VITTORIO ALFIERI POETICA E OPERE

VITTORIO ALFIERI POETICA E OPERE

Il pensiero

Vittorio Alfieri, pur essendo nato e cresciuto in uno degli Stati più retrivi d’Italia, è uno dei primi scrittori italiani ad avere una dimensione europea. La sua opera si colloca nell’ultimo quarto del Settecento ed è quindi ancora legata alla cultura illuminista, ma nello stesso tempo anticipa già la sensibilità romantica del primo Ottocento.

                Nella sua giovinezza Alfieri aveva letto le opere dei grandi illuministi francesi, Rousseau, Montesquieu e Voltaire, e le sue basi filosofiche sono quindi ancora materialistiche e sensistiche; tuttavia matura ben presto una profonda insoddisfazione nei confronti della cultura illuminista, pur non essendo in grado di elaborare un pensiero filosofico alternativo. Innanzitutto, egli rifiuta il culto della scienza, vista come una disciplina arida e fredda, e respinge l’eccessivo razionalismo settecentesco, al quale oppone il “forte sentire”, ovvero la passionalità sfrenata, che a suo avviso costituisce la vera essenza dell’uomo ed è la fonte da cui sgorga la poesia.  Anche le scelte compiute dagli illuministi in ambito religioso, dal deismo all’ateismo, non incontrano il suo favore; pur non riuscendo ad approdare ad una vera fede religiosa, Alfieri sente un’oscura tensione verso l’infinito, che lo spinge ad andare oltre la materia e a percepire il senso dell’ignoto, del mistero. Oltretutto non condivide l’entusiasmo degli illuministi per il progresso economico e rifiuta i valori borghesi dell’utile e del successo, ai quali contrappone una mentalità aristocratica; anche per questo non crede nel filantropismo e disprezza gli uomini comuni, proponendo il culto di un’umanità eroica; infine rifiuta il cosmopolitismo, rifugiandosi nella propria individualità o abbracciando, negli ultimi anni, i valori della nazione.

                Le idee politiche di Alfieri si ispirano ancora agli ideali dell’Illuminismo e agli scritti di Montesquieu, Voltaire e Rousseau, dei quali lo scrittore astigiano condivide il culto della libertà e il rifiuto della tirannide. Ma anche in questo caso egli va oltre, riflettendo nella politica il proprio individualismo e la propria insofferenza nei confronti di ogni limite. L’essere nato e cresciuto in Piemonte, in un ambiente politico e sociale statico e per certi aspetti arretrato, condiziona profondamente il giovane Alfieri, inducendolo a lasciare la propria patria per viaggiare attraverso tutta l’Europa. Lo scrittore conosce così tutte le principali forme di governo dell’epoca, ma non riesce a trovare in nessuna di esse un modello in cui riconoscersi. Se rifiuta l’assolutismo, infatti, apprezza ancor meno il dispotismo illuminato, poiché in esso il tiranno addormenta il popolo, spegnendo qualsiasi desiderio di ribellione; anche l’Inghilterra, sede della monarchia costituzionale, ha il limite di essere guidata da quelle forze borghesi che Alfieri disprezza, a causa della loro mentalità utilitaristica e pragmatica.

                La lettura delle opere politiche di Alfieri permette quindi di percepire un rifiuto nei confronti del potere sotto qualsiasi forma, senza che vi sia un progetto alternativo da proporre; la libertà di cui lo scrittore parla in questi testi rimane astratta e indeterminata. Tutto ciò è confermato dalle reazioni di Alfieri di fronte alle due grandi rivoluzioni del Settecento: allo scoppio della Rivoluzione americana, lo scrittore si entusiasma al punto da scrivere quattro odi all’America libera, per poi mostrare un maggiore distacco nel momento in cui scopre che la guerra è scoppiata per motivazioni soprattutto economiche; anche la presa della Bastiglia viene accolta con favore (Alfieri celebra l’avvenimento con l’ode Parigi sbastigliato), ma successivamente il poeta prende le distanze dalle forme assunte dal potere rivoluzionario.

                Quindi, come ebbe modo di osservare il critico Natalino Sapegno nel 1949, l’aspirazione alla libertà e l’odio nei confronti della tirannide potrebbero essere interpretati come la proiezione verso l’esterno di due forze che si agitano dentro il suo animo, ovvero il desiderio di affermazione di sé e l’odio nei confronti di tutti i limiti, interni al soggetto, che si oppongono a questa affermazione. Questi limiti sono i tormenti, le angosce, le debolezze, che minano la volontà. Ad essi si aggiungono altri ostacoli che il poeta riscontra nell’epoca in cui vive, giudicata mediocre e insoddisfacente. Alfieri appare quindi come l’eroe in conflitto con il suo tempo, come l’individuo eccezionale che anticipa il titanismo romantico.

                Il termine “titanismo” deriva da Titano, con riferimento al mito dei titani che si scontrarono con gli dei, e indica l’atteggiamento dell’eroe romantico, che lotta per affermare sé stesso contro le forze superiori che lo opprimono, pur sapendo che sarà sconfitto. Il sogno di grandezza eroica è sempre accompagnato dalla consapevolezza dell’insufficienza umana: titanismo e pessimismo sono due facce della stessa medaglia, comportando una sensazione di impotenza e, nello stesso tempo, un oscuro senso di colpa, che nasce dalla trasgressione.  I personaggi delle opere di Alfieri rispecchiano gli stessi atteggiamenti titanici dell’autore: ne è un esempio Saul, che proietta i suoi tormenti interiori in Dio, il tiranno che lo sovrasta.

Le opere politiche

                La prima opera politica di Alfieri è il trattato Della tirannide, scritto nel 1777 e pubblicato nel 1790. Inizialmente Alfieri si preoccupa di definire la tirannide, identificandola con ogni tipo di monarchia che ponga il sovrano al di sopra delle leggi; Alfieri critica con forza anche il dispotismo illuminato, tanto apprezzato da Voltaire, poiché, se nella monarchia assoluta il popolo può prendere coscienza del proprio asservimento,  la monarchia illuminata, nascondendo la tirannide sotto un velo di paternalismo, addormenta i popoli, togliendo loro lo stimolo alla ribellione. Lo scrittore esamina quindi le basi su cui si appoggia il potere tirannico e le individua nella nobiltà, docile strumento nelle mani del sovrano, nella casta militare, che soffoca ogni ribellione, e nel clero, che educa all’obbedienza. Alfieri si chiede che cosa possa fare l’uomo libero sotto la tirannide e considera tre possibili alternative: potrà ritirarsi in solitudine, per non farsi contaminare dal servilismo della maggioranza, potrà ricorrere al suicidio, che è concepito da Alfieri come un gesto eroico, oppure, in casi estremi, potrà uccidere il tiranno, andando comunque incontro alla morte. Le due figure, il tiranno e il “liber’uomo”, sono di fatto complementari: entrambe sono dotate di una volontà superiore e sono libere da qualsiasi vincolo; proprio la loro affinità spiega la segreta ammirazione che Alfieri nutre per il tiranno. Sicuramente questa è l’opera più rivoluzionaria della riflessione politica alfieriana, poiché in essa lo scrittore giunge ad auspicare un’insurrezione popolare che abbatta la tirannide, senza tuttavia delineare un’alternativa concreta. Il trattato è preceduto da una dedica Alla libertà, nella quale Alfieri dichiara che, se i tempi lo consentissero, egli lascerebbe volentieri la penna per impugnare la spada, ma è consapevole che non vi è possibilità di azione, quindi guarda alla scrittura come ad un sostituto dell’agire concreto.

                La seconda opera politica, il trattato Del Principe e delle lettere, iniziato nel 1778 e pubblicato nel 1786, testimonia di un superamento degli atteggiamenti combattivi del testo precedente. Nel trattato si considera il rapporto tra l’intellettuale e il potere. Se nell’opera Della tirannide l’autore affermava la superiorità dell’azione sulla scrittura letteraria, ora celebra la superiorità dello scrivere su qualsiasi altra attività. L’uomo di lettere deve essere assolutamente indipendente e deve sottrarsi a qualsiasi funzione sociale, dedicandosi solo alla poesia. Alfieri considera Omero più grande di Achille, poiché quest’ultimo non sarebbe mai diventato immortale se non fosse stato celebrato dal poeta, che, per esaltare l’eroe, deve essere eroe egli stesso. Si ripropone così la figura tradizionale dell’intellettuale, separato dalla realtà e dedito all’otium letterario; è vero che Alfieri attribuisce al letterato il compito di guida, ma gli conferisce una funzione profetica, quindi lo considera isolato dalla realtà contemporanea.

                Lo slancio rivoluzionario del trattato Della tirannide si è ormai smorzato. Alfieri si ripiega in una visione aristocratica della vita politica, che ritiene debba essere riservata a pochi uomini eletti, dal “forte sentire”.

                Negli ultimi anni Alfieri approda ad un’esaltazione della nazione italiana, auspicando che il popolo italiano assuma una coscienza nazionale e che difenda la propria libertà. Queste nuove idee, espresse nell’opera Il Misogallo (1793-1799), che esprime un odio profondo nei confronti della Francia rivoluzionaria, consacreranno il mito di Alfieri come ispiratore delle battaglie risorgimentali.

La poetica tragica

                Nel corso della sua vita Alfieri scrisse opere politiche, poesie e un’autobiografia, ma si dedicò soprattutto alla tragedia: proprio nella scrittura tragica egli trovò lo scopo della sua esistenza, poiché vide in essa il genere che meglio si prestava, per la sua sublimità, ad esprimere il titanismo, con figure di eroi in cui l’autore proiettava sé stesso. Oltretutto era opinione diffusa che in Italia fosse mancato fino ad allora un grande poeta tragico, paragonabile a Shakespeare o a Racine. Dedicarsi alla tragedia era quindi un atto di coraggio e una sfida.

                La poetica di Alfieri si può ricostruire attraverso le osservazioni contenute in alcuni scritti minori e attraverso l’autobiografia, che è prima di tutto la storia della vocazione tragica dell’autore.

                Alfieri polemizza con il genere della tragedia francese, che era considerata il modello più prestigioso a livello europeo; egli critica il ritmo lento dell’azione, gli espedienti romanzeschi, la monotonia dei versi, e sostiene al contrario la necessità di forti passioni, a cui si deve accompagnare un intreccio dinamico, sostenuto da un ritmo incalzante che precipita inevitabilmente verso la catastrofe. Per questo Alfieri elimina tutti gli elementi superflui, eliminando i personaggi secondari e concentrandosi sui personaggi principali, così da creare un testo compatto e unitario. Al dinamismo dell’intreccio corrisponde uno stile conciso, caratterizzato da battute brevi, a volte costituite da una sola parola. Per Alfieri lo stile tragico deve distinguersi nettamente da quello epico e da quello lirico, che tendono al canto; al contrario, poiché la tragedia esprime conflitti, si dovrà utilizzare uno stile aspro e antimusicale, con una sintassi spezzata da pause, ricca di figure retoriche di inversione, e con un ritmo vario, a cui contribuiscono i numerosi enjambement fortemente inarcati, con suoni duri e scontri di consonanti.

                Per queste caratteristiche la tragedia alfieriana risente già del clima preromantico che si sta affermando in Europa; tuttavia dal punto di vista formale Alfieri segue ancora le regole del classicismo, non per un vuoto formalismo, ma perché sente il bisogno di dare ordine e disciplina al suo mondo interiore; solo così i suoi tormenti possono raggiungere la catarsi. D’altronde il rispetto delle unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione permette ad Alfieri di mantenere quella concentrazione e quel ritmo incalzanti che sono la condizione indispensabile per la riuscita della tragedia. In una celebre pagina dell’autobiografia, Alfieri descrive il suo modo di procedere, individuando tre momenti nell’elaborazione del testo tragico: “ ideare”, “stendere” e “verseggiare”. In un primo momento, seguendo l’entusiasmo dell’ispirazione, il poeta scrive di getto tutto ciò che gli viene in mente, senza selezionare nulla, riassumendo la vicenda, già suddivisa in atti e scene; successivamente scrive i dialoghi in prosa, sempre obbedendo all’ispirazione iniziale e senza selezionare nulla; in un terzo momento rielabora la materia in versi (Alfieri utilizza l’endecasillabo sciolto), selezionando con “riposato intelletto” i materiali che andranno a costituire il testo tragico. Alla stesura delle tragedie presiede inizialmente una disposizione irrazionale (le prime due fasi) e solo alla fine subentra la razionalità. Entrambe le componenti sono indispensabili per il successo dell’opera tragica: se, rileggendo l’opera stesa di getto, il poeta non sente le stesse passioni che lo avevano ispirato nella stesura iniziale, egli scarta immediatamente il proprio lavoro, ma, allo stesso tempo, la tragedia non può prescindere da una rielaborazione formale.

                Alfieri si ispira quindi tanto a Platone, che vede la creazione poetica come un fatto irrazionale, quanto ad Aristotele ed Orazio, per i quali l’ispirazione deve essere sottoposta al controllo della ragione.

                Le tragedie di Alfieri non erano destinate alla lettura, ma alla rappresentazione, tuttavia egli non fece di norma recitare le sue opere nei teatri pubblici, prediligendo teatri privati e compagnie di dilettanti. In questa scelta si può scorgere un rifiuto del teatro contemporaneo, considerato volgare, degli attori, ritenuti incapaci di incarnare la figura dell’eroe, del pubblico, considerato insensibile. D’altronde, con la scelta del genere tragico, Alfieri mirava già a scartare il pubblico borghese a cui, invece, si rivolgeva Goldoni. La degradazione del teatro è attribuita da Alfieri ai regimi tirannici: solo dove c’era libertà, come nell’antica Grecia e in Roma, il teatro poteva fiorire. Al teatro Alfieri attribuiva un alto valore educativo: ad esso spettava insegnare agli uomini ad essere liberi, forti, generosi, amanti della patria. Nel teatro, dunque, si riflettono pienamente le idee politiche espresse da Alfieri nei suoi trattati.

                Le tragedie

                Nelle prime tragedie, risalenti al periodo 1775-1777, Alfieri esprime lo slancio titanico di quegli anni, nel quale si fondono il desiderio di affermazione di sé e il pessimismo, che nasce dalla consapevolezza della miseria e dell’insufficienza umana. In queste opere il protagonista è il tiranno, come Filippo II di Spagna, nella tragedia Filippo, in cui si incarna il titanismo alfieriano. Anche Filippo esprime una volontà di affermazione di sé, anche a costo di uccidere e di imporsi con il terrore.

                Le due tragedie successive, Polinice e Antigone, si differenziano dal Filippo per la presenza del tema degli affetti familiari e per l’opposizione tra il tiranno e il personaggio positivo, che si ispira ai principi di una morale superiore: Antigone non incarna tanto il titano quanto la vittima predestinata, eroica in modo diverso, non nell’individualistica affermazione di sé, ma nel rifiuto di una realtà che contamina, fino alla scelta della morte come unico modo per ristabilire la propria purezza.

                A queste tragedie seguono alcune opere di argomento prevalentemente politico, tra cui spicca La congiura de’ Pazzi, ambientata nella Firenze dei Medici, che si conclude con il suicidio di Raimondo de’ Pazzi, atto di protesta coraggioso, ma inutile: il trionfo della virtù era possibile solo nel mondo classico, non nell’epoca moderna, in cui prevalgono l’inerzia e la viltà.

                L’opera che più rappresenta lo spirito tragico di Alfieri è il Saul (1782), l’unica tragedia ispirata alla Bibbia. Saul, incoronato re di Israele per volere del popolo e consacrato dal profeta Samuele, disobbedisce a Dio risparmiando la vita ad un nemico sconfitto. Allora il sacerdote Samuele consacra re un umile pastore, David, il quale, giunto alla corte, incontra il favore di Gionata, figlio di Saul, e di Micol, la giovane figlia del re. L’invidia spinge Saul a perseguitare David, costringendolo a fuggire presso i Filistei. Questo è l’antefatto. La tragedia si concentra sulle ultime ore di vita di Saul, alla vigilia della battaglia contro i Filistei. David è tornato, per aiutare il suo popolo, e Saul si convince a dargli il comando dell’esercito, ma in seguito la sua mente comincia a delirare: oppresso dal timore di essere vittima di una congiura e convinto che sul suo capo gravi un’oscura maledizione divina, costringe David alla fuga e fa uccidere un sacerdote. Solo alla fine, di fronte alla sconfitta del suo esercito, in un attimo di lucidità, Saul si uccide, ritrovando solo nella morte la sua dignità di re. Con il Saul Alfieri giunge alla consapevolezza dell’intima debolezza dell’uomo: i limiti non sono nella realtà esterna, ma all’interno dell’eroe.

                Le ultime tragedie riscoprono la dimensione degli affetti familiari. E’ questo il tema della tragedia Mirra, incentrata sull’amore incestuoso di Mirra per il padre Ciniro. Qui il conflitto tragico si interiorizza: la protagonista è intimamente contrastata, vittima e colpevole nello stesso tempo, poiché prova una passione che non può controllare e alla fine si suicida disperata. A lei, simbolo dell’infelice sorte degli uomini,  va tutta la pietà dell’autore.