CARLO EMILIO GADDA VITA E OPERE

CARLO EMILIO GADDA VITA E OPERE

CARLO EMILIO GADDA VITA E OPERE


La vita:

  • Nacque il 14 novembre 1893 a Milano, città dove compì gli studi, compresi quelli di ingegneria
  • Il 1909 fu segnato dalla morte del padre, che aprì un duro periodo di privazioni e di stenti
  • Combatté nella prima guerra mondiale, durante cui fu fatto prigioniero in Germania
  • A Firenze, pubblicò i primi scritti (1926-1935) sulle riviste più all’avanguardia della cultura italiana, il Solaria e la Letteratura
  • Durante gli anni ’50 lavorò a Roma come responsabile culturale dei programmi RAI
  • Morì a Roma il 21 maggio 1973

La formazione e le idee:

  • Formazione segnata dalla tradizione illuministica lombarda, con il culto della razionalità
  • Amore per l’ordine e per la razionalità che si fortifica per la critica situazione famigliare
  • I solidi valori della tradizione e la certezza di un ordine razionale da servire e difendere sono, agli occhi di Gadda, traditi dalla borghesia moderna, soprattutto a causa della Grande Guerra
  • Nasce quindi una pulsione sovvertitrice di infrangere l’ordine ingannevole della società borghese
  • Tanto l’ordine quanto il disordine attraggono e spaventano Gadda nella stessa misura
  • Difficoltà a organizzare la propria visione del mondo in un’ideologia coerente e solida: Gadda è quindi un grande interprete della crisi intellettuale (non più scrittore-vate o intellettuale-guida)

Il realismo, la deformazione linguistica, la miseria della letteratura:

  • Il mondo è visto come un groviglio caotico di cose e fenomeni
  • Il soggetto stesso è un elemento qualsiasi di disordine e irrazionalità: impossibilità di esprimere giudizi sulla propria soggettività, poiché è mosso e determinato da cause esterne
  • Il realismo gaddiano si ritrova nel porsi della scrittura quale conoscenza possibile della realtà
  • Per Gadda, l’unica realtà conoscibile per mezzo della lingua è la realtà linguistica
  • Ricostruzione delle relazioni mondane per mezzo del codice linguistico di ogni aspetto del reale
  • Frammentazione del linguaggio che rispecchia la frammentazione caotica della realtà
  • Originale realismo linguistico: la lingua diventa un doppio della realtà
  • Pastiche gaddiano: ricorso indiscriminato agli stili e ai linguaggi più diversi
  • Modello di riferimento: Manzoni romanziere con il suo realismo che rappresenta fedelmente la complessa fenomenologia del mondo tramite una lingua composita
  • Uso del dialetto per la sua vivacità e urgenza espressiva (tradizione dialettale: Porta, Dossi)
  • La rappresentazione della realtà per mezzo del linguaggio porta a un effetto centrifugo di inseguimento dei rapporti di causa-effetto all’inutile ricerca di un senso
  • Impossibilità di concludere: la letteratura non può organizzare in sistema la realtà
  • Rabbia contro i valori della tradizione non più praticabili dovuta al pessimismo e al senso di impotenza e di sconfitta
  • Unica funzione possibile della letteratura: registrare criticamente e conoscere l’assurdità e il caos del reale

Le opere in generale:

  • Il corpus dell’opera gaddiana si presenta come un caotico groviglio di abbozzi, tentativi, appunti disorganici, dove domina la legge dell’incompiutezza
  • Associazione dell’opera alla scrittura, in quanto entrambe rappresentano il caos ed esprimono la stessa impotenza di dominarlo

Le opere principali:

  • Giornale di guerra e di prigionia
  • Diario di guerra scritto tra l’estate del 1915 e la fine del 1919, pubblicato nel 1955
  • Rappresenta una denuncia contro la disorganizzazione e il degrado della guerra
  • Racconto italiano di ignoto del Novecento (s: 1924; p: 1983)
    • Narrazione di sangue della cronaca sociale-storico dell’Italia che sta cedendo al Fascismo
  • La meccanica (s: 1928-1929; p: 1970)
    • Satira della società milanese allo scoppio della guerra
    • Uso dell’espressionismo linguistico
  • La madonna dei filosofi(p: 1931)
    • Varietà tematica e virtuosismo stilistico
  • Il castello di Udine(p:1934)
    • Raccolta di frammenti e brani narrativi già pubblicati
    • Complessa costruzione dell’opera
    • Scritto di apertura: tendo al mio fine, importante in quanto viene celebrata l’inutilità sociale dell’uomo di lettere e il trionfo del non-senso e del nulla
  • Adalgisa(Disegni milanesi) (s: 1932-1936;p:1943)
  • Composta da dieci disegni, di cui protagonisti sono Milano e le classi sociali che la abitano
  • Sperimentalismo linguistico e stilistico: mescolanza di diversi codici (scientifico e letterario)
  • Cognizione del dolore (s:1938-1941; p:1963)
    • Vari spunti autobiografici: rapporto di amore e odio con la madre, la villa in Brianza, la

morte del fratello

  • Narrazione lirica: il protagonista, Gonzalo, rivela il suo contraddittorio rapporto con la

vecchia madre, la quale, alla fine dell’opera, viene uccisa

  • Satira di costume: critica al perbenismo e all’ipocrisia borghese
  • Stile barocco e grottesco, che rispecchia la visione di Gadda della realtà
  • Novità tematica del romanzo: rapporto madre/figlio, malattia e psicoanalisi –monologo di Gonzalo visto come un modo per trovare un’improbabile pace – come nel diario di Zeno-
  • Eros e Priapo (Da furore a cenere) (s:1946)
  • Critica del fascismo fondata sulla degenerazione del comportamento
  • Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (s: 1946; p: 1957)
    • Rovesciamento della struttura del romanzo giallo poiché la conclusione verte sulla sfiducia nell’autentica conoscibilità del reale: infatti le lunghe indagini del commissario Ingravallo, detto don Ciccio, non sono riuscite a smascherare l’assassino: a Gadda

non sta a cuore la risoluzione del giallo, ma la complessità degli avvenimenti.

  • Mescolanza di gerghi e dialetti

Brano tratto da “Accoppiamenti Giudiziosi”: L’incendio di via Keplero

Se ne raccontavano di cotte e di crude sul fuoco del numero 14. Ma la verità è che neppur Sua Eccellenza Filippo Tommaso Marinetti avrebbe potuto simultanare quel che accadde, in tre minuti, dentro la ululante topaia, come subito invece gli riuscì fatto al fuoco: che ne disprigionò fuori a un tratto tutte le donne che ci abitavano seminude nel ferragosto e la lor prole globale, fuor dal tanfo e dallo spavento repentino della casa, poi diversi maschi, poi alcune signore povere e al dir d’ognuno alquanto malandate in gamba, che apparvero ossute e bianche e spettinate, in sottane bianche di pizzo, anzi che nere e composte come al solito verso la chiesa, poi alcuni signori un po’ rattoppati pure loro, poi Anacarsi Rotunno, il poeta italo-americano, poi la domestica del garibaldino agonizzante del quinto piano, poi l’Achille con la bambina e il pappagallo, poi il Balossi in mutande con in braccio la Carpioni, anzi mi sbaglio, la Maldifassi, che pareva che il diavolo fosse dietro a spennarla, da tanto che la strillava anche lei. Poi, finalmente, fra persistenti urla, angosce, lacrime, bambini, gridi e strazianti richiami e atterraggi di fortuna e fagotti di roba buttati a salvazione giù dalle finestre, quando già si sentivano arrivare i pompieri a tutta carriera e due autocarri si vuotavano già d’un tre dozzine di guardie municipali in tenuta bianca, ed era in arrivo anche l’autolettiga della Croce Verde, allora, infine, dalle due finestre a destra del terzo, e poco dopo del quarto, il fuoco non poté a meno di liberare anche le sue proprie spaventose faville, tanto attese!, e lingue, a tratti subitanei, serpigne e rosse, celerissime nel manifestarsi e svanire, con tortiglioni neri di fumo, questo però pecioso e crasso come d’un arrosto infernale, e libidinoso solo di morularsi a globi e riglobi o intrefolarsi come un pitone nero su di se stesso, uscito dal profondo e dal sottoterra tra sinistri barbagli; e farfalloni ardenti, così parvero, forse carta o più probabilmente stoffa o pegamoide bruciata, che andarono a svolazzare per tutto il cielo insudiciato da quel fumo, nel nuovo terrore delle scarmigliate, alcune a piè nudi nella polvere della strada incompiuta, altre in ciabatte senza badare alla piscia e alle polpette di cavallo, fra gli stridi e i pianti dei loro mille nati. Sentivano già la testa, e i capegli, vanamente ondulati, avvampare in un’orrida, vivente face.