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GIOVENALE

GIOVENALE

Di Decimo Giunio Giovenale non abbiamo molte notizie biografiche, D’altra parte l’autore, nella sua opera, non è particolarmente generoso di dati autobiografici a differenza di Marziale, che ama parlare spesso di sé al lettore. Giovenale nacque ad Aquino, una città d’ origine volsca legata alla tradizione della provincia italica, fra il 50 e il 60 d.C. Da qualche riferimento indiretto che si legge in alcuni epigrammi a lui indirizzati dall’amico Marziale, si potrebbe evincere che egli vide la luce sotto il principato di Claudio o agli inizi di quello neroniano.

La famiglia era plebea, ma non priva dì mezzi: infatti il poeta potè pagarsi a Roma gli studi di grammatica e di retorica ed egli stesso afferma che possedeva un podere nella natia Aquino, uno a Tivoli e una casa propria. Compì il servizio  militare e ricopri il grado di trìbunus militum; ebbe anche la carica sacerdotale di flamen dialis. A Roma, Giovenale non visse nel lusso:

Marziale lo raffigura preso e compreso dalla sua attività di avvocatuccio e in perenne attesa nell’anticamera dei signori. Sicuramente Giovenale, oltre che avvocato, fa anche retore e declamatore, e probabilmente, almeno per qualche tempo, fece il maestro di scuola.

Alla poesia arrivò tardi, solo dopo la morte di Domiziano (96 d.C.), cioè intorno ai quarant’anni. Prima si era forse sentito condizionato dal clima pesante dovuto all’atteggiamento di quel principe e dei suoi collaboratori. Tuttavia neppure sotto Traiano e Adriano dovette avere vita facile né godere del tutto di libertà espressiva: pare infatti che da uno due dire sia stato allontanato da Roma, con un incarico militare in Egitto o in Caledonia. Della sua attività letteraria non si fa alcun cerino negli epigrammi di Marziale. Il temperamento di Giovenale dovette risentire assai sia della «infelicità» dei tempi domizianei sia della vita complessivamente grama che fa costretto a trascorrere, e infine anche dell’ amara delusione avvertita dinanzi alla sempre crescente corruzione dei costumi, particolarmente grave agli occhi di chi, come lui, proveniva dal sano mondo della provincia. Questo stato d’animo è la premessa psicologica su cui si fondano i temi e il tono delle sue satire. Giovenale morì nel decennio compreso tra il 130 e il 140 d.C., più che ottantenne.

L’attività letteraria

«Con Giovenale, giunto al secolo della rinnovata prosperità, ma ancora tutto schifato dalla corruzione del periodo domizianeo, e memore delle lussurie di Agrippina e delle crudeltà di Seiano, la satira latina chiude il suo ciclo. Dei quattro moralisti, Fedro, Persio, Marziale, l’ultimo, Giovenale, è quello che viene meno alle premesse di obiettività che pure i suoi predecessori avevano rispettato. La voce della coscienza, pessimistica e rinunciataria nel liberto Fedro, angolosa e schiva nello stoico Persio, accomodante nel sognatore Marziale, che spera ancora in un mondo migliore, in un domani più felice, tace in Giove­nale. Manca in lui la base filosofica di Persio, la dirittura morale di Fedro o l’ameno il buon senso di Marziale. I suoi toni sono quelli dell’ invettiva, dello scherno, della collera» (DELLA CORTE). Questo è il carattere della satira di Giovenale nell’evoluzione del genere in età’ imperiale; una satira, dunque, amareggiata e risentita, che muove dall’accoramento dell’uomo e non del politico e proprio per questo è satira sociale e non satira politica. Le satire dì Giovenale sono sedici in esametri dattilici (l’ultima e incompiuta), suddivise in cinque libri e disposte in ordine cronologico. La prima può essere considerata come premessa a tutte le altre e come la motivazione della scelta della satira da parte del poeta: in un’ età che si lascia affascinare dalle recitazioni di una poesia mummificata, in una società tarlata dal vizio e dal malcostume difficile est saturam non scribere. I ricchi sono immorali, le donne adultere, tutti i valori sono sovvertiti: quid referam quanta siccum iecur ardeat ira? (v. 45). Eppure è pericoloso gridare ai quattro venti la propria rabbia contro i viziosi, i corrotti, gli ingiusti, ancora in vita: dunque, Giovenale sceglie di prendersela solo con i morti (I,170ss.) Nelle altre satire i temi sono vari, come del resto è proprio della tradizione del genere satirico fin da Lucilio, ma tutti affrontati con il tono moralistico di cui si è detto prima.  Giovenale attacca dunque gli immorali ipocriti (Il), i diso­nesti e gli arrivisti, i maleducati e i malviventi (III) deride gli adulatori, che si danno un gran da fare per risolvere i piccoli problemi dei potenti, come accadde quando a Domiziano che si trovava ad Alba, fu portato un grossissimo pesce rombo, che non entrava in nessun tegame, cosicché i componenti del Consilium principis, riuniti in una seduta straordinaria, decisero di far costruire un tegame adatto al bisogno (IV); descrive la condizione dei clienti e immagina ciò che avverrebbe se, per assurdo, a un certo momento le parti, quella del patrono e quella del cliente, potessero invertirsi (V); passa in rassegna i vizi delle dorme attraverso una serie di immagini cariche di realismo (\’l, la più lunga e una delle più note); ritrae la professione dei poeti, squattrinati e quasi mai gratificati, a causa della tristezza dei tempi e dello scarso credito accordato loro (VII); considera che non sempre le origini illustri si traducono in nobiltà di sentimenti e di azioni, e viceversa, e sostiene che ciò che conta davvero è la dignità e il merito della persona (VIII); descrive quanto siano ripugnanti gli effeminati ricchi ed avari, i cui vizi non possono essere taciuti neppure a caro prezzo {IX) Si chiede quale sia il vero bene fra tanti idoli come la ricchezza, la potenza, la bellezza e la longevità, e riflette su che cosa si debba chiedere agli dei, e alla fine conclude: orandum est ut sit mens sana in corpore sano (X) attacca tutti quelli che si macchiano di peccati di gola e che vivono per mangiare (XI); accusa quanti hanno un falso senso di devozione verso gli dei, mentre realmente sarebbero pronti a far chissà cosa pur di accaparrarsi un’ eredità(XII) lamenta l’impunito agire dei truffatori, sempre più numerosi, ma che alla fine sono tormentati da rimorsi cocenti (XIII); osserva che la crisi dell’educazione dei ragazzi in parte va attribuita alla mancanza di buoni esempi (XIV); gli uomini certe volte sono più crudeli delle bestie e son capaci di arrivare persino al cannibalismo, com’è accaduto recentemente in Egitto dopo una lite violenta (XV); in un’età come quella in cui il poeta vive, molti sono i privilegi accordati ai militari (XVI, satira incompleta).

Nel succedersi delle satire, la cui disposizione riproduce, come si è detto, l’ordine cronologico, è riscontrabile un’evoluzione: le prime, all’incirca fino all’ottava o alla decima, sono caratterizzate da toni più aggressivi e presentano attacchi senz’altro più personali, mentre le altre via via appaiono più stemperate e più profondamente meditate: il poeta qui mira a colpire l’uomo in genere e i suoi vizi, risentendo maggiormente delle influenze della diatriba stoico-cinica e pervenendo a un atteggiamento più ironico e distaccato rispetto all’incontenibile sdegno dei primi componimenti.

Tuttavia ad una visione complessiva l’opera di Giovenale si caratterizza soprattutto per un sentimento (di indignazione e di disprezzo nei confronti di tutto e di tutti che scaturisce essenzialmente da un conservatorismo di origine etica e che lo conduce lungo i sentieri, troppo spesso battuti dalla cultura romana, della trasfigurazione ideale del tempo passato.

La lingua

A differenza della satira oraziana che, affrontando tematiche connesse con la realtà quotidiana, non perde mai il suo carattere pacato e sorridente e di conseguenza usa un linguaggio umile e familiare (non a caso Orazio chiamò ser­mones le sue satire), la satira di Giovenale, intendendo trattare una realtà straordinariamente ed eccezionalmente viziosa, tende ad acquistare i toni patetici propri della tragedia e di conseguenza adotta un linguaggio «alto» più vicino a quello della tragedia che a quello della satira. Il suo stile così rivela una chiara predilezione per le immagini iperboliche, per le espressioni poco frequenti, per i vocaboli non comuni e sicuramente in questo genere di scelta stilistica e lessicale influì non poco la sua solidissima formazione retorica e la sua consuetudine con le declamazioni. Ma sarebbe troppo riduttivo costringere lo stile di Giovenale esclusivamente dentro i limiti del tono tragico e declamatorio. Il Nostro, infatti, sa anche toccare le corde ora del linguaggio crudo e realistico, ora di quello popolare e plebeo e talvolta anche di quello osceno, specialmente nei momenti in cui la sua indignatio raggiunge il livello più alto, come accade, per esempio nella VI satira allorchè marchia con parole di fuoco la turpe libidine di Messalina la meretrix augusta che la sera esce dalla reggia e dà sfogo ai suoi insani piaceri nei lupanari.

Giovenale:       un poeta o un declamatore?

La personalità poetica di Giovenale è stata nel tempo variamente discussa; tra i moderni si profilano due tendenza opposte: gli uni vorrebbero vedere in Giovenale un poeta autentico e sincero, gli altri sarebbero propensi a parlare di Giovenale come di un letterato e di un declamatore, condizionato dalla sua formazione retorica e incapace di esprimere una poesia sincera e fresca. Certo non è facile giungere ad una valutazione esatta della statura artistica di Giovenale, poeta che per, sua costituzione sfugge ad ogni tentativo di schematizzazione, che si scaglia sia pure con toni di diversa intensità, contro il vizio, ma che preferisce parlare dei morti anziché dei vivi, che si rivolge al passato ammiccando al presente. D’altra parte le sue satire sono disseminate di immagini vive  cariche di realismo {valga per tutte l’esempio della famosa sesta satira, per tacere delle altre), che non possono essere sbrigativamente liquidate come espressione affettata di un retore. Semmai, a Giovenale mancano le manifestazioni più dirette di una profonda umanità, come la comprensione del proprio simile, l’indulgenza, preso com’è dal suo pessimismo e dal suo moralismo intransigente. A ciò si contrappone un uso assai libero della parola, che ricorre frequentemente a termini e ad espressioni volgari e popolaresche, uno stile non di rado contorto e difficile.

Giovenale scrive le sue satire presentandosi come continuatore di Lucilio e di Orazio. A muovere la sua penna, come egli stesso dichiara, è l’indignazione che gli provoca lo spettacolo quotidiano della Roma dei suoi tempi. Nelle satire, quasi tutte ambientate nell’epoca di Domiziano, mentre la loro composizione risale agli anni del principato di Traiano e Adriano, le immagini della sua poesia, che illustrano i vizi del mondo contemporaneo, sono molto spesso cronologicamente “sfasate”: egli fornisce infatti una rappresentazione a tinte forti della vita del suo tempo, preferendo parlare, per motivi di prudenza, solo del passato recente.

Per comprendere i caratteri salienti dell’opera dell’ultimo autore di satire della letteratura latina è indispensabile soffermare l ‘attenzione sulla scelta letteraria e sulle ragioni, esposte nel componimento d’apertura, che spingono Giovenale a comporre i libri delle Satire. Egli vuole innanzitutto fornire la misura della sua reazione umana della sua incontenibile indignazione, di fronte allo spettacolo delle tante follie e dei tanti vizi della Roma della sua epoca, indignazione che lo porta ad un irrefrenabile desiderio di scrivere versi. I cinque libri di satire, per un insieme di sedici componimenti, hanno come tema dominante la decadenza dei costumi della sua epoca. Il suo intento non consiste comunque in un desiderio di restaurazione morale, il suo pessimismo gli impedisce infatti di credere nella possibilità di un cambiamento dell’uomo e della società; Egli scrive soprattutto per un suo sfogo personale, anche se la seconda parte dell’opera l’atteggiamento di Giovenale sembra mutare: il tono diviene meno aggressivo e più distaccato, accostandosi ai modi della diatriba;

sulla collocazione sociale dell’intellettuale: il poeta satirico di età imperiale è comunque poeta dell’individualità e dell’isolamento, del contrasto con una società in cui sente di non avere più alcuno spazio.

PFRCHÈ LA SATIRA?

Le Satire si aprono con un componimento che costituisce la cornice ideale dell’intera opera, in cui l’autore spiega le ragioni per cui compone satire. Egli è stanco di sentir cantare i miti di Teseo, Telefo o Oreste, ascoltare le interminabili recitazioni dei poeti epici che con scarsa originalità infarciscono di luoghi comuni le loro opere. La sua poesia vuole invece misurarsi nello stesso campo dell’antico Lucilio, cantando non le favole antiche ma il mondo che lo circonda: le mille follie e le aberrazioni della Roma imperiale dominata, come egli la vede e la descrive, dalla più completa immoralità.

‘Lo spettacolo che egli fornisce costituisce un punto di vista fortemente pessimista e conservatore, ma significativo dei tanti mali sociali della capitale. Di fronte a tale sconcertante quadro morale non gli è facile trattenersi dallo scrivere satire (difficile est saturam non scribere, v. 30) e, se anche dovesse mancare l’estro poetico, l’indignazione farà poesia (Ut natura negat, facit indignatio versum, v79). Non è dunque un intento moralistico censorio, come era stato per Persio, ad animare la poesia di Giovenale ma lo sdegno che gli impedisce di tacere di fronte alle trasformazioni sociali e culturali della sua epoca

 

MISOGINIA

La Satira VI, la più lunga della raccolta, è interamente dedicata ad un’invettiva contro le donne: “il documento più spietato, misogino e irritato della letteratura antifemminista antica” (M.Ramous).  L’occasione compositiva nasce dal desiderio del poeta di sconsigliare un amico, un certo Postumo, dal prendere moglie. La satira ha inizio con un lungo elogio della pudicizia che trova albergo nel mondo solo alle sue origini per tornarsene poi di soppiatto in cielo.

Egli dipinge una lunga galleria di ritratti femminili in negativo partendo dalla considerazione che non esistono donne caste e morigerate. La sobrietà romana è scomparsa da tempo e le matrone, persa ogni dignità, si invaghiscono di artisti e gladiatori. Quand’anche i loro costumi non siano corrotti, peccano di superbia e di desiderio di protagonismo, occupandosi di politica e di letteratura. “Meno digeribile invece è la donna che appena a tavola cita Virgilio, giustifica Didone pronta a morire, tira in ballo e confronta poeta a poeta” (v 434-436), afferma Giovenale, scagliandosi contro le donne che vogliono mostrarsi eloquenti e dotte. Una tale degradazione morale è la conseguenza della ricchezza, egli sostiene, che ha corrotto la sua epoca con gli eccessi più vergognosi.

La pudicizia non vive più sulla terra (Satira VI vv. 1~2O)

 

Credo Pudicitiam Saturno rege moratam

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in terris visamque diu, cum frigida parvas

praeberet spelunca domos ignemque laremque

et pecus et dominos communi clauderet umbra,

silvestrem montana torum cum sterneret uxor

frondibus et culmo vicinarumque ferarum

pellibus, haut similis tibi, Cynthia, nec tibi, cuius

turbavit nitidos extìnctus passer ocellos,

sed potanda ferens infantibus ubera magnis

et saepe horridior glandem ructante marito.

Quippe aliter tunc orbe novo caeloque recenti

vivebant homines, qui rupto robore nati

compositive luto nullos habuere parentes.

 Multa Pudicitiae veteris vestigia forsan

aut aliqua exstiterint et sub love, sed love nondun

barbato, nondum Graecis iurare paratis

per caput alterius, cum furem nemo timeret

caulibus ac pomis et aperto viveret orto.

Paulatim deinde ad superos Astraea

recessit hac comite, atque duae pariter fugere sorores.”

 

Certo:  al tempo del regno di Saturno la Pudicizia visse sulla terra e a lungo vi fu vista. Una spelonca gelida, quella allora la casa, tutto qui: focolare, Lari, padroni e bestie stretti insieme sotto lo stesso tetto.

E le spose. figlie dei monti, allora rabberciavano un rustico giaciglio con foglie, paglia e pelli di animali catturati sul luogo. Cinzia, Cinzia, quanto da te diverse quelle donne; quanto diverse anche da te, se la morte di un passero poté annebbiare i tuoi begli occhi;  donne che alla sete di figli ormai cresciuti ancora porgevano il seno, donne spesso più sgradevoli del marito stesso quando rutta le ghiande.

Nella primavera del mondo, sotto un cielo appena dischiuso, come vivevano diversamente gli uomini, usciti da cretti di quercia, impastati di fango, senza che nessuno li generasse: forse con Giove ancora qualche traccia dell’antico pudore resistette, molto o poco che fosse; ma certo solo finché Giove non mise barba e non esistette greco pronto a giurare sulla testa degli altri, finché nessuno pensò di cintare i campi nel timore che i ladri gli svuotassero vivai e frutteto. Ma poi insieme a Pudicizia quasi di soppiatto in cielo se ne tornò Astrea: così, fianco a fianco,  sparirono le due sorelle.

 

1.Il   “tempo di Saturno’ indica la mitica età dell’oro in cui gli uomini vivevano felici ed in piena armonia ed in cui la Pudicizia, figlia di Giove, viveva sulla terra onorata dagli uomini in numerosi templi.

  1. Giovenale cita due esempi letterari di donne molto diverse dal modello della donna romana delle origini. La prima è Cinzia, cantata da Properzio nelle sue elegie, l’altra è la Lesbia di Catullo.
  2. Astrea è la dea della giustizia, altra divinità che scompare presto dalla terra insieme alla Pudicitia

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