Ernesto Guevara

Ernesto Guevara

Ernesto Guevara


1928. Il 14 giugno nasce a Rosario, in Argentina, da Celia de la Serna ed Ernesto Guevara Lynch. Trascorre i primi due anni a Puerto Caraguatay, nella provincia diMisiones, sulle rive dell’Alto Paranà, ai margini della selva paraguaiana.

1930. A due anni contrae l’asma in forma cronica e la famiglia è costretta a trasferirsi in un clima asciutto. Viene scelta la cittadina di Alta Gracia sulla sierra di Còrdoba. Ernesto negli anni del liceo si guadagna una grande quantità di soprannomi. Non ha ancora i capelli lunghi e il famoso basco, ma un taglio a spazzola che gli fa guadagnare il nome di “EL PELAO”. Per i compagni del Colegio Nacional Dean Fuentes è “EL LOCO GUEVARA”, il pazzo Guevara, perchè si diverte a fare cose che sconvolgono insegnanti e compagni: il quarto anno riceve per ordine del rettore 10 ammonimenti per atti di indisciplina, e rischia l’espulsione. In effetti entra ed esce dalla scuola quando vuole, accende in classe sigarette antiasma, discute coi professori continuamente: i voti però sono buoni, i suoi interessi tantissimi e lui è molto intelligente, così alla fine dell’anno se la cava sempre. I ragazzi argentini in quel periodo giocano quasi tutti a rugby, una moda arrivata dall’inghilterra; non è lo sport ideale per un malato di asma ma, testardo com’è, Ernesto si mette a giocare a rugby, con gli “Estudiantes” di Cordoba. Il nome che si sceglie da rugbista è Fuser, l’abbreviazione di “Furibondo de la Serna”. Racconta Alberto , l’amico di sempre, che Ernesto è bravo nelle mischie, micidiale nel placcaggio e quando corre, con la difficoltà nel repirare che lo fa ansimare, terrorizza gli avversari…… Fonda anche una rivista di rugby, “Tackle” e firma gli articoli con il nome di “Chanco”, cioè maiale: è famoso per non lavarsi mai e si vanta di portare una maglia da rugby per25 settimane!. Suo padre racconta che in casa Guevara nessuno era mai stato particolarmente attento all’eleganza e dice che i suoi figli, più che vestirsi si buttavano qualcosa addosso. Nonostante questo stile un pò “trash”, piace moltissimo alle ragazze che sono affascinate dalla sua personalità come minimo originale. Di sera frequenta le “milongas” delle specie di balere dove ci si scatenava nelle danze di moda. Lui fa i suoi sforsi, ma tutti i suoi amici ricordano che è negato per la musica e non distingue un tango da una salsa ma invita le ragazze + bruttine perchè non facciano da tappezzeria.

1945-50. Termina il liceo e si trasferisce con la famiglia a Buenos Aires. Trova un lavoro come impiegato municipale e si iscrive alla facoltà di Medicina. Da paziente si trasforma in collaboratore nel laboratorio di un celebre allergologo, il dottor Pisani.

1951-52. Viaggia in motocicletta con l’amico Alberto Granado. L’obiettivo è la visita dei più celebri lebbrosari latinoamericani, ma il viaggio si rivela una fonte inesauribile di avventure ed esperienze. Abbandonata la motocilcletta in Cile, il viaggio continua attraverso il Perù e la Colombia, fino a Caracas, con ogni tipo di mezzi (inclusa una zattera sul Rio delle Amazzoni). Si conclude a Maiami nell’agosto del 1952, da dove Ernesto ritorna in aereo.

1953. Supera in pochi mesi la quindicina di esami residui e si laurea in medicina, con tesi di allergologia. Riparte in treno per un viaggio in America latina, insieme all’amico d’infanzia Calica Ferrer. Gli interessi originariamente archeologicici si trasformano mano mano in politici. A Laz Paz, in Bolivia, assiste a un momento di crescita inpetuosa del movimento operaio e contadino, sotto il governo di Paz Estenssoro. Per scelta politica decide di andare a conoscere un movimento analogo in Guatemala.

1954. In Guatemala da gennaio ad agosto. Partecipa attivamente al movimento sorto sotto il governo di Jacobo Arbenz, collaborando nel servizio sanitario e arruolandosi nelle brigate giovanili. Si avvicina agli ambienti del Pgt (il Partito comunista)e comincia a darsi una formazione marxista. Lo aiuta una giovane aprista di sinistra, la peruviana Hilda Gadea, della quale si innamora. La sposerà in Messico due anni dopo, avendone la figlia Hildita. Un’agressione di mercenari, organizzati in Honduras della Cia e guidati dal colonnello Castillo Armas, pone termine al movimento in Guatemala. Arbenz abdica senza reagire e Guevara deve rifugiarsi nell’ambasciata argentina.

1955-56. Ripara a Città del Messico, dove sopravvive alla meno peggio facendo il fotografo ambulante e il venditore di libri, finchè ottiene un posto nel reparto d’allergica dell’Ospedale generale. Termina alcune pubblicazioni scientifiche e riprende con vigore gli studi di marxismo. Conosce il gruppo degli esigliati cubani e si arruola come medico nella spedizione che preparano sotto la guida di Fidel Castro, l’eroe del Moncada. Partecipa ai corsi all’accampamento cubano e all’addestramento militare sotto la guida di un fuoruscito della Guerra civile spagnola, il gen. Bayo. L’accampamento viene scoperto e il Che è arrestato con gli altri cubani. Per la loro scarcerazione compie uno sciopero della fame in prigione. Vi resta più a lungo degli altri (57 giorni). Liberato, salpa col “Granma” da Tuxpàn, il 25 novembre, e sbarca a la Playa de las Coloradas, il 2 dicembre.

1957-58. Sono gli anni della guerra rivoluzionaria. Costruisce la Seconda colonna che si forma a partire da quella diretta da Fidel. Sulla Sierra Maestra organizza il “territorio libero” di El Hombrito. Dirige, nella fase finale, una delle colonne che devono realizzare l’invasione della Sierra all’Avana:campagna di Las Villas e vittoria nella battaglia di Santa Clara.

1959. Membro del governo rivoluzionario, diventa cittadino cubano. A giugno sposa Aleida March, dalla quale avrà quattro figli: Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto. Tra giugno e settembre dirige una delegazione economica all’estero, in Egitto, India, Giappone, Indonesia, Sri Lanka, Pakistan, Jugoslavia, Marocco. Al ritorno è posto a capo del Dipartimento di industrializzazione dell’Inra (Istituto per la riforma agraria). A novembre è nominato Presidente della Banca nazionale.

1960. A ottobre-novembre compie una visita ufficiale in Cecoslovacchia, Urss, Cina, Corea, Rdt. Comincia ad occuparsi fondamentalmente di problemi economici.

1961-64. Dirige per quattro anni il Ministero dell’industria (Minind). E’ la sua attività principale, insieme a corsi di formazione (per se stesso, nelle materie necessarie al Ministero), viaggi diplomatici all’etero e una ricca produzione teorica in vari campi. Ad agosto del 1961 dirige la delegazione cubana alla Conferenza degli Stati americani a Punta del Est, in Uruguay. Durante la Crisi dei missili, nell’ottobre 1962, gli viene affidato il comando della difesa sul fronte occidentale (Pinar del Rìo). Nel 1963-64 darà il via e animerà il celebre “Dibattito economico”- su la legge del valore, i criteri della pianificazione, i rapporti tra economia di mercato e socialismo. Ne uscirà sconfitto, ma dopo aver dato prova notevoli capacità teoriche e profonda ispirazione democratico-rivoluzionaria. A luglio del 1963 compie un’importante visita nell’Algeria di Ben-Bella. A marzo-aprile del 1964 dirige la delegazione cubana alla conferenza di commercio e sviluppo convoca dall’Onu a Ginevra. A novembre del 1964 è a capo della delegazione cubana che a Mosca partecipa ai festeggiamenti per il 47° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. E’ il suo terzo e ultimo viaggio in Urss. Il 9 dicembre pronuncia un discorso a New York, all’assemblea dell’Onu e pochi giorni dopo proclama apertamente le proprie posizioni rivoluzionarie sull’America latina. Parte successivamente per un lungo viaggio in vari paesi africani. Il primo è l’Algeria.

1965. Tra gennaio e marzo visita Mali, il Congo Brazzaville, la Guinea, il Ghana, il Dahomey, la Cina, la Tanzania. Il 24 febbraio interviene al Secondo seminario economico di solidarietà afroasiatica di Algeri, dove denuncia lo sfruttamento mondiale dell’imperialismo, ma anche il profitto che i paesi “socialisti” ricavano dai meccanismi dello scambio ineguale. Si reca poi in Egitto dove pronuncia, accanto a Nasser, il suo ultimo imtervento pubblico. Il 14 marzo rientra all’Avana, accolto dai massimi dirigenti. E’ l’ultima volta che compare in pubblico. Ad aprile si reca segretamente in Congo, passando per la Tanzania (dove giunge il 19 aprile), alla direzione del gruppo di cubani incaricati di aiutare militarmente la guerriglia congolese. Vi resta sino alla fine di novembre. Dall’Africa, fermandosi in uno dei paesi dell’Est, torna clandestinamente a Cuba e si dedica alla preparazione della spedizione boliviana.

1966. Ai primi di novembre compare in Bolivia, sotto falso nome e senbianze irriconoscibili. Raggiunge la zona operazioni della guerriglia e comincia a tenere un diario.

1967. Il 17 aprile viene reso pubblico il testo del “Messaggio alla Tricontinentale”più noto col nome: “Creare 2, 3, molti Vietnam!”. Le agenzie di stampa cominciano a parlare della presenza del Che il bolivia. Il 7 giugno il governo boliviano di Barrientos dichiara lo stato d’assedio. Il 24 giugno viene repressa nel sangue la rivolta dei minatori di Catavi e Huanumi. La guerriglia riporta qualche successo militare. Ma si divide in due gruppi che non riusciranno più a ricongiungersi. Il 31 agosto, a Puerto Mauricio, attraverso il Rìo Grande, viene distrutto in un’imboscata il gruppo Joaquìn, di cui fa parte anche “Tania la guerrigliera”. Il 26 settembre, nella zona di Valla Grande, il gruppo del Che cade in’imboscata. L’8 ottobre, alla Quebrada del Yuro, il gruppo è accerchiato e il Che, ferito alle gambe, viene catturato. Trasferito nella scuola del villaggio de La Higuera, viene interrogato e poi lasciato per una notte senza cure. Al mattino del 9 ottobre viene ucciso a sangue freddo, per decisione ufficiale del governo. Il suo cadavere viene trasportato in elicottero a Valle Grande, esposto al pubblico e successivamente sepolto in un luogo, rimasto per molti anni “ufficialmente” segreto, nei pressi dell’aeroporto di quella stessa città. Il mondo, incredulo, attende la conferma della morte, che viene data da Fidel Castro, il 15 ottobre. In varie parti del mondo – ma sopratutto in Europa occidentale e nelle Americhe – la notizia della sua morte è accompagnata da manifestazioni combattive e di massa.

Ernesto Che Guevara viene assassinato a La Higuera (Bolivia) il 9 ottobre 1967 alle 13:10 .

Farla finita col Che è per gli Stati Uniti e in special modo per la CIA un vecchio progetto, che risale ai tempi della Baia dei Porci. La CIA afferma regolarmente, fin da quel tentativo d’invasione abortito, che i giorni della rivoluzione cubana sono contati, e ha progettato un piano denominato “Cuba” (che rientra sotto la mastodontica e famigerata “Operazione Mangusta”), destinato ad eliminare, tra gli altri, Fidel, Raúl e il Che. Già nel gennaio del 1962 McGeorge Bundy, consigliere della presidenza per la sicurezza nazionale, Alexis Johnson per il Dipartimento di Stato, Roswell Gilpatrick per il Pentagono, John McCone per la CIA e Lyman Lemnitzer per lo Stato Maggiore sono stati riuniti nell’ufficio del Segretario di Stato per essere informati che il progetto “Cuba” era considerato PRIORITARIO. La decisione di sopprimere il Che era già stata presa da tempo, molto prima della Bolivia… Viene deciso che il boia deve essere il sottufficiale Mario Teran, che però anche se si era offerto volontario, sul momento di agire non riesce ad uccidere il Che a sangue freddo. Gli ufficiali e l’agente della CIA Felix Rodriguez lo fanno bere, ma anche sbronzo Teran non riesce ad uccidere il Che, perchè sparando con il suo mitra Uzi di fabbricazione belga riesce solo a ferirlo gravemente. Una pallottola al cuore lo finisce, colpo di grazia che nessuno dei presenti rivendicherà, e che il rapporto segreto del G2 cubano attribuirà a Félix Ramos. Da La Higuera il corpo viene trasportato in elicottero (la barella col cadavere sarà legata ad un pattino) fino a Valle Grande che raggiungerà verso le 16:30. Poi il cadavere viene portato in una lavanderia che servirà da obitorio. Viene lavato dalle infermiere di guardia Susanna Osinaga e Graciela Rodríguez, prima che i medici José Martínez Osso e Moisés Abraham Baptista si occupino dell’autopsia. Il giorno dopo, il 10 ottobre 1967, il corpo viene esposto nell’obitorio per le fotografie di rito per poi tenere una conferenza precisando che il Che è morto in battaglia per le ferite causate da un’imboscata dell’esercito, affermazioni che verranno subito smentite da molte voci e da molte contraddizioni tra i diversi racconti dei vari militari.

“Verso le sette e mezzo di sera, Ernesto Guevara entrò per la seconda volta in vita sua, questa volta sconfitto, nel villaggio di La Higuera, un misero agglomerato di non più di trenta case di mattoni e cinquecento abitanti, che doveva il proprio nome al fatto che un tempo vi abbondavano i fichi, ormai scomparsi; un villaggio isolato, a cui si accede soltanto per una mulattiera non carreggiabile. La Higuera, un luogo in cui, secondo la credenza contadina, solo le pietre sono eterne. Fuori dal paese si sono raggruppati alcuni abitanti intimoriti. Una donna anziana, vent’anni dopo, racconterà che vide passare il Che al centro di una processione davanti a casa sua a La Híguera, e che poi se lo portarono via in cielo… con un elicottero, dirà alla fine, quasi accettando la spiegazione che le hanno dato tante volte e che le sembra inconciliabile col fatto che se ne andò via in cielo.

Lo stanno aspettando il maggiore dei ranger Ayoroa e il colonnello Selich, arrivato in elicottero. I prigionieri e i morti della guerriglia sono condotti alla scuola, un edificio di mattoni crudi e tegole di altezza irregolare, con soli due locali separati da un tramezzo a cui si accede direttamente dall’esterno, pareti scrostate e porte di legno fuori squadra abbondano nella costruzione di mattoni e calce. In uno dei locali rinchiudono Simón con i cadaveri di Olo e René, nell’altro il Che, a cui danno un’aspirina per alleviare il dolore della ferita. Il Cinese, Juan Pablo Chang, ferito al volto, raggiungerà i detenuti. E’ stato arrestato nello stesso momento o in un secondo tempo? Le versioni sono contraddittorie. Il capitano Gary Prado invia lo stesso messaggio che ha ripetuto per tutto il pomeriggio, questa volta al telegrafo. Sono le otto e trenta di sera: “Papà ferito”. Poi, insieme al maggiore Ayoroa e al colonnello Selích, esamina il misero contenuto dello zaino del Che: dodici rullini fotografici, due dozzine di carte geografiche corrette dal Che con matite colorate, una radio portatile, due libretti di codici, due taccuini con copie dei messaggi ricevuti e inviati, un quaderno verde di poesie e un paio di quaderni (diari?) zeppi di appunti scritti con la fitta e frettolosa calligrafia del Che. Alle nove Selich chiede telefonicamente istruzioni al comando dell’VIII divisione. Dieci minuti dopo gli rispondono: “Prigionieri di guerra devono restare vivi fino a nuovi ordini comando superiore”. Un’ora più tardi arriva un nuovo messaggio da Vallegrande: “Tenga vivo Fernando fino a mio arrivo domattina presto in elicottero. Colonnello Zenteno”. Intanto, a La Higuera, i tre ufficiali superiori cercano di interrogare il Che. Non ottengono nulla, rifiuta di parlare con loro. Prado racconta che Selich gli disse, “Che ne direbbe di raderlo, prima?”, mentre tentava di strappargli la barba, e che il Che lo colpisce con una manata.