DINO CAMPANA BIOGRAFIA

DINO CAMPANA BIOGRAFIA

Dino, Carlo, Giuseppe Campana nasce il 20 agosto del 1885 a Marradi, provincia di Firenze, da Giovanni Campana e Francesca Luti.Gli anni scolastici della sua vita scorrono fra le elementari a Marrani e il collegio all’Istituto Salesiano di Faenza dove frequenta anche le classi ginnasiali, sostenendo gli esami di terza e quinta presso il locale Ginnasio-Liceo E.Torricelli. Il risultato finale di prima liceo è disastroso: nell’esame di luglio risulta insufficiente in tutte le materie salvo italiano e filosofia, (ma anche in queste due materie era stato presentato con cinque nello scrutinio di fine anno). Ad ottobre è respinto.Secondo il padre intorno al 1901 inizia a manifestare “impulsività brutale e morbosa” nei confronti dei familiari, soprattutto della madre,donna molto silenziosa, spesso irritata, che mostra a sua volta dei segni d’instabilità mentale. Dino si trasferirà poi al liceo di Carmagnola (Torino) dove si diplomerà nella sessione estiva con una votazione discreta. Dino Campana viene in pratica rifiutato dalla madre dopo la nascita del secondo figlio, inoltre i rapporti fra i genitori del Campana non erano buoni,dopo qualche anno di convivenza il rapporto s’incrinò, essendo inconcepibile la separazione in quel periodo, la vita familiare divenne tesa. La madre in pratica non lo sopporta, in questo contesto il padre, un maestro elementare, ne è talmente disturbato che un giorno, di sua iniziativa, andò all’ospedale psichiatrico di Imola e per parlare con un certo Brugia, direttore dell’ospedale, il quale gli prescrisse delle misteriose polverine. Dirà poi Giovanni Campana, il padre, che queste polverine, che possiamo ben immaginare cosa fossero, gli restituirono “la serenità e la felicità”. Purtroppo però queste polverine non poterono essere somministrate al figlio né alla moglie, e i contrasti tra i due si inasprirono con gli anni.
Durante l’estate del 1903 sostiene le prove scritte dell’esame d’ammissione al Corso allievi ufficiali, il 24 novembre s’iscrive all’Università di Bologna, facoltà di scienze, corso di laurea in chimica, nel dicembre dello stesso anno viene ammesso all’Accademia militare di Modena. Il 4 agosto del 1904 “cessa l’attività di allievo ufficiale per non aver superato gli esami al grado di sergente”, il 20 dicembre dello stesso anno ottiene il passaggio dall’università di Bologna a quella di Firenze. A Firenze abita a casa dello zio Francesco ma non sostiene nessun esame, a fine anno torna a Bologna sotto la sorveglianza dello zio Torquato e del padre, in quell’anno improvvisamente decide di fuggire,e sale su un treno diretto a Milano ma a metà del percorso è costretto a scendere, fermato dalla polizia viene rispedito a Marrani. Il 10 Maggio il padre lo accompagna da un clinico illustre, il professor Vitali, perché lo visite e ne disponga l’internamento appena compiuti il ventunesimo anno d’età. L’atto più atroce di questa vicenda è una dichiarazione giurata in cui Giovanni Campana e alcuni notabili marradesi, tra cui un medico e un farmacista, rendono di fronte al sindaco di Marradi alla vigilia del compimento della maggiore età da parte di Dino, attestando che è matto, ha comportamenti violenti specie nei confronti della madre e deve quindi essere sottoposto a cure psichiatriche. Ma Dino, prima dell’internamento, fugge nuovamente: va a Milano, poi nel Canton ticino, poi in Francia; da lì viene rimpatriato. Il 5 settembre del 1906 , ventuno anni compiuti da meno di un mese, il pretore di Marrani ne dispone l’internamento nel manicomio di Imola. La madre ne è contentissima, e pensa che solo lì Dino potrà guarire, ma non va a trovarlo una sola volta. Un paio di volte ci va invece il padre, che si lascia forse commuovere, dalle condizioni disumane in cui vive il figlio e chiede a Brugia di portarlo via, firmando una documento nel quale si assume la completa responsabilità di qualsiasi azione del ragazzo e dichiara di portarlo in campagna, dove predisporrà un ambiente adatto ad accoglierlo. Finisce così il primo di molti e spesso lunghi periodi di internamento, durato un paio di mesi. Dino Campana è ormai ufficialmente matto, e d’ora in poi i suoi compaesani cercheranno con ogni mezzo di liberarsi della sua fastidiosa presenza. Di buon grado, dunque, la questura gli rilascia, l’anno dopo, un passaporto speciale per Buenos Ayres. Che fosse un poeta, a quell’epoca, non lo immaginava nessuno. Lui scriveva, forse già da qualche anno, versi, pensieri e prose su un quaderno che verrà ritrovato e pubblicato da un suo biografo molti anni dopo, rivelando come alcune idee portanti e centrali della poetica campaniana fossero presenti fin dall’inizio nei suoi scritti, venendo poi costantemente rielaborate in vista della composizione del libro unico, i Canti Orfici appunto. L’avventura nel nuovo mondo dura poco: in gennaio Campana è mozzo su una nave diretta ad Anversa, poi finisce in un manicomio belga dove rimane qualche mese mentre le autorità locali e quelle italiane se lo palleggiano. Infine, con viva delusione dei suoi concittadini, torna a casa. In settembre compie, a piedi, un pellegrinaggio da Marradi al santuario della Verna, luogo delle stigmate di Francesco d’Assisi. Il diario di quel viaggio diventerà più tardi il terzo blocco dei Canti Orfici, un poema in prosa che esemplarmente riassume la poetica campaniana. Il viaggio, innanzi tutto; quel trovarsi solo al confronto con una terra inizialmente carica di storia e poi, man mano che si sale, sempre più nuda coi suoi colori vergini nell’aria rarefatta. E sulla sommità, d’improvviso spazzata dalle nebbie, ritrovare lo stupefacente nitore di colori e contorni, ritrovare l’uomo finalmente restituito a se stesso.
Di ritorno dalla mistica esperienza della Verna, Dino riprende a girovagare tra Firenze, Genova e Bologna. Intanto, nel 1912, pubblica per la prima volta alcuni testi su un giornale studentesco; l’anno dopo decide di mettere in bella copia le “novelle poetiche e poesie” che sta scrivendo da un decennio. Vuole trovare un editore.
Nel 1913, a Genova, gli capita tra le mani un numero di Lacerba, rivista fiorentina diretta dai futuristi Soffici e Papini. Ne rimane vivamente impressionato, tanto da cercare un contatto più diretto con loro. I programmi esposti nella rivista gli parevano quanto di più congeniale ci fosse alle sue medesime aspirazioni: spazzare via l’arte del passato, fatta di vuoti sentimentalismi e ossequi a schemi formali ormai vuoti (Uccidete il chiaro di luna! era una delle parole d’ordine del futurismo); creare un’arte nuova, a misura di un mondo dominato dalle scosse elettriche e dalla rapidità e quindi libera da regole grammaticali e di bello stile. Tutto ciò piace molto a Campana, che infatti scrive a Papini: “La vostra speranza sia: fondare l’alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze nelle città elettriche delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze”. Spinto dall’entusiasmo lascia Genova per Firenze, dove intende incontrare i fondatori della nuova arte. E in effetti li incontra, ne riceve generiche parole di apprezzamento unite al sottinteso fastidio di chi vuole lasciar intendere di avere ben altro da fare. Ugualmente consegna a Papini e Soffici il suo manoscritto, il suo tesoro. Loro lo sfogliano, lo spostano, lo trasportano, e infine lo perdono. Salterà poi fuori, nel 1971, nella soffitta di casa Soffici. Ironia della sorte, si intitolava Il più lungo giorno e conteneva, in forma meno elaborata, il nucleo essenziale dei Canti Orfici.
>>Nel 1914 va in Svizzera a lavorare come stagionale, ma a maggio ha un incidente con la polizia e viene espulso, il 7 giugno a Marrani stipola un contratto con un tipografo per la stampa di mille copie dei Canti Orfici, ma a causa della dedica “a Guglielmo II imperatore dei germani” e del sottotitolo che parla della “tragedia degli ultimi dei germani in Italia”, la polizia s’interessa allo scritto e Dino fugge in Sardegna.
Nel 1915 si presenta al distretto militare di Firenze come volontario per andare al fronte, veste la divisa con il grado di sergente ma dopo pochi giorni viene rispedito a Marradi, dove passerà un mese e mezzo in ospedale, ufficialmente per nefrite, molto probabilmente per sifilide.
Nel 1916 soffre di emicranie notturne e di idee ossessive, rivuole dopo anni il manoscritto che Papini e Soffici gli hanno smarrito, ha incidenti con la polizia, sfida a duello il direttore de “Il Telegrafo” ma non trova due padrini pronti a rappresentarlo. Ha un’avventura con una tale Anna dalla quale ottiene di poter soggiornare a Casetta di Tiara. A giugno riceve la visita della scrittrice Sibilla Aleramo, con la quale aveva avuto uno scambio epistolare. Sibilla Aleramo, scrittrice femminista ante-litteram copiosamente inserita nella famosa industria del cadavere. Lei ha quarant’anni e un passato davvero avventuroso: divorziata dal marito, perso l’affidamento del figlio, è già stata amante di Cardarelli, Boccioni, Boine e svariati altri esponenti della cultura italiana del tempo; per finire, vanta amicizie illustri come quella con il critico Emilio Cecchi (uno dei primi a dir bene di Campana). A questo incontro ne succedono altri dove iniziano le scenate indecorose. Sibilla nel 1917 accompagna Dino Campana da un famoso psichiatra, a seguito del colloquio fra Campana e il dott. Tanzi, i due si separano. Ma A febbraio Dino riceve da Sibilla lettere di “straziante passione”, parte per raggiungerla ma, sospettato d’essere un disertore viene introdotto nel carcere di Novara, verrà rilasciato dopo due giorni grazie alle conoscenze della Aleramo. A ottobre viene ricoverato per una visita di controllo ma da segn icerti di pazzia e viene rispedito a casa. Il 12 gennaio del 1918, per ordine del sindaco di Lastra, viene ricoverato d’urgenza all’ospedale psichiatrico di Firenze. Definitivamente internato Dino legge libri e giornali, si masturba e per un certo periodo lavora in cucina come sguattero, tema ricorrente dei suoi deliri è l’elettricità, al tempo usata per inibire comportamenti deviati (la masturbazione). Riceve ripetutamente le visite dello psichiatra Pariani, che è il suo aspirante biografo, che lui considera , nel suo delirio, un agente de Re d’Italia.Dal novembre del 31 da segni di miglioramento, chiede grammatiche delle lingue che conosce,progetta di uscire dal matrimonio e di trovare lavoro come interprete.ma il 27 febbraio s’ammala improvvisamente di una malattia misteriosa. Muore il primo Marzo.