A SILVIA PARAFRASI DI GIACOMO LEOPARDI

A SILVIA PARAFRASI DI GIACOMO LEOPARDI


A Silvia fa parte della raccolta dei Canti leopardiani ed è una di quelle poesie che il poeta definisce “idilli”. Si tratta di composizioni legate al tema della memoria, in cui si contrappongono i ricordi di un

passato felice, in quanto animato da illusioni e speranze, e un presente ormai disperato, perché dominato dalla consapevolezza della negatività dell’esistenza.

In particolare, A Silvia, così come Il passero solitario e Il sabato del villaggio, appartiene ai “Grandi Idilli”, che furono scritti tra il 1827 e il 1830, quando il poeta, dopo essere stato a Milano, a Firenze e a Pisa, fu costretto da gravi problemi di salute a tornare nell’ “orribile notte” di Recanati.

In questo periodo della sua vita, il poeta elabora la sua visione del mondo più cupa ( pessimismo cosmico): la vità è dominata dal dolore, le speranze e le illusioni di felicità esistono solo per chi è giovane, a Leopardi non resta che il ricordo degli anni belli ormai fuggiti per sempre.

In questo contesto, quindi, Silvia è il simbolo della giovinezza, delle speranze e delle illusioni dell’adolescenza che muoiono di fronte alla scoperta della dura e amara realtà della vita che avviene nell’età adulta.

PARAFRASI

Silvia, ricordi ancora quel tempo della tua vita mortale, quando la bellezza risplendeva nei tuoi occhi ridenti e schivi, e tu, lieta e pensierosa, stavi per varcare la soglia della giovinezza?

Risuonavano le stanze silenziose e le vie vicine al tuo canto ininterrotto, quando, intenta ai lavori femminili, sedevi, felice di quell’indefinito futuro che immaginavi. Era il maggio odoroso e tu eri solita

trascorrere così la tua giornata.

Io, interrompendo di tanto in tanto gli amati studi e il lavoro letterario che mi costava tanta fatica, sui quali si consumavano la mia giovinezza e le mie migliori energie, dai balconi della casa paterna ascoltavo il suono delle tua voce e il rumore del telaio mosso dalla tua mano rapida, che stava faticosamente tessendo.

Guardavo il cielo sereno, le strade illuminate dal sole e i campi, e da questa parte il mare, lontano, e dall’altra parte i monti.

Nessuna parola umana può esprimere quello che io provavo nel cuore.

Che pensieri dolci, che speranze, che sentimenti, o Silvia mia! Come ci sembravano belli allora la vita umana e il destino!

Quando ripenso a quelle speranze così sconfinate, mi sento opprimere da un sentimento doloroso e disperato, e torno a dolermi della mia sventura.

O natura, o natura, perché nell’età matura non mantieni quello che hai promesso nella giovinezza? Perché tanto inganni i tuoi figli?

Tu, fragile creatura, prima che l’inverno inaridisse la vegetazione, moristi, assalita e sconfitta da una malattia nascosta nel tuo corpo. E non giungesti alla tua piena giovinezza; non ti intenerì il cuore la dolce

lode che gli innamorati avrebbero fatto dei tuoi capelli neri o dei tuoi occhi innamorati e sfuggenti per il pudore; né le amiche nei giorni di festa parlarono con te dell’amore.

Di lì a poco venne meno anche la mia dolce speranza di felicità: anche ai miei anni il destino negò di poter godere della giovinezza. Ahi, come sei irrimediabilmente passata, mia speranza delusa e rimpianta fino alle lacrime, cara compagna della mia gioventù!

Questo è dunque quel mondo tanto sognato? Sono questi i piaceri, l’amore, i progetti dell’uomo, gli avvenimenti di cui tanto parlammo insieme? Questa è la sorte del genere umano?

All’apparire dell’amara verità della vita, tu, misera, svanisti: e da lontano con la mano indicasti il gelo della morte e una tomba disadorna e dimenticata.