la negatività conoscitiva della proposta montaliana, che non porta con sé nessuna luce di speranza.

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